C’era una volta un TROPPO di troppo

Pubblicato il Pubblicato in Chef per un giorno, Piatti Unici, Surreale
Slowly Drift Away - Souther Salazar
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995 parole; tempo di lettura stimato: 5 minuti circa

C’era una volta un mondo governato dalla rapidità e dalla produttività. Un mondo in cui la sintesi vinceva sempre sull’analisi. Un mondo in cui la bidimensionalità aveva scavalcato a piè pari la tridimensionalità. Un mondo in cui, per arrivare illesi e vittoriosi al fine, si consigliava caldamente di prendere mezzi rigorosamente ad alta velocità. Si chiamava il mondo delle Nuvole Rapide: “Nuvole” perché i suoi abitanti si adeguavano ai modelli imposti dalla società accettandoli acriticamente proprio come le nuvole assumono le forme dettate dal vento; “Rapide” perché, rapidamente soddisfacevano tali pretese di conformità.
E poi c’era una bambina che di correre non ne voleva proprio sapere. Amava fare scorpacciate di analisi a colazione, pranzo e cena e sembrava intollerante alla sintesi. Adorava soffermarsi sulle cose e girarci attorno come fanno le api con i fiori, per poterle osservare da diverse angolature. Ai treni ad alta velocità preferiva camminare, per poter calpestare con i propri piedi ogni centimetro percorso. Si chiamava VaLentina(C)améliePenelopeOliveAliceJennyArianna: un nome complesso per una bambina amante della complessità.
Fin da piccina VaLentina(C)améliePenelopeOliveAliceJennyArianna aveva manifestato una grande curiosità per il mondo delle Nuvole Rapide e il suo funzionamento e ogni momento era buono per interrogare i grandi sul perché delle cose: «…e cupè?» esclamava rivolgendosi ai grandi non sapendo ancora pronunciare l’arzigogolata parola “perché” (una parola complicata, per lei che pizzicava la “R”).
«Fai TROPPE domande!» le ripetevano i grandi.
«Fai domande TROPPO bizzarre!» le rispondevano, quando non sapevano soddisfare la sua curiosità.
Con il passare degli anni, VaLentina(C)améliePenelopeOliveAliceJennyArianna crebbe e la sua curiosità con lei. Crebbero anche la voglia e il bisogno di raccontare ciò che i SUOI occhi vedevano. Forse per sdebitarsi delle TROPPE domande fatte. O, forse, per poter condividere con gli altri abitanti questo universo così complesso.
VaLentina(C)améliePenelopeOliveAliceJennyArianna, si chiedeva: «Se è vero che, della realtà, possiamo dare tante letture quante gli occhi che si accingono a leggerla, allora è anche vero che ognuno scrive con i propri occhi un libro che racconta il mondo attraverso i SUOI occhi. Perché allora non possiamo condividere i libri che ciascuno di noi ha scritto?» si chiese e provò – questa volta da sola – a cercare una risposta alla domanda che si era posta: «Forse perché non si ha tempo per leggere i libri scritti dagli occhi degli altri. Tuttavia, la cosa buffa di questo mondo così frenetico è che, nonostante non si riesca a trovare il tempo per leggere i libri degli altri, il tempo per farne ugualmente una recensione sembra non mancare quasi mai».
Gli abitanti del mondo delle Nuvole Rapide sembravano in possesso della licenza di giudicare senza guardare ed emettevano perciò sentenze – a volte lapidarie – sui libri degli altri senza però andare oltre alla copertina. Giudicavano di fretta, perché di fretta andavano.
E così capitò spesso che quando VaLentina(C)améliePenelopeOliveAliceJennyArianna provava a raccontare il SUO mondo delle Nuvole Rapide spesso si sentiva dire:
«Pensi TROPPO»
«Scrivi TROPPO»
«Ragioni TROPPO»
«Sei TROPPO profonda»
