Cena indiana

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Cena indiana
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Aveva la postura e le sembianze di un vero elefante che nella loro particolare cosmogonia è colui che regge l’universo: è il protettore, è il buon auspicio. È facile immaginare che l’abbondanza che mostra e la ricchezza delle sue vesti color smeraldo in costumi sfilacciati alle maniche e gli ampi drappi di lino che gli coprono la schiena e le spalle fossero il simbolo stesso dell’opulenza delle caste privilegiate, i prescelti dagli dei. Lui, che sembrava il capofamiglia di una stirpe di nobili della corte di qualche maharaja o il maharaja stesso accolto in trionfo durante i cortei nuziali delle sue quattordici figlie fra pampini svolazzanti e brocche d’oro in un miasma di incensi e di fiori di loto al ritmo di danze suadenti e sfrenate in un India immaginata. Si andò ad accomiatare, come un vero re, dopo la main course, al tavolo di mia cognata Tiziana. Usava blaterare, il ciccione, frasi prese in prestito dall’inglese al suo forbito e arrotolato indiano. Tiziana si espose da subito a suo modo sulle sue vibranti qualità amatorie come se fosse in palestra con le sue amiche. Eppure era lui in questo caso il servo di noi che avevamo affittato quel servizio catering per la non indifferente cifra di milleseicento euro tutto compreso e che comunque la moglie di Moveros, alla fine, avrebbe pensato a saldare, mia cognata Lucrezia. Era il suo e il nostro regalo per Moveros. Tiziana non è che si premurasse di nascondere nemmeno i dettagli delle sue performance: «E quando glielo ho preso che sembrava un bastoncino.» E giù risate sguaiate e giù grida e schiamazzi e Manrico, così si diceva in giro si chiamasse, premuroso che dovette richiamarla all’ordine facendole notare che c’erano dei bambini. Il tasso alcolico era già fuori controllo a inizio serata. La ditta del catering apparteneva all’elefante in persona che si faceva chiamare Gioti, non si capisce se questo fosse un nome mitologico, un vezzeggiativo o il suo vero nome. Avevano fatto ben settanta chilometri, lui ed il suo assistente per arrivare alla villa di Moveros, che di stirpe indiana veramente lo era in base all’appartenenza alla casta dei cittadini Vaisya, delle prime precedenze ed essendo inoltre di padre inglese colonizzatore illuminato e riformatore, Moveros ci aveva invitato tutti lì alla sua villa di famiglia, adagiata splendidamente sulle morbide colline lontane dal caos cittadino, tutti i parenti e amici per festeggiare i suoi splendidi cinquant’anni.
Gioti ebbe buon gioco a entrare in confidenza con la famiglia di Moveros, la quale per parte materna era di origine indiana. Loro erano venuti dall’Inghilterra appositamente per questa festa a sorpresa che noi avevamo organizzato con tutti i crismi. C’era la nonna di Moveros, Shanti, la matriarca regale tale era il suo portamento, il garbo e la creanza. Era un’ottuagenaria di pelle olivastra che sembrava dipinta con la tecnica batik, aveva i capelli elegantemente fasciati in un fazzoletto di seta con una fantasia di fiori azzurri che lasciava solo trasparire un filo d’argento, come appoggiato alla sua nuca prominente altrimenti glabra. Indossava un vestito tradizionale che appurammo non essere un Sari ma, come ebbe a spiegare lo stesso Gioti, un Dhoti: un tipo di abito cerimoniale con ampie pieghe che veniva usato dalle donne di alta casta durante le abluzioni. Era candido come la neve e aveva delle bordature dorate che davano a nonna Shanti un effetto catarifrangente nella penombra della serata al chiaro di luna in collina. Ai piedi calzava degli immancabili sandali di cuoio, finemente decorati con pietre e lapislazzuli. Nonna Shanti non si muoveva più bene oramai e si accompagnava a una carrozzina elettrica della quale si prendeva cura suo nipote Paul. Paul era cugino da parte di mamma di Moveros con il quale aveva vissuto ai tempi della gioventù in un sobborgo di Southampton. Lì Moveros aveva fatto il suo apprendistato imprenditoriale e la sua educazione sentimentale a base di grandi sbronze di birra nei lontani anni ottanta, prima di tornarsene in Italia e prendere in mano la ditta di