Fantasma – Nemico

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Fantasma - Nemico
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1165 parole; tempo di lettura stimato: 6 minuti circa

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«Sei ancora con me, Minos?»
Il compagno, alle sue spalle, abbaiò una risposta. Avanzavano a fucile spianato sul campo di battaglia, senza guardarsi indietro. Esplodevano un colpo, ricaricavano, poi ne esplodevano un altro. Tutti a segno. I nemici si afflosciavano nelle armature di metallo, come se s’inginocchiassero al loro passaggio. Gli pareva che si sarebbe potuto foderare l’intero pianeta labirinto con quei cadaveri.
Chissà come sono i loro corpi sotto tutto quell’acciaio, si chiedeva. Chissà com’è il volto del nemico. Se sono simili a noi, oppure esseri minuscoli, privi di spina dorsale, che per muoversi e proteggersi hanno costruito una macchina scintillante. La stessa cosa che la sua razza, quella umana, aveva fatto con la mente. Privata della paura da iniezioni e pasticche. Potenziata ed espansa fino a condurla fuori dal corpo; quell’ombra che non sarebbe dovuta esistere, il suo fantasma, era lì a ricordarglielo. Chissà se il nemico ha mantenuto una mente pensante, si chiedeva, una coscienza del sé. Chissà se hanno paura di noi. Se hanno paura di morire.
Asterion era un soldato, e un soldato non doveva distrarsi. Poteva permetterselo, però, perché i proiettili lo evitavano. Non lo sfioravano nemmeno; credeva di essere uno di quei vecchi modelli, immortali. Da quando si era reso conto che il labirinto, prima o poi, l’avrebbe condotto da solo al proprio centro, tutto era più facile. Ogni dettaglio, ogni evento lo avvicinavano alla fine. Il suo fantasma non era mai stato così tranquillo. Persino quel frammento di ricordo mancante, quello con cui si era risvegliato l’ultima volta, non lo angustiava più come prima. Le sue dita cercavano ancora di stringere quel che avevano smarrito ma lui si sforzava di non farci caso. Quell’oggetto, caldo e ruvido, era sepolto da qualche parte nella sua mente, tra le pieghe del labirinto. Sarebbe tornato a galla.
Sul pianeta non si alternavano giorni e notti, il tempo non scorreva, ma gli pareva che ne fosse passato molto dall’ultima volta che era morto. In quel punto della scacchiera non c’erano trincee, solo uno scenario aperto, un imbuto disegnato per accogliere migliaia di cadaveri. Eppure lui non cercava nemmeno più riparo o di farsi scudo. Il nemico prendeva la mira, lo puntava e sbagliava il colpo. Al contrario, Lui centrava il bersaglio. Sopravviveva e Minos insieme a lui a coprirgli le spalle.
Come può una guerra essere così silenziosa? Non riceveva mai nessuna risposta. I fasci luminosi dei cannoni, tanto forti da rischiarare il cielo buio, restavano muti. La terra cambiava forma intorno ai suoi piedi, si scuoteva, si apriva in voragini, ma non gli parlava. Compagni e nemici cadevano a grappoli; nemmeno i morti facevano rumore. Asterion premette il grilletto ancora e ancora finché lui e Minos non rimasero gli unici in piedi. Erano soli. I padroni del cimitero.

