Dalle stelle, #2

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Dalle stelle, #1
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891 parole; tempo di lettura stimato: 4 minuti circa.
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Passò del tempo prima di riuscire a comprenderci.
Al Viandante venne concesso di andare ovunque avesse desiderio, ma, ciò nonostante, si mantenne inizialmente restio al contatto. Scrutava i nostri movimenti, sezionava con lo sguardo i corpi, solcandone le linee, incuneandosi tra gli interstizi delle scaglie, analizzandone le forme.
In verità la prima cosa che fece fu scappare: appena comprese di non essere più costretto alla prigionia, non si trattenne dal correre a perdifiato, lasciandosi il villaggio alle spalle. Nessuno di noi lo inseguì. Alcuni restarono delusi, altri tirarono un sospiro di sollievo, io non seppi darmi una spiegazione. La Sciamana, invece, optò per il silenzio.
Non trascorsero molti cicli astrali che lo vedemmo ricomparire all’orizzonte. Aveva intagliato una grande foglia di melpa così da ricavarne una sorta di seconda pelle, con cui si era ricoperto: quella di cui era naturalmente dotato, oltre che straordinariamente liscia, non bastava a proteggerlo, così escogitò un simile espediente. La fibrosa lamina svolazzante lo faceva assomigliare a un enorme gacou spennacchiato, provocando le risa dei cuccioli accorsi ad accoglierlo; sangue fresco gli tingeva le fauci: in qualche modo, si era sfamato.
Forse per una sorta di disordine mentale, forse per stanchezza o forse solo per abitudine, tornò volontariamente all’interno del recinto sacro e si sdraiò a riposare. Aspettai che la luce si ritirasse, poi, timoroso, mi avvicinai a lui tanto da allungargli, con la coda, dell’acqua raccolta in una brocca. Ridestatosi, agguantò il recipiente e ne bevve avidamente il contenuto, che tracimò, in parte, per terra.
Aveva cacciato per nutrirsi e la sete vinceva la consueta diffidenza nei nostri confronti. L’aspetto poteva anche separarci, ma le necessità ci univano.
Aspettai che gli tornassero le forze e lo coinvolsi in una battuta di caccia. Soppesò con cura la lancia che gli misi in mano: l’arma sembrava essergli familiare. Ne tastò la punta, valutò il bilanciamento, la rimirò più e più volte, cogitabondo. Dall’espressione compresi che la morte non gli era estranea: il solo stringere quell’oggetto lo intristì. Alzò le due gemme oculari al cielo, riesumando, forse, ricordi sopiti.
Prese ad accompagnarci durante le spedizioni. Non impiegò molto a comprendere le dinamiche del gruppo: sopperiva alla scarsa agilità con le falcate delle lunghe zampe inferiore; poteva sopportare anche estenuanti tragitti di corsa, rivelandosi un perfetto apripista. Si guadagnò sul campo il rispetto dei compagni: ogni volta che facevamo ritorno al villaggio, con le carcasse delle prede strette in vita, i cuccioli gli si affollavano appresso, sorpresi dai celeri progressi. La Sciamana lo introdusse al nostro idioma: la sua lingua, breve e carnosa, non si lasciava ammaestrare facilmente, ma riuscì comunque a imparare abbastanza da poter finalmente comunicare. Superato lo scoglio del silenzio, iniziò, poco a poco, a diventare un membro della comunità.
Non era insolito sentirlo salutare ed essere risalutato la mattina, quando all’alba passeggiava lungo le strade dell’accampamento, per impararne la geografia. Trascorreva il tempo libero insieme ai piccoli della covata, che lo coinvolgevano nei loro giochi, nonostante l’assenza della coda: faceva sorridere vederlo tentare una guerra di fango o una gara di stritolamento, arrivando a stento con le pur ampie leve dove gli altri riuscivano facilmente grazie alla naturale estensione.
Quelle sessioni però non lo snervavano, anzi sorrideva, inaspettatamente rilassato. Furono i cuccioli a battezzarlo Viandante, o, in alternativa, Figlio delle Stelle.
La diffidenza si dileguò con la stessa semplicità con cui era comparsa; la Sciamana aveva dimostrato ancora una volta di essere una guida saggia e i tributi a Phetsuma si intensificarono. Gli dèi non ci avevano punito con un demone ma fatto dono di un fratello.
Proprio durante una cerimonia in onore di Colei che governa dall’alto, il Viandante si sedette a raccontare: intorno alle multiformi lingue di fuoco del braciere purificatore, danzavano le femmine della tribù scelte per accogliere la futura covata, in un intreccio fluido di code e corpi.
Lo straniero, seduto a fianco della Sciamana, godeva dello spettacolo come un qualsiasi abitante del villaggio, fino a quando, incapace di placare ulteriormente la mia curiosità, non mi accostai a lui per chiedergli cosa lo avesse spinto a percorrere i sentieri siderali tanto da giungere nel nostro minuscolo mondo. Solcato dalle ombre di fiamme in perpetuo divenire, mi rispose: il desiderio di vivere.
Allora descrisse un mondo lontano, popolato da esseri senza coda, intenti unicamente a odiarsi vicendevolmente. Un mondo colmo di bellezze, di prodigi, di meraviglie, devastato dall’avidità, dalla stupidità, dalla cecità. Un mondo dove gli unici oggetti che ancora contavano qualcosa erano le armi: armi come la lancia usata nelle battute di caccia, solo infinitamente più grandi, infinitamente più mortali.
Un mondo in cui sterminate distese di alberi e frutti e mari e esseri viventi erano stati ridotte a terre di nessuno. Un mondo dove l’ingombrante boato delle esplosioni aveva reso impossibile il dormire. Un mondo in cui la prima latrice di morte era l’aria stessa. Un mondo che non si preoccupava di conservare nulla, nemmeno la speranza. Un mondo in cui, anche se ci fossero state, le code non avrebbero trovato nessun senso di esistere, senza nessuno da stringere a sé.
Un mondo che concedeva a quelli come lui solo un’ultima possibilità: fuggire.
Ascoltavo quelle parole, osservando i corpi delle sacre danzatrici, fusi illusoriamente alle vampe cremisi, a cui presto sarebbe stato richiesto di ospitare il nostro futuro.
Quando il Viandante smise di raccontare, mi accorsi di stare ancora tremando.

– L’illustrazione del racconto è un’opera originale di Fritz Vicari, che ringraziamo.

Iago Menichetti
Nato a Pisa in un’ordinaria giornata d’agosto dell’89.
Trascorro buona parte del mio tempo a rispondere alla domanda «Ma ti chiami davvero Iago»?
Ciò che ne rimane lo dedico a scrivere e fumare sigari toscani.
Comunque sì: mi chiamo davvero Iago.

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