La grande nonna scalza vestita di nero un giovedì

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La grande nonna scalza vestita di nero un giovedì 3
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2.506 parole; tempo di lettura stimato: 13 minuti circa
A illustrare il racconto, un’opera di Giulia Spinelli.

Dopo circa 6032 giovedì, la grande nonna aveva spogliato quel giorno del funesto ricordo, come se quel lontano giovedì fosse stato l’ultimo su questa terra.
Negli anni, il dolore era diventato prima un ricordo, poi solo un insieme di lettere e suoni. La grande nonna se ne stava seduta sulla sedia nell’angolo della stanza accanto allo sfigmomanometro, vestita tutta di nero da una vita, accanto alle pillole e a piccole pentoline di rame poggiate sul mobile color faggio, pensando a quelle lettere. Certi martedì, lontani parenti le portavano pasticcini e latte di mandorla. Volevano rivedere il passato nei suoi occhi, ma ogni volta la grande nonna sembrava distratta. A Natale aveva sempre più caldo e d’estate sedeva fuori, scalza e vestita di nero. Sedeva rivolta verso l’uscio, perché – spiegava alle figlie – doveva controllare l’interno della casa, non fosse mai che lo spirito di suo marito, vagando come era solito per il corridoio, non la trovasse al solito posto.
La grande nonna rimaneva immobile per ore, seduta su una sedia rossa di plastica. E parlava, parlava da sola, sussurrava, borbottava fissando il vuoto, faccia a faccia col tempo, sibilando, dicendo sì e forse, ripetendo intere frasi pronunciate da gente ormai trapassata.
«Che dici, nonna?» Le chiedevano le nipotine.
«Niente, penso tra me e me» rispondeva.
«Ma con chi parli?»
«Lo so io, con chi parlo. Fatevi i fatti vostri.»
Parlava e muoveva le dita della mano sinistra, come volesse scaldarle; quella mano sinistra che da bambina le avevano legato dietro la schiena perché imparasse ad usare la destra. E aveva imparato.
Si alzava, di tanto in tanto, per andare a raccogliere ciocchi di legna nell’orto, li caricava sulla carriola e li portava in casa, l’inverno. Flemmatica, poi, ne prendeva uno piccolo e uno grande e li gettava nel camino, si adoprava smuovendo i tizzoni e, soddisfatta, tornava a sedersi. La grande nonna.
Quel giovedì di molti anni prima, un freddo mattino di primavera, un uomo calvo e allampanato era in piedi sull’omnibus, in discreto anticipo. La guerra che combatteva lo aveva reso tristemente celebre, ma era una guerra fiacca, intervallata dalla scomparsa di intere generazioni di uomini e dalla nascita di nuovi maschi di cui si attendeva la maturità; perché era una guerra tra famiglie, e i bambini non si potevano ammazzare. In cinque anni aveva visto morire diciotto uomini, lì in paese, e il marito della giovane grande nonna doveva essere il diciannovesimo, ora e per sempre.
Il marito della giovane grande nonna portava dei neri baffi a forma di saetta e l’unica guerra che in vita aveva combattuto con determinazione era quella con il motore del camioncino verde che lo portava al lavoro, che sulla strada spesso scalpitava e barriva e lo obbligava a fermarsi, prenderlo a male parole e pugni e finalmente ripartire. Il matrimonio con la giovane grande nonna l’aveva catapultato però in una trincea fantasma, dove avevano combattuto parenti acquisiti ormai morti, dai quali aveva ereditato l’ignominioso fardello della vendetta altrui e la consapevolezza fatale della morte. Una vendetta estranea, senza risentimenti, atta a riequilibrare le parti e far tornare i conti. Lui lo sapeva bene, ma aveva sempre creduto che l’onestà e l’indifferenza fossero il miglior scudo contro le armi della discordia.
«Non tornare, domani,» così la giovane grande nonna, al telefono, quel mercoledì, «ché t’ammazzano prima che arrivi a casa.»
«Chi te lo dice?» Le avevo chiesto.
«La civetta.» Aveva risposto la giovane grande nonna.
