Il lamento dall’abisso, #2

Pubblicato il Pubblicato in Chef per un giorno, Fantastico, Giro Pasta
Harry Clarke - Poe Tales of Mistery
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784 parole; tempo di lettura stimato: 4 minuti circa

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SECONDO GIORNO

I ricordi sono troppo intensi, troppo vividi nella mia mente per continuare a scrivere. Il secondo giorno è infine giunto, i miei incubi non mi hanno permesso di dormire, inaspriti dalle rimembranze che queste pagine hanno portato nuovamente alla luce. Ho passato la notte a suonare l’arpa, se dovrò morire, tanto vale farlo lasciando qualcosa al mondo che meriti d’essere ascoltato.
So bene che questa storia non verrà mai alla luce, so bene che il blasfemo diario di un cannibale – anche se per sola necessità – sarebbe troppo cruento da dare in pasto agli imbellettati eruditi di questo sudicio paese, ecco perché ho pensato di scrivere una ballata. Le ballate sono eterne, sono come una malattia che degenera e si sparge sotto la pelle di chi viene contagiato. Alle volte è soltanto un misero contatto che resta sopito, altre un vero e proprio morbo dilagante. Tutto ciò che voglio è raccontare la verità.

La mostruosità si presentò a me con le sembianze di una donna, un macilento manichino di carne vestito di stracci. Mi guardò con i suoi occhi stralunati, squadrandomi come se non avesse mai visto un uomo in tutta la sua vita, per poi tornare a controllare quanto del suo prezioso tesoro fosse stato mangiato dall’inatteso ospite.
Non fu contenta del furto, ricordo bene quello sguardo ferino piantato nel mio cranio, quell’intelletto sottile da predatrice che ponderava cosa usare per colpirmi. Probabilmente aveva incontrato soltanto cadaveri, per tutto quel tempo, e aveva dimenticato cosa significasse essere umani. Ripensai ai morsi della fame saziati dalla paura e dall’istinto di sopravvivenza. Arretrai, lei avanzava. Poi, ad un tratto, il suo sguardo cambiò. Fece un passo indietro, continuando a squadrarmi, e si allontanò lentamente fino a tornare al focolare.
Doveva avermi riconosciuto come qualcuno della sua specie, come se la sua mente facesse distinzione tra chi è vivo e chi invece è morto. Strappò con le mani nodose un pezzo di carne, me lo porse invitandomi a mangiarlo, poi lo gettò ai miei piedi, iniziando il suo banchetto. Davanti a me si trovava una nuova scelta: decidere se perdere del tutto la mia umanità o morire di fame.
Non mi pento di nulla, anche ora che il boia è vicino, e manca poco più di un giorno alla mia esecuzione, non ho rimpianti per ciò che ho fatto. Divorai quella carne riempiendomi lo stomaco, salvandomi la vita da morte certa, senza rimorso, gustando ogni boccone. Scoprii che l’acqua della polla era, oltre che limpida come uno specchio di metallo, dolce e dissetante. Bevvi fino a non poterne di più, riempiendo poi l’otre che avevo nello zaino. Quando tornai ai miei averi, però, la ghironda era sparita. La vecchia creatura l’aveva presa e la teneva tra le braccia, guardandola attentamente, pizzicando le corde per produrre la musica. Rimasi a guardarla mentre si prodigava nel tentativo di farla suonare, finché non si accorse di ciò che stavo facendo. La mise davanti a sé, dando allo strumento dei piccoli colpetti per incoraggiarmi a suonare. Così feci, animato da una curiosità che gli eruditi definirebbero, indubbiamente, accademica; accordai le corde attraverso le chiavi e spinsi la leva, facendo girare il disco che iniziò a sfregarle, intonando una leggera melodia. La vecchia donna cominciò a saltare, in preda ad un giubilo sfrenato e bestiale. Suonai con rinnovato ardore, cercando di dimenticare ogni cosa sino a quel momento, cancellando dalla mia mente gli eventi che mi avevano portato fino a lì. D’un tratto la creatura si voltò, mi fece cenno di seguirla, e si avventurò verso un lungo corridoio, all’interno di quella fossa dei diavoli. Camminai dietro di lei, continuando ad intonare una melodia di paese, cantando sottovoce, cercando di capire sue le intenzioni. Ciò che mi mostrò in quell’antro antico mi tormenterà per il resto dei miei giorni, e quando il boia mi lascerà cadere per il cappio, solo allora riuscirò a dimenticare. Al centro di quello che sembrava un ossario le cui ossa erano state riposte ed accatastate tanto da rivestire le pareti, in una macabra cupola di crani ghignanti e tibie ripulite, riposava lo scheletro di una giovane donna. Il corpo era disteso su un altare con le braccia conserte, la chioma dorata dei suoi capelli brillava alla macabra luce di torce d’alga di mille riflessi. I resti della giovane erano fasciati da un vestito regale, gli intarsi sulla seta erano fatti di fil d’oro e pietre preziose. Per un momento ebbi un dubbio, un dubbio atroce sulla provenienza di quei resti, ma fui distratto da ciò che quelle braccia scheletriche tenevano strette sul petto.
Sul suo corpo era stata posata un’arpa spettrale, fabbricata con le costole di un essere umano, legate strette da mille capelli intrecciati.

– A corredo del racconto, un’illustrazione di Harry Clarke per Tales of Mystery and Imagination di Edgar Allan Poe.
Antonj Donegà
Antonj Donegà non sa scrivere la propria biografia.
Ah ah ah, molto divertente.
No, sono serio, non so davvero cosa scrivere.
Veloce, amico, ti stanno guardando tutti…

Non puoi fare scena muta, dannazione!
Ok ok, stai calmo, ci sono. Antonj Donegà…
…Lo hai già detto…
…lasciami continuare! Dicevo, Antonj Donegà nasce da qualche parte, a nord, in una data non bene precisata. Dedito alla lettura fin da giovanissimo, ha sempre odiato le altre persone.
Un po’ pesante, un po’ generico.
Hai ragione. Correggiamo con: “ha da sempre odiato tutte le altre persone.”
Meglio.
Colleziona libri, da cui strappa le biografie per invidia e, a volte, li legge anche. Amante di Poe, Doyle e Lovecraft, del fantasy dai sapori antichi…
Muffiti…
Non toccarmi Tolkien e la Le Guin, per favore.
Va bene, va bene. Come sei intrattabile, cercavo di aiutarti.
…e del folk inglese. Scrive storie sin da quando era bambino, e ne ha pubblicata anche qualcuna. Nel 2016 esce nelle librerie con il primo capitolo della sua saga fantasy: “Racconti di Corindor – Le Ali di Cenere”, e pubblica insieme a Jacopo Pagliari il noir “Il Male non ha Eroi” qualche mese dopo.
Ha in cantiere centinaia storie, tutte appuntate nei mille taccuini dei quali non può fare a meno.
È tutto?
C’è chi dice tenga uno Shoggoth nello sgabuzzino, ma sono solo malelingue piene d’invidia.
Lo Shoggoth meglio non offenderlo, l’ultima volta non è stato facile riportarlo a casa. Visto? Non è stato difficile, dopotutto.
È terribile, ora la cancello.
Cosa?!
Sì, non va bene, riscriviamola.
Pubblicata.
TI ODIO!

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