import-export specializzata in macchinari per l’imbottigliamento del padre: il colonizzatore, prematuramente scomparso per una leucemia fulminante due anni prima. Shanti fu fatta accomodare al tavolo rotondo nel prato della villa, il più centrale, una specie di tavolo d’onore, con più spazio intorno a sé e aveva la vista privilegiata sul panorama della piana sottostante che nell’albume del tramonto ormai spento emetteva delle scie colorate che dovevano essere effetto delle esalazioni del metano e dei tubi di scarico delle auto nel traffico congestionato del sabato sera. Era il tavolo degli inglesi al quale erano presenti anche, direttamente arrivati quel pomeriggio con volo rigorosamente British Airways, da Gatwick, la zia di Moveros, Swamini e suo marito Kelly. Una vera coppia cosmopolita e super-integrata: Kelly sembrava uscito da un qualche dock con ancora in mano saldatrice e martello; come lì abbia conosciuto l’eterea, mistica e fresca sposa indiana nei primi sessanta e l’abbia fatta sua resta tuttora un mistero. La sorella di Swamini, Jamie, la madre di Moveros, anche lei un sangue misto, era naturalmente sistemata al tavolo degli inglesi. Jamie e il defunto padre di Moveros si erano conosciuti a metà degli anni sessanta durante una crociera verso l’India del tipo Vasco da Gama. India, dove il defunto padre si stava recando associando un viaggio di piacere ai suoi affari, a quei tempi nel ramo plastico e meccanico. Fu amore a prima vista: lui la strappò, la colonizzò e cercò, per quanto gli fu possibile, di “disinglesizzarla” tutta la vita, visto che oramai la di lei famiglia era emigrata come milioni di altri esseri umani nella terra di sua Maestà.
I pasti indiani hanno una consistenza ovviamente diversa dai nostri, con tempistiche, geometrie e dinamiche non sovrapponibili. Non si può parlare di antipasti, primi e secondi benché Gioti tendesse, forse per circuirci, a voler italianizzare quella cena indiana. Nonostante questo e forse anche per questo, visto che Gioti dopo i primi assaggi si affacciò al tavolo degli inglesi e diceva che ora dopo l’antipasto potevano fare una piccola pausa, mia cognata Tiziana si affrettò a quel punto a chiedere quando c’era la pasta. Murg Shat e Veg Samosa insieme a delle sottilissime piramidi di pasta sfoglia al gusto di zenzero avevano dato il via alle danze, sotto il gazebo dove era stato allestito il banco dell’aperitivo, che era l’unico angolo del quale si era presa cura direttamente Lucrezia, la moglie di Moveros. Sotto quel tendone bianco contornato da veli trasparenti laterali, dove Lucrezia aveva sapientemente innescato dei fili di luci bianche cadenti secondo un’estetica da tempietto neoclassico, ci furono i prodromi, dovuti al prosecco assunto dai vari astanti, a quello che gli stessi avrebbero vissuto e in generale a quello che la serata sarebbe diventata. Dell’allestimento di tutto il resto, dal buffet all’apparecchiatura dei tavoli nel prato, si occuparono Gioti e il suo assistente. In ogni caso era un catering vero e proprio e di ottima qualità. Il buffet fu allestito nell’angolo nord est della terrazza, quello più ombreggiato nel pomeriggio quando i due, con un furgoncino griffato con il nome del catering e del ristorante di proprietà di Gioti, fecero il loro arrivo alla villa per la preparazione. Il buffet era un tavolo a elle, coperto per la cena con delle bellissime tovaglie di Fiandra con sofisticate finiture e gale d’oro e d’argento. Su di esso sfilavano in gran parata i grassi e splendenti campanoni delle pietanze che riflettevano la luna della sera, erano i contenitori del cibo e dovevano essere stati toccati da raggi magici. Il loro aspetto da scrigni reali e ostensori magici era arricchito da ampi archi che fungevano da manici e che davano a tutto il buffet l’aspetto di un qualche laboratorio spaziale con piccole astronavi pronte a solcare i cieli; oppure a delle urne funerarie di qualche civiltà scomparsa. Lì dentro si annidavano invece vari tipi di riso da portata e accompagnamento: Gost Biryani; Jira rice, cioè riso con cumino e verdure che, come Lucrezia suggerì, visto che lei si atteggiava a profonda conoscitrice della cultura e cucina indiana, fu più sua