Divinità – Rowena

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La sposa cadavere -Tim Burton
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810 parole; tempo di lettura stimato: 4 minuti circa

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Tempo non più.

Avrebbe dovuto bruciarla, così come gli indigeni davano alle fiamme il corpo dei loro re-sciamani, per liberare il dio dalla carne. Restavano soltanto i suoi libri; li perdonò, nonostante gliel’avessero sottratta, arrivando a rimpiangere i macabri tratteggi che sconfessavano l’Eterno Riposo, gli stessi da cui si era allontanato sconvolto. Cercò le pagine tanto care a Ligeia, ma non le trovò mai: erano state strappate. L’Uomo, il vedovo, non conobbe pace: oltraggiato, in rivolta con l’umana condizione che aveva spento il nucleo fiammante della sua innamorata con molto affanno – era al di là di ogni cosa terrena – disconobbe i suoi stessi simili. Dilapidò le ingenti ricchezze acquistando il consunto castello in cui un re rinnegato dalla storia aveva esalato l’ultimo respiro. Il maniero divenne il mausoleo della morta, regno incontrastato delle cose da lei abbandonate: specchi offuscati e polverosi che rimandavano continuamente la sua ombra spettrale, libri, vestigia d’insetto e alveari fossili che assomigliavano a una pomice crivellata di spari. La droga fu l’unica consolazione dell’Uomo. Si risposò, inebetito dall’oppio, con una creatura tanto bianca quanto l’altra era stata scura, che tremava al più blando palesarsi del suo umor nero. Rowena – carne nobile e ingenua, data in pasto alla dissoluzione – visse infelice nel sepolcrale palazzo in cui tutto attendeva il ritorno della defunta, almeno quanto l’inconsolabile relitto umano che aveva preso per marito. L’uomo era certo: Ligeia avrebbe attraversato astri, oltrepassato i veli gitani delle luminescenze gassose nel cosmo vuoto, per tornare da lui. La tappezzeria dorata, vorticava sotto lo sguardo di Rowena febbricitante; la casa intera sembrava respingerla. Le era permesso esplorare ogni ala del castello, ma non la biblioteca: lì si annidava il ricordo. Spiando dal buco della serratura priva di chiave – le chiavi le custodiva il suo sposo, il Barbablù delirante, stordito dalle folgori verdi del liquore. Non scorse donne decapitate, ma la cordierite che dormiva nella teca di vetro – per svegliarla, il bacio della pelle della defunta – e i libri; i sonnolenti mastini avrebbero sguainato le zanne di carta se avesse provato a entrare: erano della padrona, solo la padrona poteva toccarli. Rowena sognava incubi; gli occhi azzurri tremolavano sotto le palpebre. Nel sonno sentiva l’Uomo vagabondare oltre la porta, smarrito nel grigiore del maniero, mentre premeva il viso sui libri della sua decomposta innamorata, così come lo avrebbe affondato nelle conche del suo collo. Le lacrime che pianse, ferita nell’orgoglio, scimmiottando un sonno che la rinnegava, le ustionarono le guance. Rowena non dorme e non mangia: teme che le avvelenino il cibo. Il suo profondo stato di prostrazione la trascinerà alla tomba – almeno, così le dicono i medici, che l’Uomo ha avuto la premura di chiamare. Tutto si muove nel castello: dita d’ombra lisciano la tappezzeria d’oro funesto, scorrendo poi sui suoi capelli slavati, sparsi sul cuscino. Mentre viene accarezzata dal fantasma, Rowena sa che morirà vergine: il fiore tra le sue cosce esangui non verrà mai colto. Rimpiange di aver sposato quel dandy dissipato, abbacinata dalla sua eleganza démodé – un pazzo che non l’ha neppure toccata. Così scocca la sua ultima notte: Rowena, arsa dalla febbre, sente una risata argentina sibilare nelle valve del suo orecchio rosato, mentre l’Uomo scorge un’ombra: la sagoma d’aria versa tre gocce nel bicchiere della fragile moglie. È una stregoneria, ma non ne ha paura – forse perché glielo ha comandato lei, quando era in vita. Aiuta la disgraziata a bere e poi a morire, traghettandola sulle sponde della notte con la stessa dolcezza con cui si cullano i bambini nel sonno. Impassibile la guarda spirare e altrettanto impassibile assiste alla sua vestizione. Veglia il cadavere, avvolto nell’abito da sposa di cui può orgogliosamente sostenere il candore, immerso nel temporale che spintona le finestre quasi volesse aprirle, ricordando le tre notti di prostrazione sulla nera Ligeia, versando le stesse lacrime di allora sul corpo ancora tiepido della seconda moglie. Chiama Ligeia. Il sonno lo prende sfinito quando le candele singhiozzanti sono ormai prossime al collasso, la notte del secondo giorno. Si abbandona contro lo schienale della poltrona damascata; non sente le dita di Rowena artigliargli i polsi. Palpiti intermittenti scuotono il cadavere e le fiamme rosse dei ceri funebri incendiano di riflessi la cordierite forzata sull’anulare rigido della morta, in uno scampolo previdenza oracolare. Proprio mentre bufera e pioggia entrano nella stanza, non tollerando più d’essere escluse dal cerimoniale, il cadavere imbozzolito, a cui è stato occultato il volto, si mette seduto. Il velo ricade sulle coltri listate di nero, di seta grezza a buon mercato, simile alla cotonina, mostrando ai libri fedeli, nella stanza di fronte, il volto alabastrino non dell’intrusa, ma della Signora. Gli occhi si spalancano; le mani bianche rilasciano una pallottola di carta.
L’Uomo, addormentato, viene accarezzato teneramente: «Davvero mi ami così tanto?» Si è risvegliata deliziosamente fatua, meno solenne. Non meno divina.
Ligeia, stanca per il lungo viaggio, sveglia l’Uomo con un bacio.

– A illustrare il racconto, un frame della Sposa Cadavere di Tim Burton 
Simona Friuli
“Ma, fratelli, questo mordersi le unghie dei piedi sul qual è la causa della cattiveria mi fa solo venir voglia di gufare. Non si chiedono mica qual è la causa della bontà, e allora perché il contrario? Se i martiri sono buoni è perché così gli piace, io non interferirei mai coi loro gusti, e così dovrebbe essere per l’altra parte. E io patrocinavo per l’altra parte. In più, la cattiveria viene dall’IO, dal TE, o dal ME, e da quel che siamo, è stato fatto dal vecchio Zio (o Dio) ed è il suo grande orgoglio e consolazione. Ma i NON-IO non vogliono avere il male, e cioè quelli del governo e i giudici, e le scuole non possono ammettere l’IO. E la nostra storia moderna, fratelli, non è la storia di piccoli IO coraggiosi che combattono queste grandi macchine? Parlo sul serio, fratelli, quando dico questo. Ma quello che faccio lo faccio perché mi piace farlo.”

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