Il buco

Pubblicato il Pubblicato in Chef per un giorno, Surreale
Il buco
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1.356 parole; tempo di lettura stimato: 7 minuti circa
A illustrare il racconto, un’opera di Marcos Martinez 

Non l’avevo mica visto, appena entrato a casa. Di fronte c’era il divano, il tavolo, e tutto; io, arcuato, andavo verso la cucina per salutare mamma.
«Ciao ma’», gridai nel crepitio della cottura.
«Oh, Marco, sbrigati a lavarti le mani e chiama tuo padre, che è pronto.»
Non si girava a guardarmi: parlavo alla sua nuca, che mi arrivava sì e no al petto. Fu quando uscii dalla cucina e tornai nel soggiorno che lo vidi, a pochi metri. Un buco nero, atro, che pareva fatto col compasso.
«Che è successo qua?» domandai.
«Successo cosa?» fece mamma.
«C’è un buco, un buco nel pavimento.»
«Lavati le mani, subito!»
Sbuffai; in camera, buttai lo zaino a terra e lo spinsi verso la parete con una pedata. «Pa’,» urlai, «che è quel buco?»
Dal bagno, la voce di mio padre emerse sul fiotto d’acqua del rubinetto. «Ho fatto, ho fatto!» berciò.
Papà si affacciò nella mia stanza mentre infilavo una tuta impataccata. «Pa’, che è quella voragine?» domandai.
«Quale voragine?»
«Nel soggiorno, nel soggiorno!»
Mi osservò spazientito. «Che cazzo dici, Marco, si può sapere?»
«Spostiamo il tavolo, per favore», insistei.
«Il tavolo? D’accordo, dannazione.»
Si voltò; bofonchiò «scemo» e qualcos’altro assieme. Ci recammo di là. Esaminai il grugno di mio padre, ma non capii se il buco lo vedeva pure lui. Aveva gli occhi infuocati e il tegumento di un rettile, un po’ verde e un po’ terreo, e mi chiedevo come facesse a sopravvivere a se stesso.
«Dove lo mettiamo ‘sto benedetto tavolo?» domandò.
«Di qua, di qua.»
Il tavolo era tondo come il buco, ma più largo. Lo sistemammo bene, attenti a non far cadere la bottiglia d’acqua e i bicchieri. Le zampe lambivano la circonferenza buia. Strologai ancora, alla massima intensità, per studiare quell’esemplare d’uomo che si comportava come se fosse tutto normale.
Irruppe la mamma, ansante come una capra su una scarpata. «Mancano le posate,» gridò, «non potreste collaborare, anziché giocare col tavolo?»
«Luisa, è colpa di tuo figlio,» ribatté mio padre, «che nemmeno le mani si è lavato».
«Fila al bagno», ululò mamma; e io ci andai, seguito da un intreccio indistinguibile di improperi. Chiusi la porta per non sentire.

Mangiavo la pasta frastornato dalle geremiadi di mamma contro papà, che la aizzava con borbottii strafottenti. Zitto, sbirciavo il buio sotto al tavolo. Avevo paura di cadere. Ricominciai a pulire il piatto con l’unico scopo di rifugiarmi in camera. Mio padre sogghignava. Doveva essere contento di quel marasma; ne usciva persino come un martire incolpevole perché, dopo aver esasperato mia madre, aveva montato un mutismo machiavellico. Li guardai un attimo, a un metro di distanza, l’uno di fronte all’altra, separati da un buco nero come una catacomba. Insieme, formavano una macchina rabberciata, un meccanismo che si conservava con la reiterazione di reciproche manchevolezze.
«Enrico, faresti il caffè?»
«Mai che se ne occupi Marco.»
«Sei più bravo tu,» gli spiegò mamma.
Mio padre, sprezzante, arricciò le labbra e si recò in cucina. «È mai possibile questo casino per cucinare un piatto di pasta?»
«Che diavolo ti importa, sono io che pulisco qui,» sbraitò la mamma.
Entrai in cucina di soppiatto per rovistare nel frigo. Papà finse di non vedermi, ma appena sentì scricchiolare la porta del frigorifero mi fulminò: «Sbrigati, che fai scongelare tutto». Chiusi il frigo rinunciando allo spuntino. Papà uscì con due tazzine piene – io non lo prendevo, il caffè. Dalla soglia della cucina, esaminai quella natura morta: la mamma, imbronciata, rivolta alla parete; papà, tristo, col barbaglio assassino negli occhi, che sorseggiava il caffè; tra di loro, il buco.