tutta l’idea della festa che del marito, al quale onestamente sembrava non importasse un bel niente, sarebbe stato perfetto per le carni, le famose main course come le chiamò Gioti. Si trattava di Murg Tandoori un pollo fatto a pezzi in una salsa collaginosa, apparentemente fatta con yogurt e spezie e cucinato in questa creatura mitica: il forno Tandoori. Una specie di monolite color antracite che Gioti e il suo assistente avevano portato il giorno prima della festa e che dissero avrebbero ritirato il giorno dopo, perché dovevano aspettare che si raffreddasse, come un altoforno. Questi viaggi, ci spiegarono quando andammo a fissare la serata nello studiolo, avrebbero influito sul prezzo, ma in minima parte, altrimenti niente Tandoori. Questo pozzo mistico di brace era stato messo quasi del tutto nascosto dietro il tavolo del buffet a elle e la sua presenza agiva misteriosa come un vaso di pandora su tutta la serata. Grazie a lui nei mistici contenitori delle pietanze, ci deliziammo di Jhinga Tandoori, gamberoni alla griglia che avevano la stessa consistenza e sapore del Murg solo che era a forma di gamberi, ancora e anche se non Tandoori, il Karahi Gost, vero montone indiano, freschissimo disse Gioti; che dovevamo quindi pensare fosse arrivato con il teletrasporto direttamente dai dintorni di Delhi o Jaipur. Si trattava ancora di Vindaloo, la famosa declinazione della più famosa salsa piccante indiana la quale fu applicata per quella cena alle varie carni: agnello; gamberi; pollo; tutte identificate con i nomi più esotici e impronunciabili. Fu dopo che i commensali ebbero consumato gran parte di questa roba, indaffarati sulle urne funerarie tirate a lucido sul buffet e facendo le spolette con i tavoli sul prato, che Gioti pensò di condividere la sua India vera o sognata che fosse, rivolgendo l’attenzione primariamente al tavolo degli inglesi, anche se si sedette prima al tavolo di Tiziana, la quale appariva, come sempre, un precursore ed era in effetti come in preda a una incontenibile estasi sensuale. Gioti con la sua postura da re, riuscì a contagiare ben presto tutti i tavoli vicini. Accorsero e si fecero in cerchio alcuni amici di Moveros, i suoi vecchi compagni del gruppo dove mio cognato suonava ogni tanto ancora un blando rock progressivo primi anni settanta, tutta roba da revival. Si chiamavano Prugna Secca. Oltre a loro alcuni cugini di mia moglie Cristina, in particolare Giulio, il marito di Luana, cugina e amica d’infanzia di Cristina e di mia cognata Lucrezia, il quale si mise in ascolto con religiosa devozione e più in preda a quanto pareva a Dioniso o Bacco che dir si voglia, almeno le sue guance rubizze dicevano questo, piuttosto che a Shiva o Parvati dalle cui nozze mistiche si narra nelle leggende sia nato Ganesh stesso, cioè il dio elefante, cioè Gioti! Fu allora, dopo gli antipasti che Gioti riuscì con le sue poche parole ad accentrare su di sé l’attenzione ed i commensali che dovevano essere i signori di quella cena indiana improvvisata in terra straniera trasformarsi in suoi sudditi, se pure per il breve tempo dilatato che fu quello della serata, da lì in avanti. Cominciò così a parlare delle nozze mistiche fra Shiva e Shakti e tutti s’immaginarono, alcuni proprio videro, una grande esplosione primordiale fra ghirlande e grandi fuochi che si libravano in aria sostenendo un carro alato che si disperdeva in grandi nubi rosa e verdi. Allora, Come da un big bang nacquero le fertili valle dell’Indo e del Brahmaputra, le cui limacciose acque servivano da precauzione benedicente alle feste ed i grandi raduni che Gioti simulò sulla terrazza. Gli astanti lì intorno presenti si trovarono così da quelle verdi vallate catapultati attraverso foreste fantastiche e rovine inverosimili in mezzo a radure che lasciavano scorgere ancora in lontananza altre rovine di cupole, guglie e torri con le cime eleganti ed agili dei bei monumenti indiani. La gestualità di Gioti, immersa nel suo narrare da vero sovrano orientale pieno di grazia femminile e crudele spietatezza da re barbaro e sanguinario ricreò immagini di pellegrini Sadhu e Yogi solitari, pazienti, nel calore e nella polvere, esausti e affamati, ma sorretti da incrollabile