Fantasma – Labirinto

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Vincolo d'unione Escher
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1038 parole; tempo di lettura stimato: 5 minuti circa

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Asterion vide il proiettile diretto sulla sua faccia e chiuse gli occhi. Non lo faceva mai. L’impatto non lo spaventava. Ma non voleva lasciare quel corpo lì, a due passi dal centro del labirinto, dopo aver fatto così tanta strada. Ogni volta che si risvegliava in una nuova pelle, aveva l’impressione di lasciarsi qualcosa indietro. Cos’era che stringeva in mano, quella volta? Ancora non riusciva a ricordarlo. Emise un grido, soffocato dal casco. Non voleva morire.
Quando riaprì gli occhi si aspettava vedere i brandelli dei propri arti esplosi lì d’intorno. Invece il proiettile l’aveva evitato. Ce n’erano altri due in arrivo. Uno gli sfilò sulla destra, l’altro sulla sinistra. Il nemico lo accerchiava, eppure lui restava illeso. Caricò il fucile e sparò due colpi, senza prendere la mira. Voleva solo farsi strada. Si aprì un varco e passò oltre lo sbarramento. La discesa lo invitava a correre, gli mostrava la strada da seguire. La cupola bianca lo attendeva laggiù in fondo, protetta da una rete di spari verdastri che tuttavia non la scalfivano. Era immune, proprio come lui. Il suo corpo era diventato immortale, uguale ai quei modelli di una volta. Tutto intorno, sul campo di battaglia, i suoi compagni erano in inferiorità. Cadevano sotto l’offensiva del nemico, si affannavano per un riparo, invocavano supporto. Un bravo soldato sarebbe accorso in aiuto, ma lui non si fermò. Minos, dietro di lui, nemmeno. Era tornato forse a essere uno scienziato? E cosa avrebbe fatto di fronte a una porta sbarrata, una volta raggiunto il centro, ora che aveva smarrito la chiave? Non lo sapeva. Il suo fantasma restava in silenzio, rincorreva i suoi passi, unica ombra in un mondo privo di luce. Sperava che gli avrebbe suggerito una risposta prima della fine del viaggio, era una parte di sé dopotutto, e l’aveva salvato da quel terrore lancinante. Temeva che parlassero lingue diverse, ormai.
Asterion sfrecciò illeso tra il fuoco incrociato. La cupola era così vicina da poterci poggiare una mano. Era pronto a scaricare il fucile su quella porta, farla saltare in aria pur di aprirla, ma non ce ne fu bisogno. Si aprì al primo tocco gentile. Che l’avesse riconosciuto? Entrò.

