La signora dei fiori

Pubblicato il Pubblicato in Chef per un giorno, Piatti Unici, Realista
Yellow Tulips - Tulipani gialli
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Nel piccolo paese di montagna, era conosciuta da tutti come “la signora dei fiori”. Nessuno la chiamava più col suo nome di battesimo, tanto che con il tempo lo avevano dimenticato, così come avevano quasi dimenticato la sua faccia, dato che la si vedeva in giro sempre meno. Tutti però sapevano del suo meraviglioso giardino, rigoglioso come quello dell’Eden, di cui lei andava molto fiera: come una mamma dei propri figli.
D’altro canto, bambini in carne e ossa la signora dei fiori non ne aveva. Non erano mai arrivati. Forse per colpa di quegli amplessi senza amore consumati in fretta e furia con suo marito. Come poteva un bambino desiderare di formarsi dentro di lei se quel nido era continuamente violato da un seme ripugnante? La sua terra fertile doveva essere diventata, negli anni, arida e inospitale. Non era più morbida e profumata come quella del giardino in cui lei immergeva le mani, corteggiandola con amore e rispetto. Ogni seme piantato trovava calore sufficiente per attecchire e crescere forte e sano. Ogni foglia era un trionfo. Ogni petalo, un simbolo di speranza.
Parlava con i suoi figlioli, la signora dei fiori, li accarezzava sussurrando dolci parole d’amore. Quelle stesse parole che si era illusa di sentir pronunciare dalla bocca dell’uomo che aveva sposato, contro la sua volontà.
Suo marito aveva l’abitudine di apostrofarla con epiteti che le trafiggevano l’animo, umiliandola senza ritegno, anzi, con una sottile dose di compiacimento.
Le prime volte che si era sentita chiamare con appellativi volgari o denigratori, aveva provato a chiedergli di non farlo più ma non era servito a nulla. Per lui era solo una donnaccia, troppo bella e sensuale per essere seria.
Giorno dopo giorno, la rabbia e la tristezza si erano canalizzate nell’attenzione per le piante e i fiori: ogni volta che l’uomo la maltrattava, la signora dei fiori piantava un seme.
Lui le allungava uno schiaffo e lei correva ad accarezzare un girasole robusto.
Lui la prendeva con la forza e lei chiudeva gli occhi muovendo il pensiero verso le petunie delicate.
A volte, erano le sue lacrime silenziose a innaffiare le corolle delicate delle rose. Lacrime che nascondeva a tutti e che cadevano, goccia a goccia, sui petali dai colori così vivi da confortare i suoi occhi sempre tristi. Il giardino era il suo mondo. La sua piccola oasi di felicità. Il suo regalo alla vita avara di doni.
I tulipani bianchi avevano il capo reclinato e la gola arsa, quando li trovarono. Screziati di rosso come per uno strano scherzo della natura. La signora dei fiori ne aveva raccolti alcuni per regalarli a una ragazza che vedeva spesso passare davanti casa. Era molto carina, con la sua tuta blu e le scarpette rosse. Correva piano con gli auricolari alle orecchie.
Voleva fermarla, quel pomeriggio, quando dalla strada le avrebbe fatto il solito saluto con la mano, per darle quel piccolo dono.
Le ricordava la sua giovinezza, morta e sepolta sotto strati di indifferenza e di dolore.
Non si era resa conto di quello che le stava accadendo. Era intenta a legare con un nastro colorato i fiori da regalare alla persona di cui sperava di diventare amica.
All’improvviso, aveva cominciato a sudare freddo mentre la testa le girava come quando, da bambina, non voleva mai scendere dalla giostra. Una forte nausea l’aveva sorpresa mentre si portava, istintivamente, una mano al petto.
Se fosse riuscita a pensare lucidamente, in quegli istanti, non si sarebbe sorpresa più di tanto. Il suo cuore era ormai diventato una vecchia cartina geografica ridotta a brandelli e la colpa non era certo delle cattive abitudini: il suo male aveva un nome e un volto.
Si era accasciata per terra con i tulipani sparsi a darle l’ultimo saluto.
A trovarla fu proprio la ragazza con la tuta blu. Quel pomeriggio aveva deciso di fermarsi dalla signora dei fiori per chiederle un consiglio riguardo i suoi ciclamini sempre a testa in giù. Rinvenne il corpo della donna disteso con il viso nella terra. Sembrava stesse baciando, per l’ultima volta, il suo unico vero amante.
Era un abbraccio struggente, in cui la donna si fondeva alle zolle accoglienti.
Carne che si trasformava in una nuova vita. Fatta di petali, foglie e profumo di pace.

– A illustrare il racconto, Tulips di Igor Levashov
Federica Sanguigni
Mi piace plasmare le parole.
Amo cantarle in liriche struggenti, incorniciarle in ritratti dalla forte personalità o disegnarle in acquerelli colorati.
Scrivere, per me, è un bisogno primario. Come leggere.

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