Fantasma

Pubblicato il Pubblicato in Chef per un giorno, Giro Pasta
Tetrahedral planetoid
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995 parole; tempo di lettura stimato: 5 minuti circa

Il soldato si svegliò stringendo le dita fino a farsi sanguinare il palmo. Teneva qualcosa nella mano destra; cos’era e perché l’aveva perso? Non lo ricordava.
Ogni volta era uguale alle precedenti. Provava il puro terrore di una nuova nascita, immerso in quel liquido denso che gli riempiva i polmoni appena tentava di gridare. Poi, uno per volta, i suoi arti acquistavano sensibilità. Da ultimo, una scossa che gli attraversava il cranio da un orecchio all’altro segnalava che anche la testa si era rimessa in moto, e quella sensazione di paura si zittiva all’istante. Non era programmato per provarla. Il suo corpo era rinato centinaia, migliaia, forse milioni di volte ma la sua mente era la stessa, suddivisa in frazioni e disseminata in server distanti intere galassie. Aprì il portellone della vasca, indossò la tuta e imbracciò il fucile. Intanto riprendeva familiarità coi propri pensieri. Era l’anno 2108 dalla distruzione della Terra, giorno più giorno meno. Si trovava sul pianeta labirinto, un corpo celeste artificiale costruito per fare da teatro alla battaglia. Là fuori, aveva una guerra da combattere, era il suo mestiere. Quando era morto stringeva qualcosa nella mano destra, ora non c’era più.

«Bentornato tra noi, Asterion», gli disse il compagno, con la voce metallica che usciva dal filtro respiratorio sulla bocca. Già, era quello il suo nome. Non era sicuro che gliene servisse uno, ma era pratico per riconoscersi. Sotto quei mascheroni era difficile scorgere i volti. «Chi c’è lì sotto?» chiese. «Minos?» Gli sembrava di condividere la linea di difesa con un compagno di nome Minos, negli ultimi tempi, ma il vetro della sua maschera era appannato.
Quello mosse appena la testa, ad annuire. Minos era riverso su un lato della trincea, la metà sinistra del suo corpo tranciata da un colpo di cannone. Riconosceva la ferita netta, già cauterizzata; non una goccia di sangue macchiava la sabbia grigia. Minos non soffriva. Non era in grado di percepire il dolore, ma Asterion s’inginocchiò comunque al suo fianco.
«Fammi compagnia» gli disse. «Morire è così noioso. Vorrei che ci fosse un bottone da premere in questa maledetta tuta, per risparmiare tempo.» Asterion non rispose. Era impegnato a stringere e distendere la mano, nella speranza che gli tornasse in mente quel che aveva smarrito. Ne avvertiva ancora il contatto sui polpastrelli, il calore sulla pelle.
«Il mio fantasma è sempre affamato». Minos interruppe i suoi pensieri. «Non mi dà pace». Il compagno era sdraiato a terra, immobile in attesa di spegnersi, ma la sua ombra no. Attaccata al corpo da un filo di fumo, s’ingigantiva e s’arrampicava sul ciglio della trincea. Si scuoteva, come fosse una fiammella mossa dal vento, ma sul pianeta labirinto il vento non esisteva, e nemmeno il fuoco. «A volte mi chiedo se voglia comunicarmi qualcosa. O se gli interessa solo sopravvivere, come a noi, e se tutto quel che fa è sottrarmi energia.»
Asterion si gettò un’occhiata alle spalle. La sua ombra ondeggiava tranquilla, non lo disturbava.
Gli pareva quasi che canticchiasse una canzone, un paio di fischi che gli solleticavano le orecchie nascoste sotto al casco. Quelle proiezioni non avevano nulla a che fare con la luce, non avevano ragione di esistere. Nel cielo del pianeta labirinto non c’era nessun sole attorno a cui orbitare; un punto fermo nello spazio, oscurato da un coperchio metallico, senza stelle. Fantasmi, li chiamavano. Comparsi nel momento in cui l’uomo superava i limiti della propria specie e cancellava la paura della morte. Gli scienziati non avevano ancora trovato una spiegazione. Lui lo sapeva bene, era stato uno di loro in tempi che la sua memoria aveva ormai imparato a trascurare. Poi venne la guerra, la carne da macello divenne più utile di un camice da laboratorio. Fu riprogrammato come soldato.
La sua ombra, vestigia della mente separata dal corpo, provava a reinizializzare il programma. Un collegamento morto tra un software e il suo sistema nativo. Un cordone ombelicale. Asterion, però, continuava a chiedersi se quel fantasma pensasse i suoi stessi pensieri.
«Che numero c’era scritto sul muro, quando ti sei svegliato?» chiese ancora Minos. Le gambe, in parte divorate dal proiettile, si rattrappivano in angoli innaturali ma lui non accennava a perdere la lucidità. Asterion si decise a sottoporsi alla conversazione, forse gli avrebbe davvero risparmiato qualche attimo di noia. Il numero l’aveva letto bene. Era posizionato in modo che fosse la prima cosa su cui mettevano gli occhi, una volta risvegliati.
«Sette triliardi» rispose, trattenendo un sogghigno. «E spiccioli». Il suo fantasma ebbe un sussulto, come se ridesse al suo posto. Minos non condivideva tutto quel divertimento. La sua pelle, per quel poco che intravedeva sotto il vetro temperato del casco, si era fatta bluastra. «È questo che siamo diventati, compagno? Granelli di polvere che camminano sopra sette triliardi di morti, e tutto per spostare la trincea di un palmo più avanti?» La sua ombra si era ingrandita al punto da inghiottirlo, un fantasma dall’appetito inestinguibile. Asterion trattenne un tremito; strinse la mano destra, poi la riaprì. Cosa teneva tra le dita? «Il tuo sistema dev’essere compromesso, se dici cose del genere» ribatté. «Siamo soldati. Combattiamo il nemico. Non siamo mai stati altro».
L’ombra di Minos svanì in un soffio. Si era spento. Asterion l’avrebbe aspettato lì. Si alzò in piedi. Ripensava alle parole del compagno, gli facevano formicolare la punta delle dita. Stava iniziando a ricordare. Quello che teneva in mano era di straordinaria importanza, in grado di scuotere le fondamenta del pianeta labirinto. È questo che siamo diventati? Poi si voltò. Avanzando in silenzio, un globo verdastro stava per investirlo. Un colpo di cannone che avrebbe rivoltato l’intera trincea. Una quantità di energia sufficiente a polverizzarlo all’istante.
«Non adesso».
Il suo grido non sfuggì dalla gabbia d’acciaio e vetro che portava sulla testa. «Non adesso, che stavo per …»

Quando si svegliò, il soldato strinse le dita fino a farsi sanguinare il palmo. Teneva qualcosa nella mano destra; cosa fosse e perché l’avesse perso, quello non lo ricordava.

– A illustrare il racconto, Tetrahedral Planetoid di M.C. Escher

Andrea Cassini
Nasco a Pistoia nel 1988 e vivevo già nei boschi quando ho letto Thoreau. Scrivo romanzi fantasy – uno è in uscita per Astro Edizioni -, scrivo racconti, messaggi, liste della spesa, oscenità sui muri; tutto per dare un senso a quella laurea in filologia medievale che prende polvere nello studio. Le fanno compagnia chitarre, cubi di Rubik, pipe e bottiglie di birra. Cercavo la sintesi tra il pensiero occidentale e quello orientale, ma le istruzioni erano poco chiare e al posto della pace interiore ho trovato la ricetta del lampredotto. Dura meno, ma almeno riempie la pancia. Quando mi resta del tempo per lavorare, faccio il bibliotecario.

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