Da Viareggio a La Spezia

Pubblicato il Pubblicato in Chef per un giorno, Piatti Unici, Urbano
Over the cliff - Jo Muench
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A illustrare il racconto, Over the cliff di Jo Muench

Carla quella sera anticipò di un’ora il suo arrivo sulla scena di sempre, partì da casa alle ventuno. A bivaccare e pallide in volto al calore del falò c’erano le compagne, alcune riverse sull’asfalto, altre sedute tra echi di risate, ai bordi del litorale versiliese, sotto alberi che la sera tingeva di un giallo sporco pettinati dalla brezza che giungeva dal mare. Domandò a Elsa se la serata fosse iniziata bene e quanto avesse già guadagnato, ma la ragazza non le rispose, e rimase da sola seduta al margine del marciapiede in balìa del sonno che le cuciva le ciglia, scompigliata dal vento. In pochi istanti il buio scese come cenere divorando, quasi come acqua scura, la strada maestra. La notte – pensò, in un lampo d’introspezione – per chi vive in strada è come il giorno, un tempo infinito in cui si perde ogni dignità e il proprio essere si frantuma come un bicchiere di cristallo. Da qualche tempo, infatti, non si sentiva più donna, ma un manichino immobile nella sua rabbia. Si accorse che il viale era coperto di foglie, come appena nevicato, una coltre scheletrica e marrone che le faceva male procurandole solitudine, come una morsa d’acciaio ai polpacci.
Le compagne si dileguarono lungo la pineta in compagnia di clienti e, salutandola col gesto della mano, ridevano senza una ragione. Solo Bianca, ubriaca come sempre per alleviare il dolore delle botte di Alì, rimase con lei e alzandosi annusò un po’ di notte ricadendo su se stessa senza parole. Allora Carla le domandò qualcosa, le chiese di Peggy, l’altra compagna, ammazzata in un atto d’intimità. Un cliente si soffermò, i fari della macchina recisero il buio del manto stradale, e la voce dell’uomo disse: «Quanto vuoi?» Carla non rispose e, contando i suoi passi come un poeta fa con le sillabe, tornò al falò dando le spalle alla notte e il volto alla fiamma. Il fuoco che bruciava cartacce, copertoni, sottili rami trovati lì per lì, destava in lei una riflessione profonda. Le faceva pensare a Pablo, il suo uomo, per non dire il magnaccia che sin dal primo giorno l’aveva costretta a vendersi in cambio di un falso amore, per spezzare quel senso di solitudine, come si fa col vino mischiandolo con l’acqua. Lei amava profondamente Pablo, consapevole di non essere ricambiata, ma le andava bene così. Sin da ragazza le avevano insegnato che le cose hanno un prezzo e che non tutte sono ripagate con il giusto valore. La storia con Pablo era triste, ma lei non sapeva cambiarla, né sapeva come finirla. Aveva sposato l’uomo che era ancora una bambina, una semplice ragazza della lucchesia interna, da sempre abituata a stare nei campi e a non concedersi al mondo. Persino la città, come del resto la sua vita, le sembrava una prigione dal perimetro incerto, sfocato, che la notte bagnava d’umidità e di una spenta allegria. Credeva, stanca della sua vita, d’essere un pollo rinchiuso nel canestro del pollaio in attesa della libertà. Sentiva smarrirsi, perdersi in un labirinto di strazianti ricordi, di viaggi percorsi a ritroso, in un rigurgito di stomaco. Si mise a cantare, tanto per ammazzare l’attesa, in un sommesso mugolio che la luce della fiamma sembrava incalzare dando risalto alla mimica del volto. Cantava e nel cantare sembrava ritrovarsi, naufraga da mille pensieri, anche se consapevole d’essersi sommersa a picco con la prua della propria vita. Nel frangente arrivò Barbara, congedatasi dal cliente, imbellettata come un albero di natale. «A Ba’, come te sei conciata stasera» le disse. La ragazza non le rispose, e la semplice constatazione si spense nel buio come un grido laceratosi nel vento. Riprese a cantare il solito motivetto, l’aria sopra la quale ogni notte cuciva delle parole nuove.
