Fantasma – Immortali

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Fantasma - Immortale
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Sul pianeta labirinto ogni cosa era silenziosa. Su quella sfera artificiale, priva di ossigeno, il suono non si propagava e il fuoco non s’accendeva. Le esplosioni dei colpi di cannone erano mute, senza colore. Scuotevano e dissodavano la superficie, la ribaltavano come sotto l’incedere di un aratro. Quando la trincea dove si rintanava il suo plotone s’innalzò in una colonna di sabbia, Asterion capì che era il momento di uscire allo scoperto. Avanzò in prima linea, il dito pronto sul grilletto. Cosa stringeva in mano quando era morto? Non era il fucile, conservava il vago ricordo di una consistenza ruvida, legnosa. Fronteggiava il nemico, una macchina di metallo dai vaghi contorni umani. Il corpo che celava, non l’aveva mai visto; anche il suo era proibito allo sguardo, nascosto com’era da quella tuta simile a un’armatura.
Sparò. Il proiettile si spinse fuori senza sforzo. Il respiro di Asterion era regolare, i battiti del suo cuore anche, controllati a distanza da un computer. Il suo fantasma, l’ombra che seguiva i suoi passi, non tremava. Ne abbatté un paio, poi riguadagnò la posizione protetta. Attorno una decina di suoi compagni si erano afflosciati, strappati via dal fuoco nemico. Per stavolta non era toccato a lui.
Minos, come sempre, era al suo fianco. Era sopravvissuto anche lui. «Credo che dovremmo conquistare più terreno possibile finché non ci prendono» disse. La sua ombra, intanto, danzava inquieta. «Ho come l’impressione che ogni volta che moriamo, torniamo indietro di un pezzo. Questi vuoti di memoria mi fanno impazzire. I modelli che facevano una volta non avevano di questi problemi, forse se la passavano meglio».
Gli immortali, li chiamavano. Asterion li ricordava bene, nel suo apprendistato da scienziato aveva studiato i dettagli di quella tecnologia raffinata. Corpi modificati per resistere ai traumi e alla ruggine del tempo; menti potenziate per sopportarne lo scorrere perpetuo. Erano durati poche generazioni prima che ci si accorgesse che i cloni costavano meno, ma i nuovi modelli erano scheletri rozzi al confronto con quelle opere d’arte. Chissà se anche gli immortali possedevano un fantasma, quell’ombra senza redini? Si trovava spesso a domandarselo. Se fosse stato come loro, forse si sarebbe ricordato cosa aveva in mano, quel dettaglio fondamentale che continuava a sfuggirgli.
«Per di più» aveva ripreso Minos, «con questo dannato labirinto non si può mai sapere. Magari stiamo andando dalla parte sbagliata. Ci scanniamo solo per tornare indietro».
La propria ombra gli lanciò una scossa e Asterion sorrise. Minos non dovette accorgersene, sotto il vetro del casco, perché non mutò l’espressione contrariata. «Questo non è possibile» gli disse. «Deduco tu non abbia mai visto il pianeta dall’alto. Io sì, una volta. Quando arrivai in volo.» Si figurava quell’immagine come se l’avesse davanti agli occhi, con la familiarità di un disegno ritoccato milioni di volte dalle sue stesse mani. Si stupiva di come certe cose gli restassero impresse nella memoria e di quanto altre fossero volatili. «È un labirinto unicursale. Ha una sola strada, speculare sui due lati. Tortuosa, ma unica. Conduce al centro e non ci si può perdere.»
Minos scuoteva la testa e la sua ombra lo imitava. «Che senso ha, allora? Cosa c’è nel centro?»
«Non è dato saperlo. Ma è una corsa a chi lo raggiunge prima tra noi e loro, immagino.» Asterion ammirava l’intelletto di chi aveva progettato il labirinto, seppure costruito sulla carne di triliardi di soldati. Un ingegnere che amava i paesaggi neutri e odiava le distrazioni. Il pianeta era un mondo piatto dove nulla catturava l’occhio e si pensava solo alla guerra, nemmeno una stella a illuminare il cielo buio. L’unico punto di riferimento era un incidente colossale, una chiazza che sporcava quella mappa altrimenti intonsa. La trovava sempre alle sue spalle quando lo sguardo gli domandava consolazione; il profilo austero della Città Naufragata, la nave che l’aveva condotto lì e che si era incagliata sotto i colpi del nemico. Un relitto senza vita. Quando ti sembrava di avvicinarti, quella si spingeva più lontana all’orizzonte; eppure era la sola voce che parlava di casa in quel mondo privo di direzioni.

«Non so nulla di questi lussi, io» fece Minos. «Faccio parte delle ultime generazioni. Sono nato qui, come soldato. Continuo a morire e rinascere, rinascere e morire, ma mi chiedo se io abbia mai vissuto almeno un giorno.»
Un dubbio legittimo valutò Asterion. Il pianeta labirinto era un punto fermo, piantato nello spazio da mano umana. O da quella del nemico, per quel che ne sapeva. Non ruotava sul suo asse, non compiva alcuna rivoluzione. Il tempo non scorreva. Erano incagliati in un attimo eterno, come la Città Naufragata?
Eppure il labirinto gli comunicava un senso di finalità, e la finalità gli dava il senso del tempo. Ricordava l’equazione dai tempi delle lezioni di fisica. Quelle che teneva lui stesso. Com’era possibile che ricordasse frammenti di vite così lontane e non quello che stringeva in mano prima di morire? Ignorava se anche Minos pensasse i suoi stessi pensieri, ma non chiese nulla al compagno. Un soldato non dovrebbe rimuginare su certe cose. Non siamo programmati per farlo, non è economico. Cominciava a sospettare che ci fosse qualcosa di sbagliato in lui. Il suo fantasma, forse, che gli parlava senza farsi notare? Si voltò. È questo che siamo diventati? La sua ombra mostrava familiare contegno: la solita educata quiete.
Intanto i colpi di cannone sfilavano muti ai lati della trincea. Il nemico si era coperto l’avanzata con l’artiglieria pesante, li avevano colti di sorpresa. Ora scavalcavano il terrapieno e li fronteggiavano, scoprendoli privi di difese. Non traspariva nessuna emozione sotto quei gabbioni d’acciaio, nessun volto riconoscibile. Soltanto macchine che avrebbero dispensato l’ennesima morte ma Asterion non se ne rammaricava. Al risveglio non avrebbe ricordato quel che teneva in mano, non osava sperarci, ma si sarebbe trovato di qualche palmo più vicino alla fine.

– A illustrare il racconto, Relativity di M.C. Escher

Andrea Cassini
Nasco a Pistoia nel 1988 e vivevo già nei boschi quando ho letto Thoreau. Scrivo romanzi fantasy – uno è in uscita per Astro Edizioni -, scrivo racconti, messaggi, liste della spesa, oscenità sui muri; tutto per dare un senso a quella laurea in filologia medievale che prende polvere nello studio. Le fanno compagnia chitarre, cubi di Rubik, pipe e bottiglie di birra. Cercavo la sintesi tra il pensiero occidentale e quello orientale, ma le istruzioni erano poco chiare e al posto della pace interiore ho trovato la ricetta del lampredotto. Dura meno, ma almeno riempie la pancia. Quando mi resta del tempo per lavorare, faccio il bibliotecario.

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