Concerto per piano

Pubblicato il Pubblicato in Chef per un giorno, Piatti Unici, Surreale
Concerto Per Piano 1
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Il maestro Wiczlaw avrà avuto a occhio e croce una settantina d’anni. Era stato direttore d’orchestra presso i più importanti teatri d’opera dell’Europa orientale prima del manifestarsi della sindrome depressiva. Ci fermavamo a parlare la domenica sulla terrazza della clinica quando il tempo lo permetteva. Cercavamo di assorbire tutto il sole possibile sulla nostra pelle aggrinzita, incenerita dalle pillole e da quelle stanze spoglie e ombrose. Quella domenica mi parlò delle sinfonie di Bruckner, della grande tradizione lirica russa, mi spiegò come la Georgia, ex repubblica sovietica, fosse un’enclave di amanti dell’opera. Da secoli, disse, anche i contadini canticchiavano arie di Verdi, Rossini, Bellini e le ragazzine andavano la domenica a fare il bucato al fiume biascicando tutti i tardo romantici come in un fantastico insieme. Perfino Stalin, disse, era un tenore di ottimo valore, oltreché provetto poeta. Il discorso andò a finire, non ricordo perché, su Mahler e il maestro disse che Mahler era indubbiamente un grande compositore, ma che non era adatto a essere ascoltato la mattina, al risveglio, troppe spigolosità, troppa inquietudine. La mattina lui suggeriva Mendelssohn-Bartholdy, Chopin, Schubert al limite, ma non Mahler. Fu con lui che durante quelle nostre conversazioni, a partire dalla seconda settimana della mia degenza nella clinica, mi sembrava di tornare lentamente a galla. Sarà stato quel suo modo rotondo e corposo di parlare, quel suo accento quasi tedesco che si sovrapponeva a un italiano coltissimo, sarà stato il suo amore per la musica che riuscì a contagiarmi fino quasi a sollevarmi da terra. Lui aveva la musica e la musica aveva lui. Me ne resi conto quando quell’uomo di età ormai avanzata, nel suo pigiama celeste e con gli occhi bellissimi e velati, cominciò a parlarmi della Norma di Bellini e soprattutto quella domenica, quando mi fece una sua personale lezione e ascolto del Concerto per piano numero 2 in Fa maggiore, Opera 102, movimento andante di Dmitry Shostakovich. Questo disse:
«L’ingresso degli archi è lamentoso e morbido come verdi colline, sono loro lo scheletro e la base sulla quale si poggia la melodia, la preparazione alla bellezza, l’ingresso del piano nel tema principale, gocce di pioggia in un giardino in autunno circonfuso nel verde. Al suolo lenti asfodeli, cristalli di purezza e precisione, onde di note che sfuggono mentre le inseguiamo. Matematiche gocce libere poco dopo nel loro ticchettio rotolante da bicchieri sui tasti veloci. Sotto, gli archi cantano amori lontani, e preparano la geometria di una seconda cellula, un trotterellare di giovani puledri bianchi che fuggono di lato dal loro recinto e svaniscono nella nebbia. Non c’è paura, non c’è fragore alcuno, è tutto leggero e accade lì, un rintocco, un timpano solo accennato, per un istante, poi più niente. Suoni che convergono verso un destino che sembra volto alla riproposizione del tema principale, due arpeggi che suggeriscono l’apoteosi che non è ancora. E poi tornano i puledri bianchi che trotterellano e se ne vanno e lì è l’apoteosi. Due passi in due passaggi che scivolano via, insistiti e scanditi in un vaso di terracotta ancora umida a mandare i suoi riverberi rotondi e sospesi in aria sopra alla bocca, si riaffacciano ancora per un attimo i giovani puledri bianchi e ti dicono che la bellezza erano loro, forse ti ingannano.»
Io vedevo la musica in placche ottagonali davanti a me che aspettavano di andarsi a incastrare nella corteccia cerebrale come in un puzzle. Assaporavo le placche, quasi le toccavo. Avevo le lacrime agli occhi e mi trovai a disegnare strane figure, sali e scendi delle mani in un ballo solo mentale, annodando fili d’aria, mentre immaginavo la pioggia che finiva di cadere lenta, svanendo come era arrivata, e con gli archi che si assopivano anche la musica finiva.
Dopo quell’ascolto pensai che ancora c’era una speranza per chiunque avesse saputo ascoltare. Quella settimana, tre giorni dopo fui dimessa. Il maestro Wiczlaw non l’ho più visto.

Simone Bachechi
Nato nella campagna toscana fra campi di mais, zucchine, melanzane e carote e aie piene di galline, oche e anatre, pensai di trasferirmi a Firenze per studiare filosofia teoretica passando gran parte della mia gioventù su testi di Rudolf Carnap, Saul Kripke, Ludwig Wittgenstein, il circolo di Vienna ed altre amenità: quando si dice due braccia rubate all’agricoltura. Poi ho fatto altre cose e per resistere, vivo nascosto, leggo soprattutto racconti, ogni,tanto ne scrivo e non sopporto quelli che dicono ci aggiorniamo, perché le parole sono importanti.

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