Di fronte a tali commenti VaLentina(C)améliePenelopeOliveAliceJennyArianna era infastidita e disorientata. Infastidita perché la forma nella quale erano confezionati tutti quei TROPPO aveva indubbiamente l’aspetto di una critica senza veli e senza fronzoli. Disorientata per il contenuto di quei giudizi, che VaLentina(C)améliePenelopeOliveAliceJennyArianna – diversamente dai suoi interlocutori – non riusciva a percepire come squalificante: «Cosa può esserci di male nel pensare, nel riflettere e nell’andare in profondità? Cosa significa “TROPPO”?» si chiedeva. Così andò a cercare una risposta nel dizionario. A fianco a quella parola per lei così ingombrante, trovò: “Tròppo: avv. In misura eccessiva, più del giusto o di quanto è necessario, opportuno, conveniente”. «E quale sarebbe la giusta misura? E, nel caso esistesse, sentiamo un po’: chi l’avrebbe stabilita questa misura? E perché non è stata scritta da qualche parte? Che so io: sulle tavole dei dieci comandamenti, per esempio. Oppure sotto forma di postilla in calce alla Costituzione. E poi: “necessario”, “opportuno” e “conveniente” ma a chi? Esiste una soglia oltrepassata la quale si rischia l’overdose cerebrale? Una sorta di deterioramento improvviso causato da un’iperusura dell’organo?» si interrogava sempre più interdetta. «La realtà può essere letta in tanti modi. Questi abitanti del mondo delle Nuvole Rapide hanno degli occhi molto diversi dai miei, ma ci saranno anche – in qualche angolo recondito del mondo – delle persone con gli occhi simili ai miei», si rispondeva. E nell’attesa di incontrare degli occhi simili ai suoi, capitò un giorno, che uno di quei “TROPPO” fu davvero di troppo e fece traboccare il vaso colmo di tutti quei “TROPPO”.
«Tu scrivi TROPPO», le disse un abitante dagli occhi tanto diversi dai suoi.
La verità è che VaLentina(C)améliePenelopeOliveAliceJennyArianna avrebbe potuto tranquillamente rispondere – come spesso aveva fatto in passato – con una risatina o con un banale: «Io scrivo TROPPO?! Immagina allora quanto parlo!! Sono affetta da logorrea cronicamente acuta!!», incassando elegantemente la critica e giocando a prendersi in giro – come ormai aveva imparato a fare per difendersi dagli attacchi provenienti da quegli occhi così pungenti, con quella dose di autoironia pescata prontamente dal suo fornitissimo kit di sopravvivenza. Ma la verità è che quella risposta le sarebbe stata decisamente stretta. E così, a quel «Tu scrivi TROPPO» decise di rispondere: «La verità è che scrivo TANTO, penso TANTO, odio rimanere in superficie e adoro fare escursioni a mille metri di profondità (ah, quante cose ci sono in profondità e quante poche persone ci sono a vedere quelle cose), amo fare l’autopsia ai pensieri e perdermi nei miei labirinti cerebrali. Ecco: io ho usato l’avverbio “TANTO”, diversamente da te che hai preferito usare l’avverbio “TROPPO”. Perché in fondo chi sono io per dire “TROPPO”? E chi sei tu per dire “TROPPO”? Ma poi “TROPPO” in relazione a chi? A cosa? Esistono dei canoni o delle norme? E, nel caso, dobbiamo per forza tutti omologarci a quel canone, a quella norma? “TROPPO” è – a mio avviso – una di quelle parole pericolosissime (come “sempre” e “mai”) che bisognerebbe maneggiare con estrema cautela e parsimonia, ma forse tu sei TROPPO superficiale per capire la differenza tra “TROPPO” e “TANTO”. PurTROPPO».

– A illustrare il racconto, Slowly Drift Away di Souther Salazar
Silvia Letizia
Nasco a Torino – città nella quale vivo e di cui sono profondamente innamorata – nel 1984. Laureata in psicologia, mi ritengo una cacciatrice di arte di strada, una giocoliera di parole, una ricamatrice cerebrale.
Affetta da binge-thinking disorder cronicamente acuto, ho deciso di fermare su carta i grovigli cerebrali che frullavano nella mia testa per fare un po’ di ordine.

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