Il dio senza nome

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Dio senza nome
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Nell’anno 88 dell’Egira e 707 della Croce nacque a Turmhu, nel Belucistan, un uomo chiamato ‘Colui che è senza nome’. Le Tavole gli attribuivano numerosi titoli quali: l’illuminato, l’eletto, il magnifico, il predestinato, il profeta. Era un pastore e il suo gregge di capre e uomini lo seguiva tra gli altipiani del paese, ascoltando la sua parola ispirata. «Voi siete i miei figli, a voi sarà donato il mio regno», predicava nella famosa tavola dell’Accoglimento, «Per voi ho tosato le mie capre e sparso al vento la lana perché vi scaldasse e la seconda notte ho sacrificato il montone e lasciato sgorgare il suo sangue perché vi nutrisse e la terza notte ho bruciato la mia capanna perché vi scaldasse e ora che tutto vi ho donato, ascoltate le mie parole». Nell’anno 108 dell’Egira scomparve dalla sua terra. Trovarono solo le ceneri della sua capanna e le corna del montone.

Al principio della luna di Rajab dell’anno 118 dell’Egira, tra le dune del deserto di Khara, a occidente di Isfahan, l’aria era fredda e gli uomini attorno ai fuochi guardavano a ponente in attesa della luna di Sha’ban, che avrebbe annunciato la mortificazione e il digiuno di Ramadan. Era una carovana di mille uomini fatta di commercianti, schiavi, mendicanti e ladri. Seduti per terra aspettavano il segno guardando il tramonto. Dal fondo delle dune del deserto videro avanzare un cammello e una figura di uomo. Quando si avvicinò, i pellegrini videro che portava una maschera che nascondeva loro il volto. La tolse e scoprì il suo volto splendente e ne furono abbagliati. Quando parlò disse di chiamarsi ‘Colui che è senza nome’ e raccontò dei verdi e fertili altopiani della sua terra e loro ne rimasero affascinati. Durante le notti del lungo viaggio verso Makka, egli raccontò tante storie che promettevano la salvezza che, alle fiamme effimere del fuoco, parevano verità e quando incominciò a raccontarle anche durante il giorno, sotto le palme delle oasi, gli credettero. Qualche scettico, tuttavia, gli chiese le ragioni di tanta meraviglia. «Sono Colui che vi salverà», disse. I mercanti rifiutarono di credergli, una voce gridò: «Impostore!», e un’altra «Stregone!». Lo scriba degli Abbasidi riferì sulla sua pergamena che la voce dell’uomo senza nome si fece irosa nel dire loro che se aspettavano il segnale di un mese di penitenze lui ne annunciava uno migliore: quello di un’intera vita di penitenza e di una morte infamante. Raccontò loro che nell’anno 108 dell’Egira un uomo era penetrato nella sua casa e, dopo essersi purificato e aver pregato, gli aveva tagliato la testa con una scimitarra e l’aveva portata fino al cielo. Sostenuta dalla mano destra di quell’uomo, che era l’arcangelo Gabriele, la sua testa era giunta al cospetto del Signore il quale gli aveva affidato la missione di profetare e gli aveva instillato parole così antiche che bastava ripeterle per credere, gli aveva fatto risplendere volto e anima di uno splendore glorioso. Quando tutti gli uomini della Terra avessero professato la nuova fede, Lui si sarebbe rivelato ed essi avrebbero potuto adorarlo come già lo adoravano gli angeli. Ancora alcuni rimasero scettici ed egli invocò una tempesta di sabbia che durò 8 giorni e 8 notti, finché tutti si prostrarono ai suoi piedi e la tempesta cessò. È scritto che fece molti miracoli. Una volta fece sgorgare acqua dalla sabbia del deserto. Gli uomini lo adorarono e riconobbero le sue doti soprannaturali. Rivelato il suo messaggio, li esortò alla santa Jihad e anche a un opportuno martirio. «Allah è grande e Colui senza nome è il suo profeta», urlavano tagliando teste ai malcapitati che incontravano nei villaggi, sul cammino vittorioso della fede. Conquistarono paesi e città. Raccontò lo scriba che Lui divise le acque per permettere ai suoi fedeli di passare il mare di Persia e proseguire verso le terre di Makka e al-Madina. Alla fine del Rajab dell’anno 128 dell’Egira, sulla via per Madina, tra le dune del deserto di Nafud, Colui che è senza nome annunciò al suo popolo che da lì in avanti si sarebbe chiamato ‘Dio senza nome’ e scolpì nella sabbia la nuova legge perché mai fosse dispersa al vento:

Io sono il tuo Signore
Tutto ciò che vedi Io lo creai in 8 giorni e 8 notti
L’ottavo giorno feci il tempo che ha inizio e fine
Il tempo è fatto così: 8 e questa è la sua fine: ∞
Tutto è permesso

Il popolo abbracciò con fervore la nuova dottrina e alla fine di Ramadan dell’anno 128 dell’Egira, sulla via per Madina, la famosa città di Saharah aprì le sue porte al Dio senza nome e un anno dopo toccò a Mahazada. Il proselitismo era iniziato davvero bene e il Dio senza nome poteva ora dedicarsi alla pace e alla meditazione del suo harem fornito di 88 donne che cercavano di placare i bisogni di quel corpo divino. Ma l’Islam tollerava l’apparizione di profeti a patto che le loro parole non mettessero in dubbio la fede ortodossa e la pubblica collera del Califfo Mohamed al Mahdi, che ne proclamò l’eresia, fece vacillare il suo regno. Quando l’esercito del Califfo pose l’assedio alla città e le riserve di cibo e acqua finirono, i fedeli vacillarono nella loro fede. All’alba e al tramonto il Dio senza nome saliva al minareto e invocava l’invio di una moltitudine di angeli, invano. Allo stremo, accettò il supremo sacrificio: ordinò la morte. Quelli ancora in vita si trafissero con le lance, altri si gettarono dalle mura, altri ancora bevvero veleni. Lui no, alcuni dicono che gli tagliarono la testa una seconda volta, altri che salì al cielo e che ora siede alla destra del Padre.

Nell’ultima notte dell’ultimo giorno del Ramadan dell’anno 8888 dell’Egira e dell’anno 9245 della Croce, i robot lavoravano alla luce dei foto-sensori dentro un buco profondo e largo come una valle, tra le dune di sabbia del deserto. I termometri misuravano una temperatura attorno a zero gradi che, dopo i novanta del giorno, erano un sollievo anche per le macchine che sembravano scavare più alacremente, almeno a giudicare dal ronzio meccanico, che si diffondeva in quella desolazione. D’improvviso cadde una coltre di silenzio. Nell’hangar sotto la cupola lampeggiò una spia. «Corpo solido, signore», risuonò la voce metallica del robot. L’ologramma mostrava una cassa simile ad uno scrigno di ferro. «Profondità?». «Mille metri, signore». «Estrai e invia», replicò la voce umana. Lo scrigno conteneva numerosi papiri scritti in aramaico, greco e latino che furono immersi nei robot identificatori e traduttori che ne documentarono la datazione attorno all’anno 888 dell’Egira. Tuttavia queste antiche scritture divergevano tra loro per alcuni particolari. Per esempio in alcuni papiri il Dio senza nome era descritto come un profeta, in altri stava scritto che non morì mai e che sconfisse tutti i suoi nemici, in un altro ancora che morì ma poi resuscitò. Queste discrepanze furono argomento di molte dotte disquisizioni. Sul fondo furono rinvenute 101 tavolette di pietra, di cui 100 contenenti ciascuna 88 segni che illustravano i numeri 8 ritti o variamente inclinati, l’ultima recava il solo segno di un 8 supino ∞, come morto. Ne furono date molte interpretazioni: i musici composero sinfonie, secondo le diverse inclinazioni dell’8, gli astrologi ne trassero auspici proiettandole nel firmamento, legandole a costellazioni e pianeti, gli scribi ne inventarono una nuova scrittura. La più accreditata spiegazione dei segni la diedero un gruppo di storici e matematici di una sconosciuta Università del Belucistan che collegarono le inclinazioni del numero agli eventi, a volte tragici, occorsi nel tempo sul pianeta e attribuirono a ciascun segno cento anni. Risultò che l’ultimo segno supino corrispondesse proprio all’anno 8888 dell’Egira e furono subito argomentate nuove interpretazioni secondo cui il giorno 8 dell’ottavo mese dell’anno 8888 il mondo sarebbe finito. La notizia della scoperta ci mise poco ad essere di pubblico dominio anche se, per evitare disordini, furono fatte resistenze alla sua divulgazione. Quando si seppe che tutto sarebbe finito entro breve tempo, milioni di fedeli aderirono alla nuova dottrina del ‘Dio senza nome’. Nell’ultima notte dell’ultimo giorno prima della fine, il mondo stava in trepida attesa.

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