Quella notte, infatti, la giovane grande nonna aveva sognato un uomo col cappello che caricava una pistola, e aveva sognato che l’uomo aveva sognato chi doveva uccidere. L’uomo col cappello doveva uccidere il marito della giovane grande nonna e nel suo sogno la nonna aveva visto, sognando, una civetta appollaiata sul davanzale di una finestra vecchia e sporca. L’uomo col cappello si era svegliato, nel sogno della giovane grande nonna, si era alzato per andare in cucina a preparare il caffè e a caricare la pistola ed era rimasto terrorizzato alla vista di una splendida civetta grigia sul davanzale della vecchia finestra. Nel sogno della giovane grande nonna, la civetta aveva preso il volo ed era scomparsa su nel cielo, così in alto che sembrava volesse arrivare al sole.
«Fine del sogno?» Aveva chiesto suo marito, lì al telefono, con tono grave. Ma il sogno non era finito. La splendida civetta grigia era andata lontano, sorvolando i continenti e gli oceani, la civetta. Aveva poi compiuto tre volte e mezzo il giro del pianeta e aveva visto il futuro – diceva la giovane grande nonna – ma il futuro non sembrava granché, alla civetta: era uguale al passato, dall’alto. Allora se n’era scesa, aveva planato su immensi boschi di faggi e montagne cobalto con la punta di neve, poi su sconfinate città puntellate di palazzi altissimi, alti come le montagne cobalto con la punta di neve, silenziosi, fatti di specchi e carta. La carta che usiamo noi per il pane, aveva precisato la giovane grande nonna.
«Di carta? Palazzi di carta?»
Erano di carta, quei palazzi, ed erano alti come le montagne cobalto con la punta di neve, sì, e scendendo ancora più giù, la civetta, diceva, aveva visto le strade semi vuote, la civetta, e quelle poche persone che aveva visto camminare sui marciapiedi erano tutte donne, solo donne, donne che non parlavano tra di loro, mai, ma che di tanto in tanto tiravano su col naso e con le mani sfioravano le pareti di specchi e carta, come per sorreggersi. La civetta non era né felice né triste e allora la civetta era tornata su, sempre più in alto, aveva fatto tre volte e mezzo il giro del pianeta, aveva visto ancora i pinguini e gli orsi bianchi e aveva sorvolato gli oceani ed era tornata giù, sempre più giù, lì in paese, sempre più veloce, in picchiata, più veloce, ad altezza uomo aveva attraversato il paese, come conoscesse tutte le strade e i vicoli, rallentando per dare la precedenza alle auto fermandosi a mezz’aria e poi di nuovo scatenata verso la casa della giovane grande nonna, adesso stanca, con le ali congelate e il becco di ghiaccio e gli occhi ridotti a fessure, aveva planato esanime sulla strada cementata e aveva spirato sbattendo la testa contro le persiane chiuse della finestra della camera della giovane grande nonna e la giovane grande nonna si era svegliata di soprassalto, terrorizzata da quel tonfo simile a un proiettile; con audacia aveva spalancato la finestra per capire cosa fosse, ma non era niente, solo la vicina che tagliava il pollo e che, vedendola, aveva sorriso. «Sono duri, gli ossi,» le aveva detto.
La giovane grande nonna aveva subito chiamato il marito, fuori città, per avvertirlo.
«Domani torno a casa, – aveva infine sentenziato l’uomo, con una vena di orgoglio.» Domattina.
Sceso dall’omnibus, l’uomo calvo e allampanato indossò il cappello e, con le mani nelle tasche, si avviò, ma un piccolo camioncino verde gli sbarrò la strada.
«Fatemi prima arrivare a casa a portare il pane. Poi mi ammazzate,» aveva detto l’uomo alla guida. «Mia moglie ha sognato una civetta, la notte scorsa. Abbiate rispetto.»
L’uomo col cappello acconsentì, cupo e onnipotente. «Aspettatemi qui. Arrivo.» gli disse poi l’uomo con i baffi a saetta.
Arrivò a casa, dove la giovane grande nonna lo aveva aspettato tutta la mattina seduta nell’angolo del salotto.
«Sono tornato, hai visto?» Le disse. «Ho comprato il pane.»
