Il lamento dall’abisso, #1

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Il lamento dall'abisso, #1
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Primo Giorno

Il mio ultimo desiderio è stato esaudito. Tre giorni, mi sono stati concessi tre giorni per scrivere le mie memorie, prima che il cappio si stringa sul mio collo, portandomi via ciò che avevo preteso di tenere con me un po’ più a lungo. Oh, diavolo ingannatore, quante beffe ti sei fatto di me, il tuo languido sorriso spettrale ancora mi culla la notte, nei sogni, sogni che presto non potrò più fare.
Il boia mi ha concesso tre giorni, inchiostro e pergamena, un’arpa per suonare, prima di togliermi la vita per sempre. E con questa carta ho intenzione di fare ciò che non mi è stato permesso fuori da queste sbarre di solido metallo: raccontare la verità.
Inizierò dal principio, come ogni storia dovrebbe sempre fare.

La mia vita di menestrello era felice, un tempo. Ero conosciuto in ogni contrada e in ogni città, la mia ghironda incantava ricchi e straccioni, carpentieri e sarti, bambini, barbari e belle donne. Ovunque il suono del mio strumento andasse, la felicità si legava alle genti portandole a ballare, a cantare e, a volte, a soddisfare qualcuno dei miei peccati. Perché negare di aver vissuto nel peccato sarebbe una menzogna bella e buona! Ho peccato, l’ho fatto, e mai tornerei indietro sulle mie scelte! Ma, buon Dio, non merito questa fine.
Non voglio morire, sono terrorizzato all’idea che le mie carni possano finire in pasto ai corvi, che le mie interiora possano essere sparse sul terreno, calpestate dagli stessi uomini che hanno ballato e cantato le mie canzoni, solo perché ho venduto la mia anima al demonio sbagliato.
La storia comincia sulle scogliere ad est del Regno, poco più di una decade addietro. La fame era il mio peggior nemico, in quei giorni; la ghironda suonava per orecchie sorde, l’epidemia di peste aveva decimato i villaggi, rendendoli così lugubri che nemmeno le mie canzoni riuscivano a rimediare le solite croste di pane. Avrei volentieri mangiato i miei bei stivali, avessi avuto una marmitta dove farli bollire a puntino. Scesi dunque dalla scogliera, lungo una stretta via che portava ad una baia interna. Legai la lenza ad un ramo, gettai l’amo in acqua con un grosso verme – che non avrei mangiato nemmeno se fosse stato il mio ultimo pasto – e attesi. I morsi della fame mi stavano facendo impazzire, la mente vacillava, non avrei resistito un altro giorno senza mettere del cibo sotto i denti.
Qualcosa abboccò, svegliandomi dal torpore in cui ero caduto nell’attesa di consumare un lauto pasto. Combattei strenuamente per la mia futura cena, ma il nodo della lenza si allentò proprio sul più bello, e insieme alla mia preda persi l’amo e il verme. Imprecai, imprecai senza sosta. Iniziò a piovere, e pensai che in quel momento il buon Dio mi avesse abbandonato una volta per tutte. Avanzai dunque lungo la piccola baia, alla ricerca di una breccia nel possente muro di sassi aguzzi e arbusti rachitici, nella speranza di trovare riparo da quell’acquazzone estivo.
Attraversai tutta la spiaggia, correndo a perdifiato, ma non trovai alcun riparo. Sicuro ormai che sarei morto lì, in preda agli ultimi stenti di vita, le mie narici si riempirono inaspettatamente del profumo di carni abbrustolite; la mia mente regredì allo stadio bestiale; seguii il misterioso aroma come il migliore dei segugi del Re, pronto finanche a rubare pur di non perire in quel modo abbietto, ma non vi fu bisogno. L’odore proveniva dall’imboccatura di una caverna allagata dalle acque tumultuose del mare. Decisi di seguirlo, noncurante dei pericoli: non vidi altra soluzione che tuffarmi per raggiungere la spaccatura nella roccia. Lottai con la fatica dei miei muscoli intirizziti e del mare; lottai con i morsi della fame; lottai con gli scogli che mi graffiavano e minacciavano di uccidermi aiutati dalle onde gonfie di malignità; ma riuscii ad entrare nella caverna.
L’interno era umido e roccioso, alle pareti i riflessi spettrali del mare facevano ondeggiare la mia vista come fossi ebbro di vino scadente. Lì rimasi per qualche momento, riverso sui detriti e sulle conchiglie rotte portate dal mare, gli occhi rivoltati nel cranio, i polmoni pieni d’acqua e di fatica. Mi rialzai con la sola forza delle braccia, cercando di risvegliare il resto del corpo, e mi accorsi che le conchiglie sulle quali avevo posato la schiena non erano ciò che credevo. Buon Dio, le ossa ammassate su quegli scogli erano così tante da poter riempire i corpi degli abitanti di un villaggio. Bambini, ratti, cani, pesci, uomini e animali di cui non conoscevo nemmeno il nome costellavano il pavimento roccioso di quella caverna. Il mio stomaco venne meno e rigettò assieme all’acqua salata il misero contenuto che aveva trattenuto sino a quel momento. Il profumo della carne era l’unico, fragrante, appiglio al quale la mia coscienza faceva fronte, così decisi di avanzare, incurante di ciò che avrei trovato in fondo a quella fossa infernale. Avanzai carponi, contando sempre sulle sole braccia, poi, quando le forze rianimarono i miei muscoli, tornai ad inerpicarmi lungo la bassa spaccatura della terra. Raggiunsi una polla d’acqua limpida, oltre la quale, su un fuocherello morente, abbrustoliva un lungo osso con attaccata un’abbondante porzione di carne. Mi sollevai da terra, ansimando e guardandomi intorno. Lì le ossa abbandonate e ammassate dal mare erano quasi assenti, e quelle che rimanevano erano soltanto umane. La polla d’acqua limpida si raccoglieva al centro della caverna da più rivoli che cadevano attraverso le rocce, filtravano poi dalla terra e sgorgavano nel mare; sul soffitto candide stalattiti gocciolavano a terra, creando basse copie gemelle sul pavimento irregolare. Tutto ciò che riuscivo a sentire era il profumo della carne accompagnato dallo scoppiettio della legna umida. Qualcosa nella mia mente gridava, nel tentativo di risvegliarmi da quell’incubo, qualcosa nella mia mente mi avvertiva che l’osso a cui era attaccata la carne era troppo lungo per appartenere ad un animale, ma la fame cieca del mio corpo soffocò quelle voci lasciandomi andare oltre la soglia dell’umano. Addentai quelle carni ancora sul fuoco, abbandonando la ghironda e la borsa con i miei miseri averi; strappai lembi del muscolo allungato e speziato, masticando lentamente mentre il sangue ed il grasso sciolto mi scivolavano ai lati della bocca. Al terzo morso, ancora in preda alla cieca fame che lambiva i miei pensieri, venni risvegliato da un tocco spettrale sulla mia spalla destra, freddo come il ghiaccio e penetrante come la lama di una spada. Il boccone mi andò di traverso, deglutii solo grazie all’orrore che quella visione mi aveva appena mostrato.

