Amores Perros

Pubblicato il Pubblicato in Chef per un giorno, Piatti Unici, Thriller, Urbano
Amores Perros
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1327 parole; tempo di lettura stimato: 6 minuti circa.
A illustrare il racconto, un’opera di Giulia Spinelli.

White Demon lo sta massacrando. Gli ha già staccato un pezzo di lingua e perde sangue a fiumi, sto perdendo da almeno dieci minuti, e sono incazzato quando mi chiama e dice Mi è venuto il ciclo. E subito passo in rassegna tutti quegli stronzi finocchi a cui fa schifo scopare quando una donna ha il ciclo, roba che neanche se lo sognano come viene quando è in quei giorni. Non me ne frega un cazzo, le dico e quando mi saluta sento che è più sollevata, quasi contenta. Io invece mi mangio le unghie fino all’osso, la testa di Tex Mex è coperta di bava e ferite profonde, gli vedo il cranio e l’occhio che gli penzola fuori dall’orbita.
Sta collassando.
Un bastardo messicano me l’ha venduto per seicento dollari appena oltre la frontiera, documenti falsi e tutto per rientrare senza rotture di cazzo. Gli ha fatto ingoiare anche un paio di ovuli di cocaina che, se crepa ora, mi toccherà sventrarlo per riprenderli. La gente scommette contro Tex Mex, ridono, mi danno di gomito. Se perdo non riuscirà a venirmi duro per almeno due settimane e addio scopate da mestruo. Lo incalzo, sono due giorni che non mangia, Dai uccidilo fallo a pezzi! Ma lui niente, barcolla con la testa aperta.
Quanto sangue in un figlio di puttana messicano.
Mi guarda dal recinto, sembra quasi che voglia chiedermi di aiutarlo, di fermare la follia. Mi guarda con due occhi che sembra una persona, da non crederci. Sta scoppiando, agonizza. Viene verso di me e scodinzola. Migliore amico dell’uomo un cazzo!, penso. Mi sta facendo perdere così tanti soldi che non potrò neanche avvicinarmi a casa di Azar. Quella stronza, se non faccio come dice lei corre subito a tradirmi con il primo che la fa sentire bella. Non è una questione di ciclo, è stronza a prescindere. E poi è capace anche di darmi la colpa.
Quando l’ho conosciuta ero così fuori di eroina che non solo non mi si rizzava ma le ho vomitato sul collo mentre le sbattevo quella salsiccia moscia che mi ritrovavo. Diceva che facevo schifo e che avrebbe dovuto scopare con almeno tre uomini quella notte per risollevarsi l’autostima.
In quel momento ho capito che era la donna perfetta per me.
Azar, che nome da attrice porno. Invece è la figlia dell’ambasciatore di qualche paese a cui noi tiriamo le bombe. Ma quello che mi piace di più è che a lei della guerra, degli accordi diplomatici e della sicurezza non frega un cazzo. Quando ha voglia di uscire, si infila le scarpe e se ne va di nascosto, senza scorta. Se esce con uno di quei gorilla armati che suo padre le mette dietro, è solo per fargli un bel pompino così se ne stanno zitti quando la vedono scappare. Con una bocca come quella, quando l’ho vista la prima volta l’ho saputo subito che coi pompini ci sapeva fare.
Sarà un luogo comune ma le negre hanno tutte quella bocca che non vedi l’ora di trascinarle dietro un angolo e fartelo succhiare. Anche le arabe. Azar è araba o giù di lì, non sono molto preparato in fatto di geografia. So che quando è con suo padre porta in testa uno di quei fazzoletti che la coprono fino al collo. Quando viene da me, prima lascia libera quella cascata di capelli e poi mi racconta delle cose. Una volta mi ha detto che una sua amica è stata infibulata e che non può scopare e anche che una bambina del suo quartiere è stata rapita a sei anni da un soldato che l’ha violentata, messa incinta quattro volte e poi l’ha rispedita a casa con quattro figli e l’utero sfondato. Ma a me di quello che dice Azar non frega niente, a me piace perché le va di viversi la vita tutta in un sorso e non ha paura di niente, nemmeno di morire.