La giovane grande nonna non rispose. Prese il pane e rimase in silenzio, fissando prima la carta che lo avvolgeva, poi lui. L’uomo, con le mani nelle tasche, iniziò a camminare, a testa bassa, per tutta la casa, avanti e indietro per il corridoio. Spariva e ricompariva, all’altezza del salotto, guardava la moglie, la moglie lo guardava, si guardavano senza parlare, poi lui continuava a camminare, su e giù, a testa bassa lungo il corridoio. La giovane grande nonna si alzò e si chiuse in cucina. Le lacrime mute scivolate nella pentola si mescolarono al sale e alla pasta, mentre l’uomo, a testa bassa, lasciava la casa misurando i passi. Era già morto, ma si trattava di datare un decesso. Giovedì. È di giovedì, che si muore, pensò. I baffi a saetta tremavano. Un temporale sul volto.
L’uomo col cappello lo attendeva irrequieto, seduto sulla panchina alla fermata dell’omnibus. Si sedette accanto a lui, sollevò l’indice sinistro e indicò il proprio petto. «Qui.» disse.
L’uomo col cappello annuì, si guardò intorno, estrasse lentamente la pistola dal cappotto e sparò. Come un serpente di pezza l’uomo dai baffi a saetta cominciò a scivolare lungo la panchina. L’altro lo sollevò e lo ricompose.
Arrivò l’omnibus. L’uomo col cappello salì, salutando i compagni di viaggio, e vide il morto attraverso il finestrino. Sembrava dormisse, col capo chino e le mani nelle tasche. Fu un attimo, poi l’omnibus si allontanò.
La giovane grande nonna invecchiò tra quelle mura, prima con due bambine, poi con due donne, poi sola con il passato. Una notte, all’incirca 1000 giovedì dopo lo sparo, la grande nonna fu svegliata da strani rumori in salotto, come di bicchieri brindanti. Si alzò dal letto che aveva diviso col defunto marito, indossò la vestaglia e andò a controllare. Lì nel buio qualcuno parlava, bisbigliando. Erano in molti. Impavida accese le luci e si trovò di fronte a diciotto uomini sparsi per il salotto: chi discuteva seduto al tavolo giocando a carte, chi leggeva un libro sorseggiando del vino, chi fumava alla finestra. Ognuno la accolse con riverenza, ma senza eccessive formalità.
«Stai invecchiando, cara.» sentì dire da un uomo affiorato dalle tenebre del corridoio, il cui volto ormai la grande nonna ricordava solo grazie alle foto. Senza volerlo, aveva dimenticato le fattezze dell’uomo che per un pezzo di vita aveva tanto amato, un uomo di superba bellezza che, vedendola piangere, sorrise.
Da quella notte, i veterani comparirono anche il pomeriggio, e sempre di giovedì, lasciando l’intera settimana libera ai due sposi. Entravano spalancando le porte, spesso di fretta perché non avevano molto tempo, non ne avevano per niente, di tempo, dicevano, vado un attimo al bagno!, urlavano, avete del caffè?, che caldo che fa oggi, e come va con la pressione? Stasera ripassiamo.
«Va bene,» sussurrava pacata la grande nonna, che li guardava schizzare per la casa. «Io sono qui.» Suo marito, invece, se ne stava tutto il giorno e la notte a camminare su e giù per il corridoio, pensoso, con un mezzo sorriso sul volto e le mani nelle tasche. La grande nonna sedeva nell’angolo del salotto e ascoltava i suoi passi, prendeva le sue pillole e misurava la pressione.
«Com’è? Stabile?» Le chiedeva il marito, dal corridoio.
«Sì, nella norma.» rispondeva la grande nonna e lui, rassicurato, continuava a camminare.
Quando venivano a trovarla le figlie e i nipotini e le nipotine, l’uomo dai baffi neri a saetta li guardava e rideva perché erano tanto vivaci e tanto buffi, visti dal corridoio.
A ogni Natale l’uomo si lamentava del caldo. Diceva che ai suoi tempi faceva più freddo e che adesso gli bastava indossare la camicia. «Ogni anno è sempre più caldo.» diceva. La grande nonna non ricordava quel gran freddo di cui il marito parlava, ma per farlo contento a Natale indossava anche lei una fine camicetta nera. «A Natale fa sempre più caldo.» diceva alle figlie.
Quando nei diafani martedì pomeriggio d’autunno arrivavano i lontani parenti con pasticcini e latte di mandorla e parlavano di un passato lugubre, l’uomo dai baffi a saetta si fermava ad ascoltarli piegando su un lato la testa e sbuffando. Poi continuava a camminare, testa bassa, mani nelle tasche, un po’ infastidito.
