Increato

Pubblicato il Pubblicato in Chef per un giorno, Piatti Unici, Realista
Elephant
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Il mondo era ancora increato: rosa, col tronco che si sbozzava contro il fianco della madre, fino a che gli alberi piegati sotto il nostro peso, tornavano con le cime verso il cielo e il terreno tremava. C’era odore di terra asciutta, quella che entra nelle rughe e si annida negli angoli degli occhi e che, ora lo so, ha il sapore della fatica.
Presto il rimbombo dei passi diventava come il rumore del cielo quando le nuvole si rincorrono a branchi, e a quel punto era tutto giallo e nel mondo penetravano le ombre. Grandi, lente.
La luce sapeva via via di sabbia arroventata, e la madre mi cullava un passo dopo l’altro e io la sentivo sospirare.
Spesso qualcuno si abbatteva a terra, quando il mondo si tingeva di arancione. Io sentivo il pianto e i colpi nella sabbia e le ombre che vedevo erano in cerchio, lunghe, lente. Qualche volta erompeva anche il pianto della madre e io pensavo che fosse la fine del mio mondo.
Invece era solo la notte. Ecco il tronco dalla forma conosciuta, ecco il respiro della madre più calmo, ora, lento. Se solo avessimo avuto più acqua, in quei giorni, e non fossimo stati braccati. Ma la notte anche l’uomo riposava, e le nostre orecchie non percepivano che il rumore dell’aria fra le foglie e lo strusciare di zampe degli animali notturni.
Solo una volta un rullio insistente è salito dalla terra e tutti si sono rizzati. Due occhi gialli nel buio, e dei versi ululati. Da come fremeva la madre ho capito che quello era l’uomo. Poi un colpo secco e tutti noi abbiamo gridato, anche io, e pestato, anche io, e gli occhi gialli si sono voltati e hanno spaccato il buio nell’altra direzione. Fuggiva l’uomo: solo due occhi quando i nostri erano tanti. Ma l’aveva visto nei sogni della madre la crudeltà di un branco di uomini. Un lampo, uno solo, e poi il corpo della madre di mia madre che cadeva e gli uomini che si avventavano su di lei per prenderle pochi pezzi e lasciare il resto agli insetti che uscivano dalle spaccature del suolo e agli uccelli appollaiati sui rami.
Comunque la nostra notte durava poco. Quando arrivava l’aria fresca e grigia e si sentivano le prime foglie che scricchiolavano, la madre era già sveglia, non dormiva più come una volta e ormai sognava sempre la stessa cosa: un albero con una chioma gonfia di mille foglie e un’ombra fresca e umida. Lì sognava di spingermi fuori e coricarmi sull’erba… oltre non vedeva, si svegliava prima che la luce uscisse dalla terra là in fondo e pensava che erano gli ultimi giorni e che il grande albero era ancora lontano.
Ormai mangiavo di meno, la madre non aveva fame. Masticava per ore mentre camminava ma non mandava giù niente. La luce era forte, tagliava le ombre di netto, e i corpi grossi sembravano più magri, i movimenti trascinati. La terra tremava poco perchè ne avevamo persi molti.
Spesso gli occhi che portavano tutte le cose nel mio mondo erano chiusi, ora la madre sognava anche quando camminava. Mille foglie che stormivano ed erano percorse da tanti piccoli tocchi, prima piano poi via via più forte. Allora la madre apriva la bocca e inghiottiva l’aria, allungava la lingua ma trovava solo la solita arsura. Sentivo il passo trascinato, il suo corpo strusciarsi agli alberi. I tronchi contro di me pungevano, schiacciavano. Stringevano. Mi spingevano.
I lamenti proruppero tutto in un momento. Era giorno ma la madre non si era alzata e non aveva seguito i passi degli altri. Gemeva, piegata in avanti, e mi scacciava dal suo mondo anche se non eravamo arrivati al grande albero e non c’era ancora una goccia d’acqua. Cercai di aggrapparmi, inarcai la schiena, pestai come quando eravamo stati attaccati dall’uomo. Pensai che il mondo stava finendo. Ora lo so, si chiama disperazione.
Tutto a un tratto la madre si aprì e la luce che entrò non era rosa né gialla né arancio: bianca, soltanto bianca. Rotolai fuori dal mondo di mia madre, lei stava accucciata con la proboscide fra le zampe. Mi avvicinai, guardai tra le sue zanne il cielo sconfinato e il punto dove finiva dentro la terra. Là, dove l’aria tremolava, guardai la polvere del branco e in fondo, là, ancora la foresta che non si vedeva, dove tutti avremmo avuto un albero con mille foglie e acqua dentro e fuori, sulla lingua, e sulla testa a lavare la fatica, a lavare la paura.
Mi voltai verso la madre. Il suo corpo possente faceva una pozza di ombra come un albero dalla chioma piccola e la sabbia dove si era stesa era ancora calda ma umida di lei. Uno dei suoi orecchi si apriva sul terreno, l’altro era piegato e gli occhi erano bianchi. La lingua le pendeva fuori dalla bocca e il suo respiro era, fioco, sempre più lento.
La toccai con la proboscide sulla testa, sul collo, sulla schiena, sulla coda, sulle zampe. Mi feci coraggio e la toccai sulle zanne forti come tronchi. Premetti la testa contro la sua pelle dura.
Poi mi incamminai per raggiungere il branco.

Sara Gambolati
C’era una volta un libro. Di favole della buonanotte. Piccole donne edizione integrale. Anna Frank per la tesina di terza media. D’amore per non impazzire dietro i paradigmi e l’aoristo. Di qualsiasi cosa pure di mettere giù i codici. E giù a leggere scrivendo la tesi, vagliando i bandi di concorso e scorrendo le graduatorie. Coi piedi sul cruscotto in viaggio di nozze e con l’ecografo sulla pancia di quarantadue settimane. Anche con la bimba sul petto, testina a destra libro a sinistra, poi cambio.Quando strillo al lavoro:il prossimo! e penso a cosa leggerò in pausa pranzo. C’è sempre stato un libro a tenermi compagnia. E allora perché non provare a scrivere? Una volta con le bimbe in spiaggia a guardare le nuvole, vi faccio andare lassù, prometto. E un’altra volta…. e così via.

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