Mi piace perché piace a Tex Mex, che ora sta schiattando sotto i miei occhi insieme alla speranza di tirare su qualche soldo. Senza neanche accorgermene, mentre penso al ciclo di Azar, al modo in cui ne parla come una cosa indicibile e di cui vergognarsi, e che mi fa impazzire ancora di più, prendo in braccio Tex Mex e lo tiro fuori dal recinto. Un tipo con la cravatta larga sul collo e le scarpe di coccodrillo mi grida con la mano alzata Che cazzo fai, stronzo! Ma ormai è tardi perché Tex Mex ha abbandonato il campo e la gara è nulla se nessuno dei due cani è morto. Quello mi si avvicina a passo svelto e mi insulta, ha gli occhi rossi e le mani gonfie, la bava alla bocca e quando parla sputa a ogni parola. Mi dice Brutto frocio testa di cazzo, poi si gira verso White Demon e se la prende anche con lui A che cazzo mi servi se non uccidi al primo morso?, urla prima di tirare fuori una pistola dai pantaloni e sparargli in mezzo agli occhi, un colpo solo. Morto. Secco. Gli sputa addosso e se ne va con la Porsche Panarea grigia come il pelo di Tex Mex, lucida lucida.
Sulle mani un liquido caldo mi scorre fino ai gomiti, le persone mi spintonano e mi calpestano i piedi, mi ringhiano, mi guardano con tutto l’odio del mondo, vorrebbero uccidermi e forse mi daranno una coltellata prima che arrivi alla macchina e riesca ad andare da Azar e dal suo ciclo innominabile. I miei palloncini di coca sono ancora nella pancia ferita e dolorante del cane che mi pesa sulle braccia, sarà almeno cinquanta chili. Fa un suono sordo quando lo butto a terra, come se avessi scaricato un sacco pieno (di roba).
Mi piego sulle ginocchia e gli infilo le dita in gola per farlo vomitare, non ho nessuna voglia di aprirgli la pancia con un coltello solo per dare una botta. Non stasera. Anche se ho bisogno di quei fottuti soldi. Azar ha una passione per gli ovuli di coca, e non solo. Con quel suo bel naso da libanese o curda o quel cazzo che è, le piace annusare tutto. Uno di questi giorni mi aspetto di trovarmela con la faccia sul culo come fanno i cani. Forse per questo a Tex Mex è così simpatica, non capisce che se non si decide a tirare fuori quei palloncini ci penserà lei stessa ad aprirlo in due. Ha una buona mano con i coltelli, a volte mi chiedo perché ma preferisco non saperlo. In fondo, cosa me ne farei di questa informazione? Non voglio essere l’ennesimo bianco xenofobo che ha paura degli arabi, è troppo mainstream.
Sto ancora girando due dita nella gola martoriata di Tex Mex quando finalmente mi vomita gli ovuli in mano, poi il cuore gli si ferma. Bravo stronzo di un cane, mi mancherai. Mi infilo i palloncini appiccicosi nelle mutande e lo lascio lì per terra.
Quelli che vanno via gli passano sopra coi piedi. Non è gente che firma petizioni per liberare i leoni dallo zoo. E nemmeno si preoccupano che servano quindicimila litri di acqua per produrre un solo chilo di carne. Nemmeno ci pensano a come viene prodotto il latte o che per il cuscino di piume spennano le oche ancora vive. È gente che la mattina si alza e va a lavorare, senza sapere niente, fa il compitino per lo stipendio a fine mese e fanculo al resto. Poi, siccome le mogli non gliela danno più, vengono qui e buttano i cani nel recinto per farli uccidere. Chi muore per primo perde. Penso sia l’unica regola.
La statale è buia e piena di troie dell’est, quelle con i capelli biondi e i fianchi stretti. Non ho i soldi neanche per chiedere quanto vogliono. Tiro dritto per casa di Azar anche se ha i capelli neri e i fianchi larghi, nelle mutande ho due palle in lattice che le faranno passare ogni superstizione.

– A illustrare il racconto, un’opera di Giulia Spinelli.
Azzurra de Paola
Nasce a Roma nel 1983 e vive in Svizzera.
Alcuni suoi inediti sono stati pubblicati su siti di poesia e per «Le Monde Diplomatique». Ha pubblicato Benedizione per la bassa moltitudine con Le voci della Luna (2012) e La verità è un mondo terrificante per L’Arcolaio Edizioni (2014).
Estratti de La verità è un mondo terrificante sono usciti per «Le Courrier di Ginevra».

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