fede e devozione. Al ritmo incalzante e sordo di tamburi e grandi campane, mentre le luci del paese vicino alla villa di Moveros si accendevano, un piccolo corteo si manifestò, lì direttamente nel prato dove era in corso di svolgimento quella strana cena e facendosi spazio tra i tavolini bassi dei bambini con le paperelle, mentre loro intanto ignari continuavano a rincorrersi e a giocare a nascondino fra le siepi e i vasi di terracotta. Sete sgargianti, coroncine floreali, agghindavano una torma di ragazzine di non più di dieci anni ciascuna, sulla porzione di percorso che si creò fra i tavoli nel prato che improvvisamente si allargò trasformandosi in una distesa fumosa e festante: ci fu tutto uno sfilare ed un trionfo di ghirlande di fiori di loto, il Nalini che in sanscrito significa impaurito e mistico, il gelsomino che è usato nelle adorazioni e che le bambine agitavano festanti. Il gazebo degli aperitivi, che aveva preparato Lucrezia, era diventato il Mandapa, il tradizionale salone delle feste dei matrimoni indiani. Le bambine agitavano grandi ventagli con piume di struzzo. Si apprestava una cerimonia non c’era dubbio, un matrimonio in piena regola fatto di luci e lanterne coloratissime. Sullo sfondo il dio Ganesh, Gioti, sprofondato nel suo trono regale, fra una portata e l’altra, che attende l’arrivo dello sposo che si presenterà a cavallo accompagnato dai suoni di cimbali e tamburi per svolgere le sue sacre promesse alla sposa o le spose bambine. Come da tradizione, potrebbero essere le ragazze stesse che sfilano le spose, per effetto di un qualche legame non endogamico e frutto di commistioni sincretistiche con altri credo religiosi. I parenti, i genitori, i dignitari di casta avrebbero studiato il quadro astrale e dato il beneplacito a quel matrimonio individuale o collettivo che fosse. Arundhati Darshanam sarebbe stata la loro preghiera mentalistica: la costellazione dell’Orsa Maggiore, Sapta Rishi Mandala, è formata da stelle che portano i nomi dei sette saggi mitologici che originarono la tradizione Vedica. Gli sposi la omaggiano nominando le sette stelle più un’ottava, Arundhati, per ricordare le responsabilità cosmiche che sono chiamati a rispettare, l’eredità che portano e il debito che devono onorare verso i saggi e gli avi. Lo sposo avrebbe recitato le tre promesse ed i tre scopi della vita e del matrimonio: Dharma, Artha e Kama, un vero e proprio compendio in salsa indiana di diritto matrimoniale. La cerimonia prosegue tra ritualità e formule, il nodo, i sette passi, il tutto circondato da quei colori sgargianti che solo nei distretti più estremi di Uttar Pradesh e nei sobborghi di Hyderabad si possono ammirare. Gli sposi continuano gettando offerte rituali nel sacro fuoco sotto il Mandapa e ci camminano tre volte intorno, mentre la festa raggiunge il suo culmine e le bambine lanciano baci come fossero caramelle. Dai carri sulle quali erano salite, piovevano caramelle colorate da tutte le parti ed invece erano i bambini, compreso mio nipote Venenzio insieme agli altri degli amici e parenti della famiglia di mia moglie Cristina e degli altri partecipanti alla cena, che giocavano a tirarsi le molliche di pane e pezzi di pizza. Lucrezia si imbufalì, lei che aveva la mania del controllo al quale suo figlio cercava di fuggire rifugiandosi nei suoi giochi di magia entrando in contatto con misteriosi youtuber. Nello spazio d’aria del prato si materializzò una specie di polvere rossa che Gioti stesso celebrò all’interno di quella cerimonia immaginata come il Sindoor, quella polvere che lo sposo versa sui capelli e sulla fronte della sposa o delle spose, le quali intanto continuano quasi come delle ancelle e sotto la supervisione del loro padre severo, Il dio Ganesh Gioti ad offrire allo sposo che intanto è arrivato sorridente e distratto e dalle sembianze di Moveros, yogurt, miele e ghirlande di fiori. Si offrono noci di cocco, petali di fiori, burro chiarificato. Sono invece alcuni bambini che, al richiamo dei genitori, si fanno servire direttamente al tavolo le pietanze dal buffet. Tutti lanciano petali verso la coppia o le coppie che a questo punto totalmente si confondono in una nebbia incomprensibile.