«Ti sei mai chiesto cosa ci sia qua sotto?»
Asterion era seduto sopra il corpo di un nemico. Distesi e privi di vita, non notava differenze tra i suoi compagni e loro. Entrambi indossavano maschere, dopotutto.
«No», fece Minos. «E non mi interessa. Solo quando li avremo eliminati tutti mi piacerebbe guardarli in faccia. Prima di pisciarci sopra.» Mentre parlava, la sua ombra inquieta si allungava e scavava tra i solchi del terreno. Il suo fantasma affamato.
«Perché tanto odio?» chiese Asterion.
«Hanno distrutto la Terra. Casa nostra.»
Nascosto dal casco, Asterion non trattenne un sorriso amaro. «E noi abbiamo distrutto la loro. Quando due civiltà a un gradino così alto della scala vengono a contatto, è inevitabile che ci sia uno scontro. L’energia di una sola galassia non basta per entrambe.»
Minos si alzò in piedi e la sua ombra si arrestò, come a osservarlo. «Da quanto tempo dura questa guerra, compagno? Da quante migliaia di anni? Non vorresti che finisse, un giorno?»
Asterion aveva perso la cognizione del tempo. Continuavano a misurare gli anni secondo la convenzione del moto terrestre, ma così lontani dal sistema solare ogni riferimento perdeva di senso. Il tempo era un’idea per nostalgici.
«Siamo soldati», rispose. «La guerra è la nostra ragione d’esistere. Senza, cosa saremmo? È la stessa cosa di questo labirinto: c’è una sola strada, non abbiamo scelte. E io ne sono contento. È come un grande gioco.»
Adesso sia Minos che la sua ombra lo puntavano, severi. «Un gioco che costa triliardi di vite. È questo che vuoi?» È questo che siamo diventati? Era il suo stesso fantasma che gli faceva eco; a volte si dimenticava che fosse lì, tanto era quieto, ma poi strisciava alle sue spalle e gli sussurrava all’orecchio. Asterion deglutì. Gli sembrava che il cuore gli battesse più forte. Non era possibile, ogni suo muscolo era controllato da un computer. Che importa la vita? pensava, ma non osò rispondere al compagno. Ne abbiamo in sovrabbondanza, possiamo sprecarla a piacimento. È questo che siamo diventati? Continuava a ragionare come lo scienziato che era stato un tempo, però l’avevano programmato per comportarsi da soldato. Una discrepanza che non riusciva a spiegarsi. Che si fosse dimenticato l’iniezione l’ultima volta che era rinato? Impossibile. Era programmato per non dimenticare simili appuntamenti.

Poi Asterion si alzò. Poggiò una mano sul petto del compagno e gettò lo sguardo oltre la sua schiena. Non si erano mai avventurati così a fondo nel labirinto. Non riconosceva i dintorni e la Città Naufragata galleggiava lontana all’orizzonte. L’unica idea di casa che gli restava. Erano troppo avanti per tornare indietro. «Andiamo» disse a Minos.
«Dove?»
Con l’indice gli mostrò la direzione. «C’è un’unica strada». Una discesa conduceva a una seconda spianata, chiusa tra contrafforti di roccia che si sgretolavano sotto i colpi dei fucili. Laggiù il nemico si difendeva a piene forze, e altri suoi compagni lo fronteggiavano. C’era un edificio al centro, una cupola. Tra i colori vaghi del pianeta, spiccava per il candore delle sue pareti bianche. Non obbediva alle leggi che aveva imparato a conoscere; i proiettili che vagavano intorno alle sue mura curvavano la traiettoria pur di non scalfirle. Che fosse il centro del labirinto? La finalità che gli muoveva le gambe?
Prese ad avanzare. La mano destra si contraeva, lo pungeva. Non sapeva cosa fosse il dolore, ma concluse che dovesse somigliare a quello. L’oggetto che stringeva tra le dita, quell’impronta che gli era rimasta sulla pelle e che aveva dimenticato; era sicuro che gli sarebbe servito per entrare lì dentro, una sorta di chiave. Eppure l’aveva perduta. Di fronte a una porta sbarrata avrebbe dovuto ricominciare da capo. Sarebbe morto.
Asterion gettò un’occhiata al profilo nebbioso della Città Naufragata e lo assalì un terrore a cui non seppe dare nome. Era lontana, troppo lontana. Non voleva tornare laggiù, non adesso che si trovava vicino alla fine. Era quella, la paura di morire? Il nemico la provava in ogni istante, a ogni sparo di fucile, e sopravviveva a quel dolore? Avrebbe voluto strapparsi la tuta e squarciarsi il petto. Si lasciò cadere. Il suo fantasma lo raccolse e lo abbracciò. Lo rimise in piedi. «Sono qui» sussurrava. «Ora va’ a vedere cosa sei diventato.»

– A illustrare il racconto, Eye di M.C. Escher
Andrea Cassini
Nasco a Pistoia nel 1988 e vivevo già nei boschi quando ho letto Thoreau. Scrivo romanzi fantasy – uno è in uscita per Astro Edizioni -, scrivo racconti, messaggi, liste della spesa, oscenità sui muri; tutto per dare un senso a quella laurea in filologia medievale che prende polvere nello studio. Le fanno compagnia chitarre, cubi di Rubik, pipe e bottiglie di birra. Cercavo la sintesi tra il pensiero occidentale e quello orientale, ma le istruzioni erano poco chiare e al posto della pace interiore ho trovato la ricetta del lampredotto. Dura meno, ma almeno riempie la pancia. Quando mi resta del tempo per lavorare, faccio il bibliotecario.

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