Dopo 3719 giovedì, la grande nonna si svegliò con in bocca uno strano sapore, un sapore simile a uova e latte di mandorla scaduto. Si alzò faticando dal letto e, uscita dalla stanza, trovò l’antico marito nel corridoio.
«Perché piangi?» Le aveva chiesto l’uomo dai baffi a saetta.
«Sono vecchia.» aveva risposto la grande nonna, scossa dai singhiozzi. Sentiva il peso delle rughe sul volto e una pronunciata gobba che la incurvava. L’uomo, il cui tempo era già finito, non disse altro. La fissò per qualche attimo, poi riprese a camminare pensieroso.
Il giovedì seguente spiegò ai veterani che non sarebbe più stato possibile riunirsi in quella casa, perché la grande nonna il pomeriggio doveva riposare e la notte dormire, e questi accettarono con rammarico.
La grande nonna sedeva sempre nell’angolo del salotto, in silenzio, scalza e vestita di nero, ma in quegli interminabili pomeriggi finiva sempre per addormentarsi. L’uomo con i baffi a saetta attraversava il corridoio e, giunto all’altezza del salotto, la vedeva immobile e si spaventava.
«Cara, sei sveglia?» Le chiedeva.
«Sì, sì, sono sveglia.» rispondeva la grande nonna, tornando alla realtà. L’uomo allora, rassicuratosi, continuava a camminare, ma non appena tornato al salotto, trovava la moglie di nuovo immobile. «Cara, sei sveglia?»
«Sì, non lo vedi?» Rispondeva severa la grande nonna anche se quelle premure non la infastidivano. L’uomo dai baffi a saetta, per tenerla sveglia, si dilettava in lunghi monologhi di vaneggiamenti, discorsi incomprensibili, numeri, città, l’acqua è ancora buona?, la Mecca è da quella parte, stamani c’era un uccellino che cinguettava, ha cinguettato per ore intere, non finiva più! Te lo immagini? Non la smetteva più!
D’estate la grande nonna sedeva fuori, dando le spalle alla strada. Quando quell’antico uomo spuntava dal corridoio, si affacciava nel salotto e, non riuscendo a vederla, portava le mani alla testa disperato, come un bambino.
«Sono qui!» Gli urlava la grande nonna, dalla strada, con voce tremante. L’uomo allora seguiva il suono della voce, la scorgeva oltre la porta e, rassicurato, continuava a camminare.
Dopo 6032 giovedì, scalza perché le calze non riusciva più a indossarle, vestita di nero perché ormai le era rimasto quel solo colore, nell’armadio, la grande nonna aveva esorcizzato quel ricordo funesto, giovedì su giovedì, tanto da aver quasi dimenticato persino chi fosse il giovane che camminava avanti e indietro nel corridoio, un giovane bellissimo con dei neri baffi a forma di saetta che la osservava. Forse un lontano parente, forse qualcuno che aveva sbagliato strada, e chissà a cosa pensava? Tutto il giorno con le mani nelle tasche, a pensare. Che strano.
Quella sera la grande nonna tornò trascinandosi in casa e si sedette nell’angolo del salotto. L’uomo con i baffi a saetta la vide laggiù, piegata su se stessa, e le sorrise. Continuò quell’eterno passeggiare, con le mani nelle tasche, ma quando ritornò sui suoi passi trovò la grande nonna immobile fissare il vuoto, e si spaventò. «Cara, sei sveglia?» Domandò.
L’antica donna, curva su se stessa, simile ad un grosso serpente nero di pezza, sembrò sorridere. L’uomo con i baffi a saetta entrò nel salotto misurando i passi. Guardò intorno curioso, come fosse la prima volta che vi mettesse piede. C’era odore di uova e latte di mandorla scaduto, zucchero a velo e polvere da sparo. Si avvicinò alla grande nonna, poggiò una mano sul suo petto, i baffi tremanti, un temporale sul volto, e si protese per guardarla negli occhi.
«Cara,» sussurrò, «sei sveglia?»

Vincenzo Reale
Questo è Vincenzo Reale, con tante parole in testa, vino e sigarette.
Una vita in una foto.

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