Ero seduto sul letto, quando mamma entrò in camera.
«Enrico è a fare delle commissioni, torna stasera. Esco anche io, Marco, ché non c’è nulla da mangiare.»
La guardai aprendo bene gli occhi.
«Ciao» disse, e lasciò la stanza.
Udii la porta principale che si chiudeva e la chiave che crocchiava nella serratura, come se rischiassi di essere importunato al terzo piano di un condominio in un mite sabato primaverile.
Passeggiai svelto sino al soggiorno. Il buco era sempre lì, ne ero sicuro: i miei occhi non mentivano. Spostai una delle sedie addossate al tavolo e, scombussolato dalle vertigini, mi sdraiai a terra. Prono, mi aggrappai al buco con tre dita, come se il pavimento fosse una parete di roccia da scalare. Mi trascinai per affacciarmi nella voragine. «Ehi» gridai all’interno; ma la voce, anziché echeggiare o riverberare, si disperse. Misi le mani sul buco, come se avesse una superficie da toccare. In effetti la superficie non c’era, ma le mie dita furono avvolte dal buio: lì dentro non c’era un mero spazio, ma una nube caliginosa e inodore. Infilai il braccio, con terrore e disgusto, e anche se non mi suscitò alcuna sensazione tattile, rotolai in fretta da una parte, sbattendo la groppa sulla sedia che avevo spostato prima.
«Cos’è questo dannato buco? Cosa vuol dire?» urlai.
Raggiunsi la camera; tirai fuori il portafogli dallo zaino. Tornai di là e lanciai degli spiccioli nel tunnel. Le monete precipitarono senza tintinnare, come se quel buco non avesse un fondo.

Trascorsi il resto del pomeriggio disteso sul letto, indurito come un burattino di legno, coi piedi ingessati che sembravano due perni per appendermi a testa in giù. Tentavo di persuadermi che il buco fosse un frutto della mia immaginazione, ma le argomentazioni, per quanto plausibili, non mi convincevano. All’imbrunire, mia madre entrò in camera. «La cena è pronta», disse; io non risposi.
«Non hai sentito? La cena è pronta.»
«Ho capito, ho capito, ma io di là non ci vengo.»
«Non fare storie, Marco, che tuo padre è una belva. Ha già setacciato lo scontrino per rimproverarmi della spesa.»
«Non m’importa se quello è matto, io di là non ci vengo.»
«Si può sapere cosa ti prende?»
«C’è quel buco, sotto al tavolo in soggiorno…» Cominciai a singhiozzare. «C’è un buco, un tunnel nero, non l’hai visto?»
«Per favore,» mi accarezzò, «andiamo prima che tuo padre si scateni».
Sbuffando, accettai di seguirla. Ma raggiunto l’andito, la voragine si impose ai miei occhi. Impassibile, diffondeva un silenzio di morte.
Scappai in camera. Pochi secondi dopo, rannicchiato, udii mio padre che strillava: «Che diavolo ha, il cretino? Gliele dai tutte vinte, ecco cos’è, e quello fa i capricci come un poppante».
Né mio padre né mia madre mi interpellarono per il resto della serata. Aspettai che fossero al letto per andare al bagno a orinare e bere l’acqua dal rubinetto. Mi appisolai che albeggiava. Al risveglio, affamato, mi recai in cucina senza pensare. Con una brioche appiccicata sui denti, mi sporsi nel soggiorno. Sotto al tavolo era stato sistemato un vecchio tappeto. Decisi che la faccenda del buco era solo un incubo.

Passai una settimana abbastanza tranquilla, ma la domenica ero di nuovo paralizzato dall’angoscia. I miei, tanto per cambiare, non erano in casa. Rinunciai alla colazione e, disperato, mi sdraiai sul letto per sforzarmi di respirare. Era come se un morbo suggesse la modesta serenità di cui ero capace; un morbo di natura ignota.
Lasciai la stanza, chiedendomi come arrivare a sera in quello stato; mi abbarbicai sul bordo di uno sgabello della cucina e guardai la tv, senza ascoltare, senza vedere. Tornai febbrilmente nel soggiorno; mi genuflessi come per implorare perdono e, trascinando le ginocchia sul pavimento, arrivai sino al tavolo. Battei due colpi sul tappeto, che risuonò come una grancassa. In un moto d’ira accostai il tavolo alla parete con uno strattone. Afferrai un lembo del tappeto e tirai verso di me. Il buco si rivelò, lui e la sua sorda minaccia. Era lì, annidato nel pavimento, e sembrava più scuro e grande della settimana precedente. «Cosa vuoi da me?», urlai. Mi misi a sedia indiana e lo guardai caparbiamente, come se potesse espellere una soluzione. E mentre mi scervellavo, la porta dell’androne sbatté. Drizzai le orecchie: la voce di papà nella tromba delle scale. «Mio Dio», gridai; le mani sul viso. Dovevo affrettarmi a riordinare tutto, nascondere quella traccia che forse loro nascondevano a me. Corsi verso il tappeto, lo acciuffai maldestramente e mi scivolò per metà nel vuoto; andai per acciuffarlo ancora, ma inciampai in me stesso, cadendo nel buco.

Paolo Ceccarini
Paolo è nato nel 1983 a Viterbo. Scrive da sempre, e non riesce a smettere.
Il suo secondo romanzo, Sinola, è uscito nel 2017 per Prospero editore.

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