Tiziana fu rapita da quella cosa: erano senz’altro le sue cose ancestrali ed il suo desiderio inespresso di avere una degna cerimonia di nozze, magari con rito Cattolico; lei che se ne era scappata, all’oscuro di tutti, a diciotto anni in Tunisia per sposare con rito Musulmano il suo grande amore Fellain. Quel grande amore che poi era venuto in Italia, e l’aveva lasciata poco dopo per una prosperosa calabrese e del quale si vocifera ora spacci hashish in zona stazione. Per questo e altro adesso Tiziana si era data alla ricerca continua di avventure stando collegata al suo smartphone praticamente ventiquattr’ore su ventiquattr’ore e approfittando di ogni occasione per darsi. Così, assuefatta da prosecchi e cibi che considerò afrodisiaci, tanto si sentiva frelluzzicare, sua precisa espressione, si tolse i tacchi e, prima a piedi nudi sul prato, poi saltando su una sedia, con il balzo di un satiro, iniziò a ballare delle sfrenate danze che se non erano indiane erano comunque molto succinte e ricche di ammiccamenti erotici. Il suo lungo vestito a spirali lasciava poco alla fantasia delle sue forme e Manrico dovette ancora intervenire per cercare di sedarla in qualche modo. Manrico, per quello che se ne sapeva, era uno scapolone di quarant’anni circa ma che ne dimostrava almeno cinquantacinque; faccia da ragioniere su testa dalla calvizie incapiente, non si era mai capito esattamente che tipo di parentela avesse con la famiglia di mia moglie. Io ricordo di averlo visto in altre occasioni, ma sempre defilato, come quasi non esistesse. In quel frangente assumeva il ruolo di coscienza del gruppo, una qualche forma di controllo, di grillo parlante di quella congrega di squinternati che si riunivano periodicamente per questo tipo di cose, festeggiamenti e cerimonie, matrimoni o funerali.
Intanto i bambini giocavano sul prato indifferenti e non contagiati da niente di tutto ciò o che non potesse appartenere a qualcosa di più che a pizza ai würstel, patatine fritte e Coca-Cola che era la cena che giustamente era stata per loro preparata su tavolini bassi da Biancaneve e i sette nani.
Fra di loro c’era mio nipote Venenzio figlio di Lucrezia e Moveros, che mostrava distacco nel distacco da tutta quell’atmosfera, come suo solito isolandosi autisticamente nei suoi giochi di carte e di magia che aveva appreso dai famosissimi youtuber del settore. Gli altri bambini scorrazzavano in giro spensierati, c’erano i figli delle cugine di mia moglie, tutti marmocchi non oltre la seconda elementare, e quelli di amici e amici di amici che non si conoscevano fra di loro e probabilmente non si sarebbero più incontrati, nemmeno a qualche funerale.
Tutti ascoltavano Gioti ormai re, ora anche dai tavoli vicini. Il tempo appariva dilatato e si era persa la cognizione del tempo e delle portate. In ogni caso tutti erano sazi e satolli come dopo la main course, come continuava a chiamarla Gioti, ancora per circuire, ora seduto al tavolo degli inglesi. Sarà stato il Gost Biryani, il Vindaloo, sarà stato il ballo di Tiziana o la sua recita come in un sogno di alcuni passi di Shantaram: «Le antiche leggende sanscrite narrano di amori predestinati, di connessioni karmiche fra anime destinate a incontrarsi, urtarsi e incastrarsi a vicenda. Le leggende dicono che l’amata si riconosce all’istante perché si ama ogni suo gesto, ogni suo pensiero, ogni movimento, ogni suono e ogni stato d’animo che balena nei suoi occhi. La riconosciamo dalle sue ali – ali che solo noi possiamo vedere – e dal fatto che lo struggimento per lei annienta ogni altro desiderio d’amore. Queste leggende avvertono anche che simili amori predestinati, possono possedere una e una sola, delle due anime che il destino ha fatto incontrare. Ma in un certo senso la saggezza è l’opposto dell’amore. L’amore sopravvive in noi proprio perché non è saggio.šŠ» Tiziana stava vivendo un periodo particolarmente intenso presa dalla sua furia d’amore non corrisposta per un ragazzino di diciannove anni conosciuto su Facebook, lei che di anni ne aveva trentasette.
