La bestia

Pubblicato il Pubblicato in Chef per un giorno, Piatti Unici, Realista
Alcolism - Rodolfo Marques
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1501 parole; tempo di lettura stimato: 8 minuti circa

La prima volta che mio padre mi diede in mano qualche spicciolo da spendere, avevo dodici anni. Ogni domenica, dopo il pranzo, il tintinnio metallico delle monete lo accompagnava per tutta la discesa sulla scala a chiocciola che collegava il piano terra a quello superiore. Io me ne stavo seduto sul divano a guardare la televisione come facevo tutti gli altri giorni, nel tentativo di mostrarmi come un figlio che niente pretendeva.
Mi si metteva davanti, mi dava un colpetto sulla testa in segno di affetto e lasciava cadere le monete sul palmo della mia mano. Mi rammentava di non sprecarle e di fare il bravo. Dopodiché risaliva le scale e cominciava a bere.
Mia madre sparecchiava la tavola, lavava i piatti con il suo viso perennemente teso in una smorfia di costrizione.
Io me ne accorgevo ma non glielo facevo notare. Ero conscio, come lo può essere un bambino di dodici anni, del fatto che la dipendenza di mio padre incidesse sul suo umore già di per sé cagionevole.
Considerare mia madre come una donna di carattere, vigorosa di spirito e combattiva sarebbe stato errato. Anzi, era un po’ il contrario. Una donna sottomessa alle debolezze altrui, incapace di reagire agli atteggiamenti autoritari e riluttante nel servirsi di una spiccata intelligenza per discernere cosa riteneva essere giusto e cosa sbagliato, nella sua vita.
Mio padre e mia madre non erano mai stati veramente in grado di conversare tra di loro. Si limitavano a emettere suoni, sillabe, vocali che si frantumavano contro un muro di cemento che li divideva. Le rare volte che necessitavano di parlarsi, mi ritrovavo nella condizione di venire strumentalizzato. Mia madre mi stringeva al petto, qualche volta, e mi sussurrava che mi voleva bene. Non si spingeva mai oltre. Covava i suoi risentimenti e i suoi dispiaceri dentro di sé, estremamente consapevole del fatto che il futuro ci avrebbe riservato violenza, nient’altro. Solo cruda e immeritata violenza. E restare a guardare era tutto ciò che ci sarebbe stato consentito fare.

Passarono due anni dal giorno in cui mio padre mi considerò abbastanza maturo da spendere in autonomia qualche soldo. In quell’arco di tempo, la bestia era divenuta sempre più affamata e feroce, le erano cresciute le zanne e ruggiva emettendo un suono grave e prepotente. Quell’animale mitologico, venerato dai pagani e temuto da tutti gli altri, aveva maledetto l’anima di mio padre, usurpando corpo e mente. Si era impossessato di lui e ce lo scagliava addosso. La paghetta settimanale era stata rimpiazzata da sberle vili, insensate, inconcludenti, derisorie – nei miei, ma in particolar modo nei suoi confronti – che mi riservava a ogni sbaglio o errore che commettevo, a ogni parola che non avevo il diritto di pronunciare, a ogni risata che gli ricordava il fatto che suo figlio, nonostante il caos, nonostante la bestia, continuasse ad aggrapparsi a un’apparente felicità. E lui non lo accettava. Se ne vergognava come un flagellante che desidera ardentemente pentirsi dei suoi peccati ma scalfisce a colpi di frusta la schiena di qualcun altro.
Io e mia madre eravamo diventati i capri espiatori sui quali si riversava la banale commiserazione che nutriva verso se stesso in maniera ossessiva. La dipendenza dall’alcol aveva messo in moto un’inevitabile decaduta mentale e spirituale. Anche nei momenti di sobrietà la sua vista era offuscata, il suo ragionamento lento e impreparato, i suoi sentimenti irrigiditi e come di plastica.
Ricordo una sera, avevo sedici anni. Ero in camera a ripassare per la verifica di matematica del mattino dopo. Mia madre iniziò a sbraitargli addosso. Non l’avevo mai sentita urlare né rivolgersi con cattiveria a mio padre.
Mi affacciai dalle scale e mi venne ordinato di ritornare in camera. Vidi una donna che sembrava poco più giovane di mia madre, sciatta e piegata da un lato, come ubriaca o fatta di qualcosa. Si accorse di me e alzò lentamente il viso, stringendo gli occhi per mettere a fuoco. Mi rivolse un sorriso stolto, privo di senso. Distolsi lo sguardo e mia madre mi ripeté di chiudermi in camera. Fu subito contraddetta da mio padre che mi ordinò di scendere giù.
Voleva presentarmi la sua nuova compagna. Intendeva lasciarla dormire a casa nostra e mia madre si dibatteva, come mai l’avevo vista fare, proibendolol categoricamente. Nei suoi occhi c’era disperazione. Mi venne da piangere. La donna rimaneva in silenzio, l’espressione di un’ameba in viso e i capelli arruffati e sporchi. Puzzava quasi quanto lui. Non resistetti più.
«Sei uno stronzo!» urlai. «Il rispetto papà, abbi rispetto per mia madre, almeno per lei.»
«Chiudi la bocca, chiudila!» mi sbraitò addosso come un cane rabbioso.
«Vergognati, sei il fallimento di un uomo» ribattei. Tremavo e avevo gli occhi gonfi di lacrime.
Reagì scattando in avanti verso di me, accecato di rabbia, le labbra rattrappite e striate di saliva, ma la donna lo arpionò per un braccio e gli disse che tutto questo era sbagliato. Se ne andarono.
Dopo quell’episodio non fece ritorno a casa per una settimana.
Mia madre conobbe giorni di sollievo e beatitudine. Il solo fatto di essere venuta a conoscenza che suo marito, il padre di suo figlio, se la faceva con un’altra donna, le diede la forza e la volontà di liberarsi della corazza capovolta che mai l’aveva protetta. Aveva difeso la sua casa, aveva cercato di proteggere suo figlio scontrandosi valorosamente, gonfiando il petto, mostrando le unghie contro la bestia. Il suo ti voglio bene ora si era trasformato in un ce la faremo, assieme, con o senza di lui, non farà più parte della nostra vita, ce la riprenderemo. Vinceremo noi, mi diceva con un orgoglio ritrovato.
La bestia tornò a casa domenica sera. Noi eravamo seduti a tavola, cenavamo. Sembrava sobrio. Si fermò sulla soglia della porta d’ingresso e chiese scusa. Mia madre lo invitò ad andarsene. Lui la ignorò e salì le scale scomparendo. Poco dopo discese. Teneva nella mano una banconota da venti euro. Mi venne incontro e me la posò a fianco del piatto. Mi guardò con occhi tristi e mi diede un colpetto sulla testa. Uscì di casa come un fantasma.

