Interpretazione

Pubblicato il Pubblicato in Chef per un giorno, Realista, Urbano
Chris Jordan - Cellphone
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1.529 parole; tempo di lettura stimato: 8 minuti circa

Semplicemente i fatti: stavo rincorrendo come spesso mi accade il treno, in senso metaforico, ma non troppo. Avevo parcheggiato la mia auto nel piazzale di un supermercato, vicino alla stazione, nell’ora di punta dopo aver fatto la spola e tre giri filati per cercare qualcuno che liberasse un posto, un terno al lotto.
Avanzavo lentamente con l’auto, affiancavo massaie con le borse della spesa, uomini villosi che si frugavano in tasca in cerca delle chiavi, scrutavo ogni singolo movimento dietro le siepi che dividevano i posti auto in cerca di qualche sembianza umana che stesse per entrare nel suo bussolotto ed andarsene. Ero in ritardo marcio, come sempre ed abitualmente il colpo di fortuna lo avevo, anche se comunque poi avrei dovuto farmi i 400 metri tra il parcheggio e la stazione per prendere il treno che mi avrebbe portato a lavoro, con la lingua di fuori, a rischio infarto. Anche quella volta ce la feci. Una benedetta mamma, anche lei in ritardo su tutto, indaffarata e velocissima, sbatacchiò le due buste del Penny market sul sedile posteriore della sua scatoletta giapponese color zinco e sgusciò via velocissima, liberando il posto ed infilandosi nel serpentone di auto ferme al semaforo, nel traffico congestionato che l’avrebbe fatta imprecare sulla sua vita di merda, sul fatto che voleva un po’ di tempo per sé, che non è che chiedesse tanto, che se tornasse indietro… Afferrai il mio zaino, cercai le cuffie, scesi con le chiavi che mi penzolavano al collo togliendole e passandole nella mano sinistra rischiando di strangolarmi, strattonai lo sportello lato guida in fase di chiusura e dallo sportello posteriore mi incuneai fino sotto i sedili per togliere delle cartacce pubblicitarie che si erano depositate lì da settimane, una bottiglietta di plastica vuota che strinsi saldamente insieme al cellulare nella mia mano destra, valutando di gettare cartacce e bottiglia nel cassonetto che avrei incrociato solo 50 metri più in là sulla strada per la stazione percorsa a tutta velocità.
Detto, fatto: aprii il portellone del cassonetto e gettai tutta la robaccia nella mia mano destra nel cassonetto. Ora avevo circa 350 metri per rilassarmi, anche se a passo veloce. Potevo prendere le mie cuffie, mettere su un po’ di musica per distendere i nervi e passare il viaggio in treno. Peccato che una volta districati i fili degli auricolari, dei veri nodi scorsoi, mi accorga che non ho il cellulare, cioè che non lo trovo, non è possibile non lo abbia più. Mi palpeggio ovunque come un tarantolato: tasche anteriori e posteriori dei jeans, giubbotto, tasche interne ed esterne; niente; passo allo zaino, sapendo già che non l’avrei mai trovato lì. I miei movimenti e la geolocalizzazione degli oggetti erano di solito precisissimi. Non volli pensare a quello che dovetti ed avrei dovuto pensare. Tornai di corsa alla macchina: districai le chiavi dal collare attorcigliato; aprii la portiera davanti e di dietro, litigando con non meno di tre automobilisti disperati ed imploranti come me quando cercavo parcheggio poco prima. Provai a spiegare che la mia situazione si stava facendo disperata e che non volevo prendermi gioco di loro facendo finta di andarmene. Rovistai sui sedili, nelle tasche degli schienali, sui tappetini, fra il cambio ed i sedili anteriori, niente. Dovetti pensare a quello che non avrei voluto pensare. Avevo gettato il mio cellulare da centinaia di euro nel cassonetto insieme alle cartacce pubblicitarie e alla bottiglietta di plastica. Ancora di corsa richiusi la mia auto e mi gettai sul cassonetto. Nessuno in giro per almeno un minuto. Qualche dio mi voleva ancora bene. Aprii il portellone a pedale del cassonetto ed eccolo, laggiù in fondo, il mio block notes tecnologico nero foderato da una custodia similpelle; abbandonato ed irraggiungibile alla mia presa se ne stava sul fondo del cassonetto; sembrava guardarmi supplichevole. Non so valutare se il cassonetto quasi vuoto fosse un vantaggio, dato che il cellulare stava a due metri di profondità da qualsiasi presa umana, ma non si era così mescolato ad avanzi di cene, latticini, scatolame, verdure marcite, condense e vapori di cibi precotti, vestiti e carte stropicciate di chissà quali liquidi biologici . Se fosse stato pieno, la mia presa sarebbe stata agile, sempre che il cellulare non fosse scivolato lentamente in quelle viscere, invisibile per sempre al suo proprietario distratto e del tutto irrecuperabile. Realizzai allora, vedendo il cassonetto praticamente vuoto, che il camion della nettezza doveva essere passato da poco e non si sarebbe rifatto vivo fino al giorno dopo. Malgrado questo pensiero non mi sarei mai allontanato dal cassonetto, lasciando il povero cellulare lì, solo, con il rischio che degli artigli meccanici lo potessero sollevare e, dall’interno di quel guscio dove lo avevo ingiustamente scaraventato, lo masticassero nelle fauci di Dite; mandato al macero, senza sepoltura degna e tutto questo solo per la mia fottuta fretta e disattenzione. Non sapevo che pesci prendere.
