La casa sull’albero

Pubblicato il Pubblicato in Chef per un giorno, Realista
Lily Camille Clark - Greyhouse
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2.017 parole; tempo di lettura stimato: 10 minuti circa
A illustrare il racconto, Greyhouse di Lily Camille Clark

Una sera mio padre promise che mi avrebbe costruito una casa sull’albero. Il sole davanti a noi stava tramontando. L’aria aveva preso un colore tra il viola e il rosso e l’erba si andava spegnendo nel crepuscolo. Stavo piangendo. Ero appena caduto dalla bicicletta e mi ero sbucciato un ginocchio sul marciapiede. Non era una ferita grave, ma era da poco che mamma se n’era andata.
Lui si sedette per terra a gambe incrociate, mi attirò a sé e mi fece sedere sopra le sue cosce. Accarezzandomi i capelli si mise a spiegarmi nel dettaglio come aveva intenzione di costruire la casa sull’albero. L’avrebbe fatta alta, in modo che tutti e due potessimo stare in piedi e non ci venisse il mal di schiena. Ci avrebbe fatto due finestre e una porta, e sulla porta avrebbe messo uno spioncino così da poter guardare in faccia quelli che bussavano per entrare. Non avevo il minimo dubbio che mio padre sarebbe riuscito a costruire una cosa simile, solo che l’albero più alto del giardino aveva il tronco grande come un mio braccio e prima di poterlo immaginare come base per la casetta dovevano passare almeno trent’anni.

Quello che ricordava mio padre era un altro giardino. In un altro paese, ma soprattutto in un altro tempo. Un fazzoletto verde molto più piccolo di quello in cui ci trovavamo, ma con alberi lunghi e forti che qualcuno aveva piantato decenni prima e che non avevano mai visto l’ombra di qualcosa che superasse una leggera brezza.

Ci eravamo trasferiti lì da un paio d’anni. Ufficialmente perché i dottori avevano detto a mio padre che l’aria buona di campagna avrebbe aiutato mia madre a combattere la sua malattia. In realtà sapevo che mia madre aveva deciso di morire in un posto che le ricordasse l’infanzia.
I pomeriggi trascorsi sui campi, le passeggiate in mezzo al silenzio. Non so di preciso come lo avessi capito. Forse l’ho compresa solo parecchi anni dopo e nel mio cervello si è creato un cortocircuito che mi fa credere di esserci arrivato all’età di quattro anni. La verità è che lo scorrere del tempo ricopre di polvere i ricordi.
Vicino a casa c’era un piccolo fosso con dell’acqua stagnante. Nelle giornate peggiori l’odore di fogna era quasi insopportabile. Mi tappavo il naso e mia madre ridendo mi diceva, anche questa è vita. Il fosso era costeggiato da una stradina di campagna che portava a un bosco: mia madre amava quella passeggiata. E l’amavo anche io.
Uscivamo di prima mattina. Voleva che sentissi il cinguettio degli uccelli, voleva che vedessi il momento in cui tutto si desta. Non c’è nulla di più bello che vedere il sorgere del sole, è la vita che si sveglia, mi diceva. Io annuivo, poi lei mi stringeva forte la mano perché non venissi attratto dalle acque putride del fossato.
Vedo mia madre procedere a un’andatura costante e vedo me procedere a spirali. Mi vedo fare qualche passo all’indietro, prendere la rincorsa e gettarmi fra le sue braccia. Vedo mia madre fermarsi e aspettare che la raggiunga, la luce farsi sempre più alta; sento le rane gracidare. È un ricordo forte. Vivo. Non so quanti anni avessi, probabilmente quattro o giù di lì. Lei era bellissima, i suoi contorni si perdevano nell’esplosione di luce mattutina. Poi ci avvicinavamo al bosco, mi raccontava degli animali selvaggi che vivevano lì nel profondo, nascosti da file interminabili di alberi e da un mare cespuglioso sempre in movimento. Mi insegnava i nomi degli alberi e dei fiori.
Non abbiamo mai visto un animale in quella selva e ho dimenticato tutti i nomi che mi ha insegnato.
Verso la fine ho iniziato a doverla aspettare io. Procedeva lentamente, cercava di non incespicare sui radi cespugli d’erba del sentiero. Evitava le piccole buche con il terrore negli occhi. Quando finalmente mi raggiungeva, con un sorriso stanco e opaco mi appoggiava una mano sulla spalla. E io pensavo che, se lo avessi desiderato con tutte le mie forze, sarei riuscito a far durare quel momento per sempre. Tirato all’infinito come un elastico impossibile da spezzare.