Gioti continuò a parlare di energia psichica con un grande trasporto agitando le sue grasse mani in dei movimenti a ventaglio sopra la testa di nonna Shanti e con un tale fervore che tutti rimasero incantati e rapiti e declamò ad alta voce alcuni passi del Mahabharata dove si parla del sesso neanche troppo velatamente. Tiziana, al suo quindicesimo prosecco, prese la palla al balzo declamando ancora le sue doti amatorie e Manrico dovette intervenire per la terza volta. Come il più grande retore mai esistito sulla faccia della terra, Gioti proseguì narrando i passi salienti dell’epica guerriera del Mahabharata dettata dal veggente Vyasa al dio Ganesh, Gioti stesso, che è raffigurato nell’iconografia con una zanna spezzata visto che nella foga della trascrizione il pennino si ruppe e lui, Ganesh, si staccò una zanna per sostituirlo. Si presero forma al tavolo degli inglesi, scene di un paese inverosimile, le stesse che gli avi di coloro che stavano ora lì al quel tavolo dovevano aver esperito a partire da quattrocento anni fa. Il tavolo degli inglesi ben presto divenne. sotto gli incessanti colpi affabulatori di Gioti. un’ampia distesa al confluire di due fiumi dove si svolgeva il più grande raduno religioso mai visto, come stare al grande Kumbha Mela del 2010. Dicono che in India, a seguito della rielaborazione di queste cerimonie nelle stagioni dei festival che si svolgono nei mesi di Agosto e Settembre, poco prima della stagione delle grandi piogge, come cose fatte ad uso del consumo, come in ogni parte del mondo, l’unico grande problema sia l’inquinamento acustico, il rumore di cimbali, canti, piatti e grandi strumenti a fiato che inondano l’ambiente e certo non fanno da degno contorno e accompagnamento alla meditazione. Quella che anche lì nel prato nella villa di famiglia di Moveros non poteva essere certo favorita fra il rumore dei bambini schiamazzanti, le performance ora cantanti ora poetiche o presunte tali di Tiziana e le urla e grida sguaiate dei vari altri partecipanti a quella cena in preda a più o meno potenti estasi alcoliche. Tiziana esordì di nuovo con le sue vicissitudini gastronomiche sul fatto di antipasti, primi e main course, ma tutto oramai si era confuso in una nebbia fitta di risi saltati con semi e noccioline, polli disossati e in salsa di erbe, anacardi, lenticchie e polpette di formaggio. Gioti, lo sapeva ed era il signore di quella cucina, di quella festa, di quella farsa, di quel rito, eppure circuiva tutti quanti con il suo pontificare sul fatto che quelli, gli antipasti, rispondendo a Tiziana, fossero in realtà solo degli assaggi e propedeutici alla main course dove allo stesso modo lo si poteva ancora trovare lì in mezzo ai tavoli come su un baldacchino reale e dal quale, sosteneva,avremmo finalmente raggiunto una specie di illuminazione, dove avremmo potuto passare attraverso diversi stadi di Samsara e vivere a fondo la vera esperienza dell’India più profonda, finanche a vedere lì materializzarsi la figura di Purusa, l’uomo cosmico Signredell, essere che fu sacrificato e dal cui corpo nacquero le caste. Su ponti e passerelle semoventi noi pellegrini e sudditi che ci trovavamo al confluire delle acque dei fiumi sacri, avremmo fatto spazio a quella celebrazione fatta di recite di Chakra eseguite alla velocità della luce sotto la guida attenta e severa di Dio-Ganesh-Gioti, sacerdote re e custode della religione della Dea Madre:

Vieni, Madre, vieni!
Perché terrore è il Tuo nome,
La morte è nel Tuo respiro,
E la vibrazione di ogni Tuo passo
Distrugge un mondo per sempre. Vieni, Madre, vieni!
La Madre appare
A chi ha il coraggio d’amare il dolore
E abbracciare la forma della morte,
Danzando nella danza della Distruzione.

