Mormorii, #1

Pubblicato il Pubblicato in Chef per un giorno, Fantastico, Giro Pasta
Timo Kemola
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812 parole; tempo di lettura stimato: 4 minuti circa

L’estate esalava gli ultimi respiri il giorno che tornai al mio paese. In quell’angolo di mondo dimenticato dalle mappe, forse anche dagli dei, ci si accontentava di una sfumatura per distinguere le stagioni; un sapore diverso nella nebbia, che non si alzava mai, una tinta rosata in quel poco che filtrava del cielo al tramonto, un ticchettio più fitto tra gli alberi secchi del bosco. Non ero più abituato a interpretare la natura da simili dettagli, vivendo lontano, eppure mi bastò uno sguardo per imparare di nuovo.
Ci si porta dietro la propria casa ovunque si vada, pensai, finché si hanno radici troppo grosse da tagliare.
Non si poteva dire che l’aria fosse calda. Però era umida, si appiccicava addosso. In estate la palude diventava un sudario di vapore e io ci ero passato in mezzo. Mi ero persino accampato tra i canneti, troppo spaventato per camminare di notte in quel dedalo di acquitrini. Quell’odore marcio, mi spiegavano da bambino, veniva dalle profondità della terra. Era il respiro della bocca mostruosa del dio, quello che governava il nostro piccolo mondo. Quello che noi nutrivamo. Significava vita e protezione, cercavano di convincermi, e per un po’ ci erano anche riusciti. Eppure, io la vedevo in maniera differente. L’alito del dio era la morte e noi i suoi escrementi. Quando uscii dalla palude albeggiava. Soffocai l’ultimo conato di vomito, poi mi voltai: l’acqua stagnante cancellava ogni traccia del mio passaggio. Il fetore, ormai, era entrato dal naso sino in fondo allo stomaco.

Mi aspettavo rabbia, forse rifiuto, invece incontrai indifferenza. Ero sollevato nel poggiare i piedi sulla terra asciutta, dove scrollare il fango dagli stivali, ma quell’ostentazione mi feriva. Non mi riconoscono, pensai dapprima, mentre mi sfilavano accanto in silenzio. Il mio volto non è più quello di quando ero giovane. Ma se fossi stato un estraneo mi avrebbero già preso per le braccia e interrogato o forse già riaccompagnato verso la palude. Non c’era posto per stranieri nel paese dov’ero nato, né quel giorno né vent’anni prima. Mi scrutavano a lungo, socchiudevano le palpebre come a sforzarsi per ricordare un nome lontano. Appena gli sovveniva, tiravano dritto tornando alle loro faccende.
Il paese si era conservato identico. Non una casa, non un pozzo, non una bottega fuori posto. Gente povera e pallida, chiusa in tuniche nere con le teste avvolte da una cuffia, facce uguali le une alle altre. Non avrei distinto i miei amici di un tempo dai loro figli o nipoti. Li avrei incontrati volentieri, per conoscere le loro famiglie, ma ero sicuro che mi avrebbero trattato col medesimo distacco. Un traditore è peggio di un estraneo, è come un fantasma indesiderato. In fondo, realizzai, non m’importava. Ero lì per trovare lei e portarla via con me. Non avrei smesso di camminare finché non l’avessi incontrata.

Mi fermarono prima di riuscirci. I sacerdoti, gli unici che avevano scorto l’oscurità che nascondevo in fondo all’anima. Che sapevano perché ero scappato. Facevo parte di loro una volta, ero l’adepto più giovane. Vent’anni che mi sembravano cento.
Mi accerchiarono e la rabbia mi strinse il petto. «Non possiamo scacciarti, a meno che non ce lo ordini il dio», declamarono, «Ma la tua presenza non è gradita qui». La riconobbi, era la stessa ira che covavo il giorno che abbandonai il villaggio. Quella che mi accecò e mi spinse a macchiarmi del peccato. Allora ero troppo piccolo per capire, ma lontano da casa mi ero fatto uomo. Avevo compreso cosa odiavo dei sacerdoti, di quel posto e del loro dio. Non avevo più ucciso nessuno da allora. Ero diventato migliore di quanto sarei mai stato rimanendo in quel pozzo putrido; eppure, eccoli a sentenziare senza guardarmi in faccia, le braccia incrociate nelle loro tuniche nere. Che cosa sarebbe importato, a loro, se fossi rimasto? Che differenza avrebbe fatto?
Intanto cercavo lei: ero lì soltanto per lei. Intorno ai sacerdoti si era radunata una piccola folla, ma non la scorgevo. Quella dannata nebbia, sfumata di rosso e di verde, nascondeva i volti.
Presi la parola. «Alzate la testa e guardatemi» dissi, mentre rivolgevo i palmi a quel cielo inesistente. «Non riservo il perdono a nessuno di voi, tranne che a lei. Ché si disperda questa nebbia, per un istante. Linde è l’unica ragione per cui sono tornato».

Un brontolio cupo si levò in risposta. Proveniva dalle viscere della terra, la scuoteva dalle fondamenta. Il lamento del dio, il suo richiamo. Pensavo di averlo udito anche al tramonto del giorno precedente, mentre ero in viaggio, ma ero convinto di essermi confuso coi mille fruscii che si esalavano, come sospiri, dalla palude. Non era quella la stagione del sangue, era troppo presto perché la sua bocca esigesse il tributo. Vent’anni l’avevano reso più affamato.

Erano tutti chini, come me, a fissare il tremolio della terra. Quando rialzai la fronte, inquieto, gli occhi di lei erano lì ad aspettarmi.

– A illustrare il racconto, un’illustrazione di Timo Ketola
Andrea Cassini
Nasco a Pistoia nel 1988 e vivevo già nei boschi quando ho letto Thoreau. Scrivo romanzi fantasy – uno è in uscita per Astro Edizioni -, scrivo racconti, messaggi, liste della spesa, oscenità sui muri; tutto per dare un senso a quella laurea in filologia medievale che prende polvere nello studio. Le fanno compagnia chitarre, cubi di Rubik, pipe e bottiglie di birra. Cercavo la sintesi tra il pensiero occidentale e quello orientale, ma le istruzioni erano poco chiare e al posto della pace interiore ho trovato la ricetta del lampredotto. Dura meno, ma almeno riempie la pancia. Quando mi resta del tempo per lavorare, faccio il bibliotecario.

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