Quando mamma morì mia nonna iniziò a farsi vedere per casa. Papà mi raccontò che tra lei e mia madre non scorreva buon sangue, per questo prima passava di rado.
Inizialmente le visite di nonna duravano un paio di giorni.
Compariva sulla soglia di casa. Un cambio d’abiti infilato in una borsa della spesa che poi avrebbe accolto la sua biancheria da lavare.
Spolverava i mobili, faceva il bucato, cucinava qualcosa, cercava di togliere quella patina di morte che a suo parere ricopriva tutto.
Io me ne restavo in giardino, intimidito da una persona che non conoscevo. Giocavo da solo e intanto cercavo di capire su quale albero avremmo potuto costruire la mia casetta.
Papà tornava la sera, mi accarezzava la testa scompigliandomi i capelli. Mi chiedeva come era andata la giornata, se la nonna si era comportata bene. A me sembrava una di quelle domande che gli adulti fanno ai bambini senza davvero credere che ci sia una risposta. Mi limitavo ad annuire sperando che lei non mi vedesse.
I soggiorni della nonna aumentarono di frequenza e di durata. Arrivò un momento in cui sembrava fosse sempre lì.
I sapori erano diversi da come li ricordavo. Quando cercavo un bicchiere non riuscivo mai a trovarlo e mio padre aveva delle pieghe sui pantaloni che non avevo mai visto. I buffi personaggi dei fumetti sulle mie tende non c’erano più. Le riviste che mia madre comprava per passare la giornata erano finite in un sacco nero.
La tensione che mio padre aveva preso a emanare divenne pian piano anche la mia. Rispondevo a monosillabi. Quando ero in casa passavo tutto il tempo chiuso in camera. A mia nonna non dava fastidio perché così non mi aveva tra i piedi mentre puliva.
Tornavo da scuola, mangiavo un boccone alla svelta e poi uscivo di nuovo. Con lo zaino in spalla saltavo sulla bicicletta e mi dirigevo verso il bosco. Facevo i compiti appoggiato a un albero. Da lì non c’era modo di vedere ciò che la nostra casa era diventata.

Forse era stato per via della posizione, sta di fatto che mia madre si era subito innamorata della casa. Immersa nel verde, ad appena qualche chilometro dalla città. Era come vivere in una bolla, isolati ma in grado di vedere il mondo attorno a noi. I precedenti proprietari avevano deciso di fare il percorso inverso. Il silenzio della campagna non faceva per loro. Avevano troppo tempo per pensare.
Per prima cosa decidemmo di che colore dipingere le mura esterne. Giallo, le dissi. E giallo fu.
Era il suo colore preferito.

Mio padre e la nonna iniziarono a discutere di cose di poco conto. I calzini nel cassetto sbagliato. Un ingrediente sgradito nella zuppa di verdure. La zuppa di verdure va fatta così, diceva lei. Ma Sonia non la faceva così, rispondeva lui.
Mia nonna a quel punto assumeva un’espressione quasi sdegnata. Non so se nei confronti di mio padre, per il modo in cui le cose venivano fatte da mia madre o per qualche altro motivo che non riuscivo a capire.
Chiamava le sue amiche e si sfogava. Qui non apprezzano i miei sforzi, raccontava. Non hanno riconoscenza, non si rendono conto che li sto salvando, che sto tenendo in piedi la loro casa.
Anche se non potevo esserne sicuro, sembrava che la persona dall’altro capo del telefono fosse d’accordo con lei.
Ho iniziato a chiedermi cosa ne pensassi io. Cosa poteva pensarne un bambino di sei anni?
E quell’altro che continua a dirmi che Sonia faceva così, che Sonia faceva cosà, che Sonia non usava il rosmarino, che Sonia… ma Sonia è morta, per la miseria! E quel bambino, come pensa di tirarlo su, eh?
A domande del genere non si deve dare risposta. Chissà se la persona dall’altra parte del telefono lo sapeva.
Le discussioni finirono per diventare liti. Mi chiudevo nella mia stanza, sdraiato sul letto a guardare il soffitto. Sul comodino una pila di libri che la nonna mi aveva comprato. Cose che diceva avrei dovuto leggere per imparare un sacco di informazioni utili e che io non avevo ancora aperto. In salotto si era alzata una tempesta.
Ecco, pensavo, da queste parti, ogni tanto arriva una tromba d’aria e abbatte gli alberi. Ecco perché devo aspettare per avere la mia casetta sull’albero.
Mentirei se dicessi che riuscivo a comprendere il significato di tutto ciò che si dicevano, ma le loro voci erano così alte che riuscivo a sentirle anche con un cuscino premuto sulle orecchie. La tensione mi devastava lo stomaco. Avevo paura che sarebbe crollato tutto, che il tetto della casa mi sarebbe caduto in testa. Che le mura sarebbero collassate su se stesse. Che non sarebbe rimasto più nulla di noi e di tutto quello che eravamo stati.

