Dalle stelle, #1

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Dalle stelle, #1
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748 parole; tempo di lettura stimato: 4 minuti

Quando il Viandante smise di raccontare, mi accorsi di stare ancora tremando.
Trovammo il suo corpo esanime rinchiuso in un cerchio di fuoco, tra le macerie della nave su cui era giunto; sospeso sul picco consacrato a Phetsuma, Colei che governa dall’alto.
Era piovuto giù dal cielo, avvolto in una piccola stella in fiamme: un sasso rosso il cui sfavillìo risplendette sino al nostro villaggio.
Aveva la pelle rosea come quella di un cucciolo albino, priva di scaglia alcuna: tanto levigata da rendere appagante il solo toccarla. Le zampe inferiori, dalla lunghezza oscena, scendevano giù direttamente dal busto, eguagliandolo per estensione. Quelle superiori invece somigliavano più alle nostre, con la differenza che una delle cinque estremità, in cui entrambi gli arti culminavano, si distaccava dalle altre quattro, più affusolate. Il viso poi appariva irrealmente schiacciato: sormontato da una vistosa peluria del colore dei raggi stellari, con due narici prominenti incastonate al centro e una coppia di piccole gemme traslucide conficcate lì dove risiedono gli occhi.
Ciò che mi terrorizzava, che mi faceva percepire la sua assoluta alienità, era l’assenza della coda.
Mi chiesi come potesse manifestare le sue emozioni, comunicare con il prossimo o solo stringere il proprio compagno senza l’ausilio di una comunissima coda.
Una simile privazione lo spogliava di ogni familiarità: era materia ignota, sconosciuta. Spaventosa.
Con sommo riguardo, lo trasportammo dalla Sciamana in cerca di risposte. Lei lo accolse in silenzio ieratico: estrasse la sinuosa lingua biforcuta per umettarsi delicatamente le labbra, poi chiuse gli occhi e scosse la testa: il verdetto era incerto: lo straniero avrebbe potuto rivelarsi tanto un demone quanto un dono divino.
Lo adagiammo nel recinto prossimo al tempio dedicato alla Dea. I cuccioli sciamarono fuori da ogni capanna per radunarsi intorno a lui; preda di ingenua curiosità, si ammucchiarono l’uno sull’altro, attorcigliando le code in un inestricabile groviglio. Non c’era alcun dubbio fosse sempre intriso di vita: le narici gli si gonfiavano ritmicamente, insieme all’ampio petto; inalava e rigettava aria necessaria ad alimentare il suo sistema. Lo bagnammo con acqua fresca, come avremmo fatto per un nostro simile, e lo ungemmo con il composto fangoso che la Sciamana impastava per lenire le nostre ferite. Durante il suo sonno, per due volte vedemmo tramontare e sorgere i soli di Xantusia, Colui che irradia la luce. L’ultima covata non demorse dal vegliarlo tutto il tempo, in attesa di un movimento, di un gesto. Di un segno.
Fu proprio uno dei cuccioli, uno dei pochi che non si era lasciato vincere dalla spossatezza, ad accorgersi del risveglio: lo straniero sollevò gli arti superiori, tendendoli fino a dietro le spalle. Il piccolo allarmò i compagni, che a uno a uno si rianimarono per l’eccitazione: le code si intirizzirono e tutti gli occhi si concentrarono sul Viandante. Questo si girò su un fianco e cercò di riacquistare la posizione eretta, caricando il peso sulle leve inferiori, che non ressero lo sforzo, e lo fecero franare a terra. Un nuovo tentativo produsse risultati migliori: riuscì a sollevarsi; disorientato, si premeva i palmi sulla testa come per controllare che tutto fosse al suo posto. Non avvertì immediatamente le presenze d’intorno ma quando le mise a fuoco eruppe in un urlo viscerale. I piccoli, a loro volta impauriti, scattarono istintivamente all’indietro, drizzando le code a difesa del volto. Emetteva suoni indecifrabili, rochi, duri; quasi dotati di una loro precipua gravità. Scivolò a terra, nascondendosi dietro le lunghe zampe flesse. Il resto del villaggio prese coscienza del risveglio poco tempo dopo.
Tornato dalla battuta di caccia, lo trovai ancora immobile nel recinto: le sfere oculari erano le uniche sue parti in movimento, intente a sezionare ogni elemento circostante, bisognose di risposte.
I due soli calarono nuovamente e il consiglio si radunò per decidere del destino dello straniero: buona parte proponeva di allontanarlo dal villaggio, lasciando che la sua sorte si compisse nella Terra di Nessuno. Un’altra frangia premeva per l’esecuzione, paventando imminenti sventure e ritorsioni divine. La mia voce si iscrisse alla fazione più temperata, incerta sul da farsi. L’ultima parola però spettò alla Sciamana, sopraggiunta nel momento culminante: frustando la coda al suolo in atto solenne, impose di lasciare libero il prigioniero, per non ostacolare gli dèi. Il Viandante era stato partorito dal cielo, la sua venuta faceva parte del piano cosmico di Phetsuma. Nessuno aveva il diritto di contrastare il volere di Phetsuma, qualunque fossero le conseguenze.
Appena i soli proiettarono i loro raggi nel cielo, spalancammo i cancelli del recinto e il Viandante fu così libero.

– L’illustrazione del racconto è un’opera originale di Fritz Vicari, che ringraziamo.

Iago Menichetti
Nato a Pisa in un’ordinaria giornata d’agosto dell’89.
Trascorro buona parte del mio tempo a rispondere alla domanda «Ma ti chiami davvero Iago»?
Ciò che ne rimane lo dedico a scrivere e fumare sigari toscani.
Comunque sì: mi chiamo davvero Iago.

2 pensieri su “Dalle stelle, #1

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