Stava al centro di una sala spoglia, un vago perimetro ovale. Non aveva più con sé la sua arma. C’era luce lì dentro. Fuoco. Torce appese alle pareti in due file, le fiamme che brillavano. Il loro suono, un crepitio pigro. Non avrebbero potuto accendersi. Non c’era ossigeno.
Di fronte, il nemico. Disarmato, come lui. Un gabbione d’acciaio con due braccia troppo lunghe, una maschera scura e senza forma a coprirgli il volto. Era screpolata, consumata dal tempo. Il tempo non scorreva. La mano destra gli prudeva, si chiudeva sul palmo sfuggendo al controllo dei nervi. Riconosceva quel che aveva perso, ne rispondeva al richiamo. Il dolore gli mordeva le dita, una sensazione che si faceva ogni istante più familiare. C’era stato un tempo in cui soffriva, in cui il suo cuore batteva più forte, in cui gli mancava il respiro. Lo stesso tempo in cui lo chiamavano scienziato. Incapace di sopportare, si tolse il guanto. Nell’aria acida del pianeta la mano si sarebbe putrefatta in pochi attimi, liquefatta, ma almeno l’avrebbe lasciato in pace. Non accadde nulla. Rimase a osservare quella pelle chiara, priva di cicatrici.
«Benvenuto, Asterion.» Fu il nemico a parlare. Com’era possibile che conoscesse la sua lingua, che quella voce aliena suonasse limpida alle sue orecchie? «Creatore di pianeti, di labirinti, di uomini. Benvenuto, scienziato.»
D’istinto, Asterion si voltò. Poi girò un paio di volte su se stesso. Minos non era con lui. E il suo fantasma, dov’era? Quel filo sottile, il cordone ombelicale che li teneva legati, che si fosse spezzato? Il suo corpo non proiettava ombre lì dentro. Spaesato e solo, Asterion si mosse verso le torce. Il loro riflesso, incrociato, si allungava sulle pareti.
«Dove credi di essere, scienziato?» fece il nemico. Poi si portò le mani alla maschera per sollevarla. Asterion fece altrettanto col casco della tuta. Non sapeva che aria avrebbe respirato. Quando aprì la bocca, la trovò fresca. Il volto del nemico, nudo, lo squadrava. Non lo trovava ripugnante come aveva immaginato, né ostile. «Ti sei mai guardato allo specchio, scienziato?» gli chiese. Anche il nemico, si rese conto, stava guardando il suo. Asterion si avvicinò. Con la mano toccava il proprio volto scoperto, indagava ogni incavo e ogni sporgenza. Una bocca, un naso, due occhi. Poi poggiò il palmo su quello del nemico. Ne seguì i segni, come fossero linee di una mappa. Le pieghe involute di un labirinto. Il nemico aveva la sua stessa faccia.
«Una condanna fin troppo crudele, l’immortalità» disse quello. «Non sei d’accordo, creatore di guerre?»
Asterion non rispose. Non credeva che una risposta fosse necessaria. Mentre ascoltava il crepitio delle torce, non smetteva di domandarsi dove fosse il suo fantasma. Cominciava, però, a immaginarlo.
«Sai quando nasce una civiltà, scienziato?» riprese il nemico. «Quando l’uomo si ribella al suo dio. Quando si rende conto che la voce che sente nella testa non appartiene a nessun altro. Così fa la vita con la morte. Così fa la mente con il corpo. Ogni atto di nascita è una rivoluzione. Quel che resta sono solo vestigia. Fantasmi. Cosa stringevi in mano, scienziato? Cos’hai dimenticato?»
Asterion rabbrividì. Non credeva di poter provare freddo, dentro a quella tuta. La voce del nemico tuonava tra le pareti. Le ombre delle torce danzavano.
«Cosa sei diventato?»
Non lo sapeva. Ancora, non lo sapeva.
«Cosa stringevi in mano, scienziato? Cosa avevi rubato?»
Asterion capì. La sua mano destra si mosse da sola. Il nemico gli si fece incontro e lo cinse con le braccia meccaniche. Appoggiò la fronte contro la sua. «Ora vai. Metti fine a quel che hai cominciato. E muori, tu che puoi.»
La cupola bianca si sgretolò sopra le loro teste, un rumore così forte che parve ferire il cielo stesso del pianeta. Lo seppellì al centro del labirinto, gli frantumò le ossa. Asterion si spense sperando di non dimenticare quel dolore.

Lo scienziato si svegliò stringendo le dita. Nella mano destra teneva il legno di una torcia, ruvido e caldo. Il fuoco che brillava, non era suo. Ma sapeva già cosa ne avrebbe fatto.

– A illustrare il racconto, Vincolo d’unione di M.C. Escher
Andrea Cassini
Nasco a Pistoia nel 1988 e vivevo già nei boschi quando ho letto Thoreau. Scrivo romanzi fantasy – uno è in uscita per Astro Edizioni -, scrivo racconti, messaggi, liste della spesa, oscenità sui muri; tutto per dare un senso a quella laurea in filologia medievale che prende polvere nello studio. Le fanno compagnia chitarre, cubi di Rubik, pipe e bottiglie di birra. Cercavo la sintesi tra il pensiero occidentale e quello orientale, ma le istruzioni erano poco chiare e al posto della pace interiore ho trovato la ricetta del lampredotto. Dura meno, ma almeno riempie la pancia. Quando mi resta del tempo per lavorare, faccio il bibliotecario.

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