Ballerina

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Ballerina
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799 parole; tempo di lettura stimato: 4 minuti circa

Era scesa in strada quasi nuda; i capelli densi e folti fiammeggiavano attorno al viso smunto, cavallino. Quella mattina Nora stava preparando il pranzo. Füller, il marito – ma-ri-to: quelle tre sillabe incombevano sulla sua nuca tesa come la lama della ghigliottina – era appena rientrato a casa, dal lavoro. Presa da un accesso d’intollerabile noia Nora aveva afferrato il coltello con cui stava disossando il pollo e lo aveva pugnalato, ripetutamente; il volto decorosamente impassibile. Il corpo goffo dell’estraneo, aveva preso a stillare sangue – le ricordò un pomodoro scoppiato – e la donna, ancor più tediata dalla rassegnazione con cui quella morte sopraggiungeva, estrasse il coltello, strofinando poi la lama sul grembiule. Doveva ancora infornare il pollo.

Rassettando la camicia, che nello sforzo si era gualcita, Nora aveva portato a compimento ciò che stava facendo prima. Si era quindi diretta verso la camera da letto: era necessario togliere gli abiti sporchi. Si era sciolta i capelli e, spogliandosi, aveva cercato di eludere, intontita, la desolazione della camera nuziale – spoglia, perché egli trovò sempre poco pratico il lusso – quanto l’insoddisfazione astiosa che, dopo l’atto di folle razionalità, la prostava al suolo. Nora si era arresa: se neppur reclamando la triste vita del triste marito – ma-ri-to: annoiava persino la parola piatta, scialba – era riuscita a sentire, allora niente poteva salvarla. Era stato il pensiero di un attimo: la constatazione che niente di nuovo da darle aveva più la vita.
Tanto valeva…
Sì, certo: magari un giorno avrebbero avuto dei figli, ma Nora non sarebbe stata una buona madre – non rimpiangeva la maternità rifiutata.
Non c’era sentimento che destasse il suo animo in necrosi. Prima di andare alla polizia – morte o galera non la preoccupavano – aveva voluto concedersi un’ultima prova.
Te lo meriti, Nora.
Qualcosa avrebbe potuto resuscitarla – qualcosa che sempre le era stato proibito.
Perciò era scesa in strada con impudenza nuova, eroicamente nuda – un gonnellino sdrucito, reliquia dei giorni di bambina, le celava a fatica il pube – fino in piazza: un agglomerato di case d’arenaria, su cui svettava la facciata della chiesa. I passanti, destati dalla vista di quella donna indecente che doveva essere ammattita, l’avevano seguita – in una diligente fila indiana, come in processione – finché Nora non si era fermata.
Era fatta di fuoco: il raccapriccio del suo pubblico ardeva nel ventre cocente della sua esaltazione. Si preparò alla danza.
«Ballare non sta bene: è peccaminoso.»
«Ma mamma, tutti lo fanno!»
«Ti ho forse cresciuta come una sgualdrina, Nora?»
Aveva soffocato il suo amore per il ballo, per quell’espressione indecorosa e primitiva di istinti animali – queste le idee della vedova pingue e ridanciana dai capelli tinti che sua madre era stata. Ma, finalmente, Nora avrebbe danzato.
Si mosse.
Sentì tamburi africani, cavalli al galoppo e tuoni.
Non credeva in dio, ma pregò che l’odiata carceriera potesse vederla, in qualche modo, nonostante avesse, da tempo, dispensato il mondo dalla sua ingombrante presenza.
Seguiva un ritmo animalesco: le membra si scomponevano, le gambe spingevano sul terreno – in una marcia guerresca – quasi volessero frantumarlo, i capelli si torcevano sullo sfondo rugginoso come serpenti voraci.
Quello era il riscatto: troppe volte aveva guardato, guardato soltanto. Ed eccola, proprio lei, adesso, ballare come una bestia in calore.
Il gonnellino, quella cosa da bambina in maschera, le copriva a stento il pube, il seno sobbalzava, scosso dal respiro convulso che le dilatava la cassa toracica; le gambe divaricate, spalancate ad angolo retto, erano quelle di un animale pronto alla carica. E la bocca spalancata, una voragine sul viso aguzzo che Füller si era permesso di dissacrare con baci lordi, emetteva strida furiose.
Sono viva!
Ecco finalmente l’emozione.
Anni di repressione e vergogna per le gambe troppo magre, per il torace scheletrico – quello di una bambina mai cresciuta – l’avevano forzata fra le braccia molli di un uomo odiato, a cui si era abbandonata per inerzia, adesso si scrostavano via dal suo ventre elastico come scaglie d’una vernice ormai vecchia. Era viva, e senza vergogna. Il battito del cuore le arrivò alla bocca, pompato dal pulsare del sangue che ribolliva: emergeva, bestia magnifica, dalle vizze squame del suo vecchio Io timoroso. E dagli occhi le caddero lacrime torride, che si dispersero nella frenesia della danza; tutto era appena nato, eppure già esaurito.
Peccato aver distrutto ogni cosa.
Ripensò al corpo squarciato di Füller.
Il coraggio di vivere era arrivato di soprassalto, dopo anni di mera sopravvivenza, e Nora doveva già perderlo, tornare all’assillante ripetersi ordinario.
Perché tutto deve morire proprio adesso? pensò, spalancando ancor più la bocca, ricordando con disappunto; gli occhi della folla sbalorditi davanti alla grottesca affermazione del suo esistere.
Ma no: alla fine nulla sarebbe stato uguale a prima – qualcosa sarebbe mutato, lì in manicomio. La credevano pazza, Nora che adesso viveva, Nora che era felice.
Vivere davvero è qualcosa di abominevole.
Già venivano a prenderla.

– A illustrare il racconto, “Dancer” di Emil Nolde

Simona Friuli
“Ma, fratelli, questo mordersi le unghie dei piedi sul qual è la causa della cattiveria mi fa solo venir voglia di gufare. Non si chiedono mica qual è la causa della bontà, e allora perché il contrario? Se i martiri sono buoni è perché così gli piace, io non interferirei mai coi loro gusti, e così dovrebbe essere per l’altra parte. E io patrocinavo per l’altra parte. In più, la cattiveria viene dall’IO, dal TE, o dal ME, e da quel che siamo, è stato fatto dal vecchio Zio (o Dio) ed è il suo grande orgoglio e consolazione. Ma i NON-IO non vogliono avere il male, e cioè quelli del governo e i giudici, e le scuole non possono ammettere l’IO. E la nostra storia moderna, fratelli, non è la storia di piccoli IO coraggiosi che combattono queste grandi macchine? Parlo sul serio, fratelli, quando dico questo. Ma quello che faccio lo faccio perché mi piace farlo.”

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