Vivekananda

Saranno state tutte quelle spezie a raschiare e seccare gole ed esofagi, fatto sta che come in un circolo vizioso e contagioso, tutti furono portati a bere assumendo quello che era sul buffet di essenzialmente alcolico per mandar giù quella roba e altre visioni si sovrapponevano anche ai più cauti e morigerati. Ai tempi degli antichi Dravidi, narrò Gioti, prima della civiltà Vedica, non era considerato immorale in palazzi color ocra che si stagliavano come miraggi nelle campagne in mezzo a pagode sparse qua e là, a caso, che lì in questi palazzi crudeli sovrani organizzassero lotte di leoni, adibendo un’arena dove venivano gettati schiavi e senza casta insieme a scimmie che fino a poco prima avevano riempito gabbie, con ricche finiture ornamentali, della corte interna, il giardino del re. Per questo Gioti si sentiva un sovrano illuminato. Divenne in quel frangente più cauto e illustrò a un uditorio che gli si faceva sempre più numeroso attorno altre immagini di un paese sorprendente e prestigioso, un paese di cui lui Gioti, l’elefante, il grassone, perché il ventre obeso sono i tanti universi, appariva il rettore supremo. Anche i fratelli di Moveros, che invece se ne stava in disparte sorseggiando birra Pilsen riportata dalla Germania, si fecero attorno. Moveros ha due fratelli, lo strizzato, un ragazzone di venticinque anni con problemi di schizofrenia e De Andrade, il calcolatore, il super-razionale, con il quale lavorava insieme e svolgeva il ruolo di contabile nella ditta ereditata dal padre morto di leucemia fulminante due anni prima. Infine lui Moveros, l’equidistante, che ascoltava quasi in maniera distratta. Gioti rimase alcuni minuti in silenzio, come per dare il senso del ritmo, una pausa narrativa o semplicemente uno stacco fra portata e portata, un momento di riflessione e di ripresa del giusto contegno anche per tutto l’uditorio visto che si apprestava il momento del taglio del dolce, questo sì definitivamente occidentale, la torta di Moveros, un millefoglie con crema chantilly con le cinquanta candeline che sembravano replicare il Diwali, la festa delle luci. Quella prosaica celebrazione del taglio della torta fu accompagnata ancora dai racconti di Gioti sulle pietre preziose della sua terra immaginata e sognata, agate, onice e lapislazzuli che furono forse le suggestioni del nostro re date dalle decorazioni del dolce di compleanno e dalle scaglie di cioccolato. Con tono che si fece ora quasi malinconico e come ricordando un passato ormai perduto disse: «mi arresi all’India come facevo ogni giorno e come continuo a fare quotidianamente, in qualunque parte del mondo mi trovi.»
Ricordò ancora il suo paese, del quale evidentemente sentiva ora forte il morso della nostalgia, spiegando che in tutte le case c’è un piccolo tempio domestico dove si offrono doni alle divinità, fiori, frutta e bastoncini di incenso. Parlò ancora di queste divinità che disse ora con rammarico e lo sguardo basso non erano divinità calcolatrici come da noi. Parlò del lago sacro di Gandhara vicino al quale era nato.
Quello che poco prima era quella terrazza sulle colline, nella villa di famiglia di Moveros e cioè un’estasi orientale a passi di danza e in pieno potere del re elefante Gioti, il santone, lo sterminatore, il finto giovanottone, tutto intabarrato da comparsa di Bollywood; l’illuminato che non se ne scendeva più dal suo piedistallo intonando e rimando canti mistici medievali e ritardando il suo ritorno sulla terra dovendo riacquistare le sembianze del titolare della ditta di catering, succursale del ristorante indiano più ricercato in città. Iniziò poi lentamente a digradare con l’attenuarsi dell’effetto dell’alcol.
Tiziana intanto era stramazzata finalmente priva di sensi su un divano, proprio al momento del taglio del dolce, anche se il momento dei dessert fu accompagnato dal Lassi, lo yogurt tutto indiano dai colori pastello del pistacchio, banana e mango. Fu l’unico momento nel quale anche i miei suoceri, una semplice coppia inoffensiva che, quasi come due pesci fuor d’acqua, in tutta quella stereotipata eleganza erano rimasti tutta la serata quasi nascosti ad un tavolino dietro ad una siepe si avvicinarono al tavolo del buffet dove si svolse la celebrazione: foto di rito, spegnimento delle candeline e taglio della torta. Sarà poi stato il politeismo e la tolleranza intrinseca a queste divinità non competitive e aggressive, ma l’idea di questa cena indiana cominciò senza fratture violente a sfumare e tutto a ritornare alla realtà del luogo dove ci trovavamo, la splendida terrazza al chiaro di luna, sulle morbide colline e tutti noi a fare ritorno lentamente ai nostri usi e costumi. Solo Manrico osservava misterioso e con un sorriso enigmatico da dietro una fioriera.