Un’automobile sfrecciò verso di lei, a fari spenti, e lo riconobbe. Pensò che tra le tante, forse, sarebbe stata la prescelta. Il finestrino si ripiegò su se stesso, come un foglio di carta, e il volto del cliente emerse illuminato dalla luce dell’abitacolo: «Vengo» disse lei, e dintorno tornò il silenzio. Salì a bordo dell’auto senza fare cenno alle amiche in attesa. La macchina incolore – così le sembrò un istante prima – se la portò via senza esitazione, senza rumore, come una fredda lama nell’addome di una vittima qualsiasi, all’altezza delle reni, col pretesto di vederne presto il sangue e di gustarne l’odore. Antonia vide nel chiaroscuro della strada allontanarsi l’auto, neppure un cenno con la mano, qualcosa che lasciasse presagire un “arrivederci”, che tutto scomparve: lasciandosi dietro solo i fumi notturni. L’uomo alla guida parve muto alla ragazza, che una volta salita non riusciva a vederne il volto. Pensò che in quell’auto, nell’ora tarda della notte, la sua vita fosse in procinto di arrivare al capolinea, come era successo a Peggy, qualche sera prima. Tutto sembrava strano, a cominciare dalla strada che l’uomo intraprese. Di solito i clienti non si allontanavano di tanto, al massimo potevano arrivare a Torre del Lago, mentre l’uomo che stava alla guida aveva sorpassato di gran lunga Viareggio e stava dirigendosi verso l’alta Versilia. L’auto si lasciava dietro alle spalle la darsena, la pineta, e, costeggiando il mare, procedeva verso una meta inedita. Carla era come inchiodata alla tappezzeria grigia dell’automobile e con lo sguardo cercava il volto dell’uomo silenzioso, mentre frugava nella borsetta in cerca di qualcosa che le sarebbe servito qualora lui le avesse fatto violenza. La notte disegnava ombre strane sull’asfalto che l’auto divorava procedendo la corsa, e le luci dei lampioni sobbalzavano a ritroso nell’abitacolo, sospese in un’atmosfera d’imbarazzante silenzio. «Come ti chiami?», gli chiese Carla, ma non ci fu risposta. L’uomo di colpo rallentò, rientrando nello spiazzo di un autogrill, e privo di gentilezza chiese alla donna se volesse un caffè. Carla gli rispose di sì: «resta in macchina, te lo porto io», le disse lui. Con gli occhi lei guardava il piazzale vuoto, il deserto che si faceva dintorno rotto solo dal rumore dei camion in corsa. Una piazza per metà coperta da lamiere di latta, sotto le quali c’erano le pompe del distributore, e per metà buia. Nel chiaroscuro, a distanza di circa duecento metri da lei, intravide una cabina del telefono e con foga si diresse per avvertire Pablo che tutto procedeva bene. Lentamente compose il numero sulla tastiera, ma appena l’uomo rispose di là dalla cornetta la comunicazione s’interruppe. Vide, infatti, con la coda dell’occhio una forbice recidere il filo e il telefono ammutolirsi. Si voltò, lo sconosciuto, che poco prima l’aveva caricata a bordo della sua auto, era lì, davanti a lei, con il bicchiere del caffè fumante e un paio di forbici. Non ci furono spiegazioni sul perché del gesto, lei rimase in attesa, a bersi il caffè, nel blu elettrico che illuminava la cabina. Subito dopo, trascinata con violenza verso l’auto, ripresero il viaggio. Carla ignorava dove fossero, in che parte della Versilia si trovassero, ma ben presto si accorse che stavano salendo verso le Apuane e che il bianco del marmo sporcava il buio della notte rendendolo pallido.