Non sarei mai riuscito a recuperarlo, il mio cellulare. Mi trovavo in una strada di gran passaggio, fatta solo per le auto senza nessuno che sarebbe passato di lì a piedi, almeno, non mi risultava e non mi potevo allontanare, tantomeno chiamare qualcuno al cellulare, no? Senza contare il fatto che stavo perdendo il treno ed avrei fatto ritardo al lavoro, ma questo era l’ultimo dei problemi. Del resto è una verità che, quando non trovi una soluzione, è la soluzione a trovarti. All’improvviso, dietro l’angolo di alcune villette che non pensavo contenessero esseri umani, si manifesta una signora anziana con il sacchetto della spazzatura da gettare nel cassonetto. Prima di pregarla di non farlo perché lì c’è il mio cellulare, le spiego cosa mi è successo e che se fosse così gentile da aiutarmi le sarei infinitamente grato. Le chiedo se ha un panchetto in casa, lei dice che ha una sedia ed io mi scuso tanto dicendo che sono cose che non dovrebbero accadere e la ringrazio in anticipo. Alla signora, evidentemente stupita ed in parte intimorita, delle mie scuse non gliene frega un bel niente, ma trova il tempo di aggiungere, prima di dirmi che sarebbe andata a recuperare una sedia, che sì, sono cose che non dovrebbero succedere, con un fare scorbutico da nonna che rimprovera il nipote. Sono salvo forse. Attendo cinque, dieci minuti, il treno non è ancora partito ma è lontano chilometri e chilometri. La signora non torna, assumo fosse rimasta terrorizzata da quella situazione un po’ assurda, comunque strana; forse pensava che la volessi fare a pezzi per gettarla proprio in quel cassonetto. Mentre penso questo vedo spuntare dietro il cassonetto al quale avevo montato una specie di guardia armata una zingara dalla faccia deforme, cucita come una bambola di pezza. Guida un vecchio carrello da supermercato, credo del Penny market lì vicino, arrugginito e tutto sgangherato. Il carrello è pieno di borse, vestiti che spuntano fuori da sacchetti di plastica, carte e coperte, forse la sua casa. Mi passa accanto e mi guarda stranita come se le avessi rubato il parcheggio. Ho capito che quei cassonetti erano la sua principale fonte di approvvigionamento, erano tre infatti i cassonetti allineati e messi lì nell’angolo della strada fra il piazzale parcheggio del Penny market e la strada che porta alla stazione. Mi passa accanto quasi studiandomi e dicendo «cassonetti», quasi per marcare il territorio, si sposta a quello accanto. Ha un bastone; un bastone da passeggio con il quale, come una rabdomante, cerca, scarta nel fondo, divide, fa a strisce sottili i rifiuti, li seleziona o solo guarda nel loro fondo se possono contenere la sua giornata. Fa tutto questo con somma maestria, direi eleganza se non venissero quei movimenti da una vecchia zingara fradicia che mi guarda con l’occhio storto. Quando si affaccia al mio cassonetto col suo bel bastone laccato da passeggio non posso far a meno di dirglielo, dirle cosa mi è successo. Lei certo non mi giudicherà, mi aiuta, sono io che glielo chiedo e le dico che se lo fa le do cinque euro, forse proprio ciò che andava cercando nel cassonetto. Non so neanche se mi ha capito, non so se capisce la mia lingua, ma valutata rapidamente la sua possibilità di recupero del cellulare in fondo al cassonetto, mi dice che non dovevo cercare di uncinarlo direttamente come si fa al luna park nel gioco della pesca miracolosa quando, guarda caso, si perde sempre, ma che avrei dovuto spostarlo nella borsa di plastica lì vicino che doveva contenere solo dei vecchi vestiti da bambino buttati via, niente rifiuti organici. Lo spingo lentamente, come la zingara mi ha detto di fare. Ora Il mio cellulare è dentro la borsa di plastica come ha detto la zingara, ora il bastone laccato fa leva sulla borsa che sale e sale e sale fino all’altezza ed alla forza delle mie mani che, ora, recuperano il cellulare, sano, intatto, salvo.
Ringrazio la zingara che non ha un sorriso, nemmeno io forse, non la tocco ma le do i cinque euro che le avevo promesso e che lei prende nelle sue mani color ciliegia non sapendo cosa dire, guardandoli, guardandomi con il solito occhio storto andarmene via mentre ancora la ringrazio. Forse ce la faccio ancora a prendere il treno, intanto, subito dopo l’angolo dietro i cassonetti, un uomo anziano arriva con una sedia in groppa. Era il marito della signora del sacchetto della spazzatura che non tornava più. Aveva mandato il marito, forse per maggior sicurezza, perché era diffidente, ma a metà. Ringrazio anche lui e dico che oramai non importa, che ho risolto, in qualche modo ho risolto e lo ringrazio.

– A illustrare il racconto, Cell Phones #2 di Chris Jordan
Simone Bachechi
Nato nella campagna toscana fra campi di mais, zucchine, melanzane e carote e aie piene di galline, oche e anatre, pensai di trasferirmi a Firenze per studiare filosofia teoretica passando gran parte della mia gioventù su testi di Rudolf Carnap, Saul Kripke, Ludwig Wittgenstein, il circolo di Vienna ed altre amenità: quando si dice due braccia rubate all’agricoltura. Poi ho fatto altre cose e per resistere, vivo nascosto, leggo soprattutto racconti, ogni,tanto ne scrivo e non sopporto quelli che dicono ci aggiorniamo, perché le parole sono importanti.

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