Intanto i bambini continuavano a scorrazzare nel prato, nonna Shanti, visto che cominciava a far fresco per lei, fu accompagnata da Paul nel salone interno della villa, da dove intanto Cristina, mentre io avevo iniziato a parlare con Gioti, mi fece cenno di andare da lei per farmi vedere una cosa, una specie di pianola vocale che era il dono degli inglesi e in particolare di suo cugino Paul. Gioti che ora appariva, a fine cena, rilassato, sbiadito, quasi più magro, mi parlò delle difficoltà nel quale si trovava con il lavoro, che benché il suo ristorante lavorasse a pieno regime e con il catering si pavoneggiava aver servito i più grandi matrimoni indiani svolti in Italia, ultimo dei quali, mi spiegò con tutti i suoi pomposi ragguardevoli dettagli, quello del figlio del secondo produttore mondiale di bottigliette di plastica, benché tutto ciò, disse, è difficile mantenere il passo qua in Italia, con le tasse che si pagano la metà va allo stato, si rabbuiò e mi diede di gomito in modo complice come se fossi io a decidere se avevamo bisogno della fattura o meno. Avrebbe dovuto chiederlo a Lucrezia se fosse stata sua intenzione la fattura intestata alla ditta del marito o se bastava un foglio di carta straccia. Gioti, Ganesh, il dio Elefante si sgonfiò ulteriormente di fronte ai miei occhi quando realizzai che tutte quelle cose sul suo catering, sui viaggi in tutta Italia a bordo di tir portentosi, con attrezzature fantasmagoriche ed enormi Mandapa da montare nei giardini e ville più esclusive, potevano essere delle pure invenzioni, se è vero che se ne stava in un sabato sera di settembre, stagione chiave dei matrimoni, alla pur dignitosissima villa di mio cognato Moveros con non più di quaranta persone per una festa di compleanno. Che lui direttamente, il capo e fondatore di quell’impero gastronomico esotico, fosse lì con il suo assistente stonava nel contesto; l’assistente, come lo chiamava Gioti, a questo punto immagino in realtà fosse un ragazzo sottopagato e preso in ostaggio, giunto dall’India e al quale Gioti stesso aveva sottratto il passaporto, almeno finché questo non avesse saldato il debito contratto per farlo arrivare in Italia da irregolare, come nel più classico racket dei clandestini.
A questo punto, il corteo delle ragazzine festanti, le piume di struzzo agitate al vento, il fuoco sacro del Mandapa e tutto il resto scomparvero dalla terrazza e dalla villa intera e dell’India rimase solo nell’aria quell’odore di curry e di spezie che il giorno dopo avrebbero causato, a tutti gli astanti lì presenti, epici dolori intestinali, anche per la quantità di alcol assunto, che sarebbero sfociati in delle, comunque salubri, sedute al gabinetto per tutti quanti. Ancora per poco sarebbe rimasta quest’India, forse solo immaginata, almeno fino a poco dopo sulla via dei saluti, quando Gioti, con alle spalle il fido assistente mi incrociò ancora, mentre stavano smontando le caprette dei tavoli buffet, pronti per andarsene, e volle aggiungere che aveva una pendenza con l’Inps di 24.000 Euro per contributi non versati che avrebbe cercato di concordare in qualche modo, magari con l’aiuto di qualcuno, forse di Moveros stesso, sia che lui, tramite Lucrezia, perché la cena indiana fu una sorpresa, gli avesse richiesto la fattura intestata alla ditta o meno. Questo, stando alla recensione che Lucrezia volle mettere su Tripadvisor, non è dato saperlo e io, in tal senso, sono abituato a farmi gli affari miei, non so come siano gli indiani, in tal senso, ma io sono italiano. Le sensazioni di Lucrezia sulla cena e la serata in generale sono raccolte su quel sito internet in quelle poche righe pubbliche dove si parla oltre che della qualità del cibo, dell’eleganza e del prezzo onesto, di come nel giro di due ore è come se tutti avessero fatto un viaggio in India, in qualche modo, e dove si accenna anche alla presenza di un misterioso uomo di media età, ad occhio e croce sui cinquantacinque anni, che se ne stava spesso in disparte, alcune volte richiamando i partecipanti più esagitati all’ordine e che nessuno alla fine sapeva esattamente chi fosse.

– A illustrare il racconto, un’opera di Nick Gibson.

Simone Bachechi
Nato nella campagna toscana fra campi di mais, zucchine, melanzane e carote e aie piene di galline, oche e anatre, pensai di trasferirmi a Firenze per studiare filosofia teoretica passando gran parte della mia gioventù su testi di Rudolf Carnap, Saul Kripke, Ludwig Wittgenstein, il circolo di Vienna ed altre amenità: quando si dice due braccia rubate all’agricoltura. Poi ho fatto altre cose e per resistere, vivo nascosto, leggo soprattutto racconti, ogni,tanto ne scrivo e non sopporto quelli che dicono ci aggiorniamo, perché le parole sono importanti.

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