Banshee, #1

Pubblicato il Pubblicato in Fantastico, Giro Pasta
Banshee, #1 - Giulia Spinelli
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652 parole; tempo di lettura stimato: 3 minuti circa
A illustrare il racconto, un’opera di Giulia Spinelli

Un gemito condotto da lingue di fuoco.
Questo sento mentre incedo, un passo alla volta, su ciò che resta del legno divorato dalle fiamme. Un brivido infero mi scuote mentre il fuoco sottomette ogni altro elemento: tiranno vorace, mastica con zanne incandescenti mobili e pareti, incenerendoli. Solo quel lamento riesce a insinuarsi negli interstizi sulfurei, fino a sfiorarmi appena, con gelido tocco.
Lei, ritta di fronte a me, all’estremità della tavola: fisso il mio riflesso in uno specchio, mi inerpico con gli occhi lungo il vestito sottile, dai ricami zaffiro, indugio sul collo per perdermi poi nella selva dei capelli che scendono turgidi, tanto compatti da celare il viso. Il ghigno, teso fino le orecchie, è l’unica lama a fendere quel muro corvino che specchia sul nitore sovrannaturale dei denti i barbaglii delle vampe. Il canto fuoriesce dalla smorfia dello spettro: miasma sonoro, si diffonde nell’aria trasformando l’informe pira in un inferno di ghiaccio.
Vorrei arretrare, ma dietro di me il fuoco arde rinnovando continue promesse di morte; proseguo sul sentiero ligneo mentre intorno ogni asse, parete o sostegno periscono nel fumo. Tengo lo sguardo basso certa che lei, dietro la distesa serica, mi scruti sogghignando. Allora mi chiedo se non mi stia sbagliando, se non sia io a vivere dall’altro lato dello specchio, se non sia io il pallido riflesso e quel rogo il mio mondo condannato a incenerirsi. Dall’altra parte percepisco il vestito candido sollevarsi quasi sorretto da un vento sommesso. Sulla pelle mi nascono cristalli glaciali che rapidi si propagano fino a mutarmi in un’inerte statua di vetro; ammiro i suoi piedi staccarsi da terra, il collo sinuoso si incurva quasi a toccare la spalla destra, le ciocche rigide si infrangono l’una contro l’altra, mentre la nube sonora si incupisce sommergendo la danza scarlatta circostante.
Solo a quel punto, la bocca allungata in smorfia orribile si spalanca e ascolto la Banshee cantare.

«Ancora quell’incubo?»
L’archeologa sta fumando, in piedi fuori dalla tenda, con la testa persa tra le stelle notturne.
«Torna a dormire. Non è niente.»
L’assistente litiga con il sacco a pelo prima di riuscire a liberarsene. Si alza e le si avvicina, senza nascondere la preoccupazione sul volto.
«Da quando siamo partiti, ogni notte è la stessa storia: quanto altro pensi di reggere senza dormire?»
Le parole cadono nel vuoto. Lei continua meccanicamente a portarsi la sigaretta alla bocca, senza nemmeno aspirarla.
«Andiamocene, torniamo a casa. Non c’è nulla qui. Nulla.»
«Quante altre volte ne dobbiamo parlare? Torna a letto, forza.»
Dalla rupe dove sono accampati, poco distanti, si intravedono le rovine della città: colossi menomati di ferro e cemento si ergono sopra strade deserte; veicoli un tempo funzionanti si profilano abbandonati lungo le vie, mentre qualche braciere smarrito rivela una, pur minima, presenza di vita.
«Qualcosa c’è.»
«Certo: sopravvissuti, disperati e futuri cadaveri. Sicuramente nessuno capace di scrivere un libro e farlo arrivare dall’altra parte del mondo.»
«Eppure quel libro c’è arrivato. Quello non me lo sono sognato, no? Lo hai tenuto in mano e sfogliato pure tu. E non solo quel libro esiste ma l’intestazione parla anche chiaro: quella è la città in cui è stato scritto. Quella è la città da cui è stato spedito. Non ci sono dubbi.»
La sigaretta ancora accesa, sgusciando dalle dita dell’archeologa, casca a terra. Il fumo si solleva tra la donna e il suo assistente. I due restano in silenzio, parzialmente schermati dalla cortina grigia.
«Quel libro parla anche di una rocca, di una principessa e di cose che in questo posto non sono mai esistite e di certo non esisteranno mai! Sono solo le visioni di un pazzo.»
Senza attendere una replica, l’uomo gira le spalle per poi tornare all’interno della tenda e sistemarsi nuovamente nel sacco a pelo. L’archeologa abbassa la testa, con lo sguardo fisso sul mozzicone ardente, alla ricerca di un appiglio su cui focalizzare i suoi pensieri.
«Le visioni di un pazzo.»

Iago Menichetti
Nato a Pisa in un’ordinaria giornata d’agosto dell’89.
Trascorro buona parte del mio tempo a rispondere alla domanda «Ma ti chiami davvero Iago»?
Ciò che ne rimane lo dedico a scrivere e fumare sigari toscani.
Comunque sì: mi chiamo davvero Iago.

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