Fuori si faceva chiaro, l’alba invadeva ogni angolo del creato di un giallo opaco, e Carla vedeva ora, sempre seduta nell’auto, le Apuane farsi bianche e Seravezza grigia nella sua umile bellezza, per qualche istante prima di riscendere verso La Spezia. La strada s’inclinava secondo la collina alternandosi in discese e salite, sino ad arrivare di nuovo a valle dove, parallela e orizzontale, costeggiava il mare, sotto un cielo sempre più azzurro. L’abitacolo dell’auto era illuminato dai teneri raggi del sole, e tra i sedili e il cruscotto un vortice di polvere sembrava fuggire verso il vetro anteriore. Faceva caldo. Carla decise di togliersi la giacchetta di lana e la sciarpa beige, al punto di rimanere seminuda con addosso solo una maglietta scollacciata all’altezza del seno. Riprese così a naufragare nei soliti interrogativi, a pensare alle compagne di vita che, vista l’ora, si ritiravano nei loro rifugi, e come un lampo le ritornarono in mente tante cose. Ricordò, scorrendo con lo sguardo un calendario che fuoriusciva dal cruscotto, che proprio in quel giorno cadeva l’anniversario del suo matrimonio con Pablo. Un’unione senza limiti, dalla quale l’unico frutto avuto fu scaricato nella tazza del water di un anonimo vespasiano trovato per caso. Una maternità non voluta ma alla quale si era legata e che a forza fu respinta dall’uomo con violenza, al punto d’essere spenta nell’egoismo più sfrenato, tra l’acqua gialla d’orina nell’imbuto bianco e l’eresia della bestemmia. Mentre era in preda a domande senza una risposta, le apparve La Spezia, cristallina e pallida nello spazio silenzioso del mattino. Le apparve come una città nuova, un mondo quasi senza dolore, dove l’alba e il tramonto si alternano senza scompigliarne la bellezza dei dintorni.
L’uomo finalmente parlò. Disse che il suo nome era Felice e che da circa un anno le faceva la corte. Aveva uno studio a Forte dei Marmi, un gabinetto notarile del quale era proprietario. Era solo, non aveva né moglie né figli, e le sole persone con cui riusciva ad allacciare un rapporto umano erano i clienti, conoscenze che si limitavano allo scambio di battute e a discussioni sul presente durante le pause d’ufficio. In pochi istanti le confessò il suo amore, le attenzioni lunghe un anno, gli inseguimenti notturni, gli slanci d’umore, le gioie e le frustrazioni. Felice era al corrente di tutto sulla vita di Carla, persino dell’aborto clandestino. Era follemente innamorato, al punto di farle una promessa di matrimonio in cambio di una vita agevole, degna di una donna della sua intelligenza. Carla era frastornata, ma pronta a dire sì. Sul lungomare si respirava un’aria domenicale, i ragazzi si divertivano a giocare tra loro, e dolci aquiloni volavano tra il cielo e il mare. I due si baciarono, s’intrecciarono, si scoprirono a vicenda nei loro corpi, in un confronto passionale sino a quando Felice non la penetrò, nell’idea discreta di darle un figlio. Carla ora si sentiva donna e gli parve di dimenticarsi di tutto: di Pablo, delle compagne, di Viareggio, della sua vita passata. Per lei iniziava una stagione nuova, forse una redenzione. L’uomo, con la stessa delicatezza, con la solita bramosia, uscì da lei lasciandosi cullare dall’idea d’averle nascosto nel ventre un seme, d’averle fatto dono di un legame, di una ragione intramontabile, che questa volta avrebbe decretato per la ragazza un cambio di rotta. Tutto adesso tornava, ma fu questione di pochi istanti: un’auto sopraggiungendo dal lato sinistro della strada venne a schiantarsi contro di loro. Il rombo lacerò ogni progetto, incrinò il cielo sopra la loro auto, entrando dal vetro posteriore oramai in frantumi. Nell’abitacolo tra gli schizzi di sangue e frammenti di vetro qualcuno avrà intravisto i loro corpi immobili, pallidi, la loro vita innalzarsi verticalmente in una fuga silenziosa. Avrà sicuramente visto Felice abbandonarsi dopo una lotta di pochi istanti, e avrà visto Carla, supina con il volto misterioso, confondersi tra la luce nel rosso dolore del suo ventre squarciato.

Iuri Lombardi
Iuri Lombardi, Firenze 1979, poeta, scrittore, saggista, drammaturgo. Ha pubblicato per la narrativa i romanzi: Briganti e Saltimbanchi, Contando i nostri passi, La sensualità dell’erba, Il cristo disubbidiente, Mezzogiorno di luna. Per la Poesia: La Somma dei giorni, Black out, Il condominio impossibile; lo zoo di Gioele, La religione del corpo come racconti: Il grande bluff, la camicia di Sardanapalo, I racconti. Per la saggistica: l’apostolo dell’eresia. Per il teatro: La spogliazione, Soqquadro. Vive a Firenze. Dopo essere stato editore, approda con altri compagni nella fondazione di Yawp – l’urlo barbarico.

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