C’è una foto di mia madre. Ci sono io tra le sue braccia. Avrò sei mesi o poco più. Siamo sdraiati su un pendio erboso. Sembra l’argine di un fiume. Indosso un paio di jeans minuscoli e una camicia bianca con un piccolo papero vestito alla marinara. Mia madre porta un vestito bianco a fiori gialli. Che fiori sono? Stiamo sorridendo. Dalla posizione della mano destra mi viene da pensare che mi abbia fatto il solletico. Il mio sorriso è sdentato mentre il suo è bello pieno, leggero e limpido come l’aria. Non credo di aver mai visto una cosa così naturale. La foto l’ha scattata mio padre, ci guarda dall’alto. Veglia?
L’ho tenuta sul comodino fino al giorno in cui sono partito per l’università. L’ho messa in un cassetto perché volevo che nessuno la vedesse.

Tuo padre ti rovinerà la vita, urlò la nonna prima di sbattere la porta e andarsene. Non la vidi più. Credevo che da un momento all’altro avrebbe aperto la porta di casa e si sarebbe messa a spostare mobili e buttar via vestiti vecchi. Non successe. Mentirei se dicessi che la sua assenza mi turbò. Accettai la sua uscita di scena come ne avevo accettato l’entrata.
Mio padre divenne meno teso. I suoi sorrisi si fecero via via più sinceri anche se gli occhi rimasero contornati da un’ombra scura Ce la caveremo, non è vero?, mi chiese un giorno. Certo, gli risposi, alla grande.

Mio padre morì a settantasette anni, circondato dal figlio, dalla nuora e dai suoi nipoti. Dopo la mamma non ci fu altra donna nella sua vita. Forse quando ero piccolo avrà avuto anche le sue piccole avventure, ma non me lo disse mai e in casa non ne fece parola. Non so se per rispetto nei confronti della mamma o per qualcosa che aveva a che fare con me. L’unica donna che metteva i piedi in casa nostra era la signora che aveva assunto perché si prendesse cura di me quando lui non c’era. Una donna di mezza età che chiedeva sempre il mio parere su tutto.
Ce la siamo cavata alla grande. La casa in cui abitavamo quando ero piccolo è la casa in cui vivo ora. Quando ci sono delle belle giornate di sole porto i miei figli a fare una passeggiata lungo il fosso. Li vedo tapparsi il naso per l’odore e gli spiego che anche quell’odore è vita. Li accompagno nel bosco, dove abbiamo piantato un albero per ricordare mio padre e dei fiori gialli per ricordare mia madre.
Nel giardino di casa gli alberi della mia infanzia sono cresciuti forti e rigogliosi. Hanno resistito ad anni di intemperie e a un paio di trombe d’aria. Anche loro se la sono cavata.
Ho scelto un platano forte e dai rami robusti e ho iniziato a costruire una casa sull’albero per i miei figli. La farò alta abbastanza perché io ci possa stare in piedi, con delle belle finestre e una porta d’ingresso con lo spioncino così potremo sempre vedere chi bussa per entrare. La dipingerò di giallo e ci metterò delle tendine buffe con dei personaggi dei fumetti. Da lì sopra vedremo il fosso, il bosco e la nostra casa. Veglieremo su questo pezzo di paradiso baciato dall’alba.

Gianluigi Bodi
Gianluigi nasce nel 1975. Tutto quello che viene dopo è contorno.

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