Avevo diciotto anni, quando accadde il peggio.
Mio padre era andato a vivere con la sua nuova compagna. Di tanto in tanto tornava a casa per qualche ora. La trasformazione di mia madre fu incredibile. Brillava come neve al sole. Io me la cavavo e cercavo di seppellire negli angoli più remoti della mia mente tutti i brutti ricordi che mi tormentavano quando mi capitava di fare degli incubi.
Era un pomeriggio di luglio e mi stavo preparando per uscire, quando il campanello squillò ripetutamente. Ero a casa da solo. Chiesi chi fosse e mi rispose una voce fievole, femminile, ma non riuscii a comprendere cosa stesse dicendo. Uscii fuori e vidi la sagoma della donna che aveva frenato l’ira della bestia anni addietro. Più mi avvicinavo e maggiori erano le lacrime che riuscivo a distinguere sul suo viso. Era come se la sua faccia fosse stata presa a martellate, da quanto fosse infossata e marcata dal dolore.
«Tuo padre» urlò strascicando la voce.
«Tuo padre è all’ospedale.» Completò la frase e si riversò sulla cancellata. La sua faccia faceva pressione sulle sbarre del cancello. Era visibilmente in stato di shock.
La feci entrare e squillò il telefono: era mia madre. Stava tornando a casa, gliel’avevano appena comunicato. Domandai alla donna che cosa fosse accaduto. Mi rispose che aveva avuto un incidente in macchina. Un frontale contro un camion, trasportato in elicottero d’urgenza. Mi disse solo questo.»
Furono istanti interminabili, di angoscia, di terribile tristezza. Lei continuava a piangere, la abbracciai e la strinsi forte. Piansi anch’io. Quando mia madre fece il suo ingresso in casa ci trovò avvinghiati, esseri miserabili, piccoli, contorti dal dolore. Fuggimmo tutti e tre all’ospedale.
Ci comunicarono che mio padre aveva subito un trauma cranico. Si trovava in stato di coma.
In più di un’occasione, avevo desiderato la sua morte. Mi pentii di tutte le volte che avevo pregato morisse. Mi pentii di non averlo mai compreso fino in fondo. Mi pentii di aver visto solo le bottiglie e quasi mai quello che ci poteva essere dietro.
Mia madre non versò una lacrima. Il suo viso era inespressivo. Quello della donna aveva gli occhi di una persona svegliata di soprassalto nel cuore della notte.
Trascorremmo tutto il giorno in ospedale e con l’arrivo del mattino tornammo a casa. La sua compagna aveva insistito a rimanere ma, quando mia madre le propose di venire a stare da noi, accettò.
Due settimane. Vivemmo assieme due settimane, noi tre e il dolore. Poi il risveglio.
Ci fiondammo da lui. Era tramortito. Non parlava ancora, ma sbatteva le palpebre ed era tutto quello che più importava. Passarono i giorni e ci venne comunicato che mio padre aveva perso la memoria. Un’area del cervello aveva subito dei danni e non sarebbe stato più lo stesso. Nello stato in cui si trovava, non sarebbe stato in grado di impugnare nemmeno una forchetta.
Nemmeno una bottiglia, pensai io. Nemmeno più quella.

– A corredo del racconto, un’illustrazione pubblicitaria di Rodolfo Marques, per una campagna di sensibilizzazione sull’alcolismo.
Tommaso Primizio
Classe ’93, nasco in Emilia-Romagna e cresco in una cittadina immersa
nelle colline piemontesi. Abile nel compiere scelte sbagliate e nel complicarmi
la vita. Studio, scrivo, leggo, suono e dormo, molto. Nel futuro mi aspetto
quantomeno di svegliarmi al mattino.
Nostalgico inguaribile.

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