– A illustrare il racconto, un particolare di Saturno divora uno dei figli di Peter P. Rubens
Antonj Donegà
Antonj Donegà non sa scrivere la propria biografia.
Ah ah ah, molto divertente.
No, sono serio, non so davvero cosa scrivere.
Veloce, amico, ti stanno guardando tutti…

Non puoi fare scena muta, dannazione!
Ok ok, stai calmo, ci sono. Antonj Donegà…
…Lo hai già detto…
…lasciami continuare! Dicevo, Antonj Donegà nasce da qualche parte, a nord, in una data non bene precisata. Dedito alla lettura fin da giovanissimo, ha sempre odiato le altre persone.
Un po’ pesante, un po’ generico.
Hai ragione. Correggiamo con: “ha da sempre odiato tutte le altre persone.”
Meglio.
Colleziona libri, da cui strappa le biografie per invidia e, a volte, li legge anche. Amante di Poe, Doyle e Lovecraft, del fantasy dai sapori antichi…
Muffiti…
Non toccarmi Tolkien e la Le Guin, per favore.
Va bene, va bene. Come sei intrattabile, cercavo di aiutarti.
…e del folk inglese. Scrive storie sin da quando era bambino, e ne ha pubblicata anche qualcuna. Nel 2016 esce nelle librerie con il primo capitolo della sua saga fantasy: “Racconti di Corindor – Le Ali di Cenere”, e pubblica insieme a Jacopo Pagliari il noir “Il Male non ha Eroi” qualche mese dopo.
Ha in cantiere centinaia storie, tutte appuntate nei mille taccuini dei quali non può fare a meno.
È tutto?
C’è chi dice tenga uno Shoggoth nello sgabuzzino, ma sono solo malelingue piene d’invidia.
Lo Shoggoth meglio non offenderlo, l’ultima volta non è stato facile riportarlo a casa. Visto? Non è stato difficile, dopotutto.
È terribile, ora la cancello.
Cosa?!
Sì, non va bene, riscriviamola.
Pubblicata.
TI ODIO!

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