Il lamento dall’abisso, #3

Pubblicato il Pubblicato in Chef per un giorno, Fantastico, Giro Pasta
Nymphs Finding the Head of Orpheus
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1005 parole; tempo di lettura stimato: 5 minuti circa

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TERZO GIORNO

Un’altra alba è giunta, facendo capolino oltre le sbarre della finestra che si apre sul lago. Anche questa notte non ho chiuso occhio, non faccio altro che pensare a quella ballata e suonare l’arpa di legno scuro che mi hanno lasciato assieme al calamaio e alla pergamena. So bene perché il Re mi ha concesso il mio ultimo desiderio: sa in cuor suo che non ho colpa. Buon Dio, come vorrei essere stato più buono, più giusto, per guadagnarmi il paradiso, anche solo per scampare alla forca del demonio. Ma, forse, quello è il posto che mi spetta: sul fondo del calderone del diavolo, a suonare quella magica arpa che tutto poteva, meno che salvare la mia anima.

La vecchia creatura mi fece cenno, così come aveva fatto per la ghironda, di prendere l’arpa e suonare. Guardai con riluttanza quello strumento maledetto, quei vestiti regali posati sull’altare di nuda pietra, incuriosito e inorridito. Provai a declinare debolmente, ma la creatura inaridì lo sguardo, insistendo con rinnovato vigore. Misi la ghironda dietro alla schiena, muovendo un passo all’interno dell’ossario. Osservai attentamente lo scheletro, i gioielli che lo decoravano sfoggiavano gemme delicate, ma abbastanza preziose da comprare un intero villaggio. Iniziai a nutrire molti dubbi, ripensando alle voci secondo cui la figlia maggiore del Re avesse affogato la sorella, lasciandola cadere negli abissi neri del mare. Nessuno aveva mai avanzato alcuna accusa, nessuno aveva osato dire una sola parola su quel crimine fratricida, provocato dalla gelosia e dell’amore cieco per un principe straniero.
Osservai quei capelli biondi, gli stessi che componevano il corpo e le corde dell’arpa, quelle ciocche brillanti come una cascata d’oro che scendevano attorno al macabro ghigno senza occhi che mi osservava. Ebbi una stretta al cuore, e presi senza indugio l’arpa, delicatamente, come fosse un passero bagnato dalla pioggia. La fattura dell’oggetto era mirabile, seppur allo sguardo sembrasse sgretolarsi al sol tocco; tra le mani appariva solida come il legno di un artigiano. Lasciai che le dita della mia mano scorressero sulle corde fatte di capelli. Il suono che ne scaturì mi fece venire i brividi.
Sono un bardo, e un bardo crede nella magia, negli spettri e nelle creature leggendarie come i draghi, come le banshee, come i kelpie delle paludi, ma mai nella vita avrei pensato di incontrare qualcosa che potesse essere senza una spiegazione. Per la prima volta venni travolto dalla soprannaturale sensazione di avere tra le mani qualcosa che provenisse direttamente dalla forgia del diavolo, qualcosa che avrebbe macchiato per sempre la mia anima. L’arpa, quando le mie dita la toccarono, non iniziò a suonare, ma a cantare. Lo strumento intonò un lugubre lamento sulla sua storia, e quando quella nenia giunse alla fine, non ebbi più dubbi che si trattassero dei resti della secondogenita scomparsa della famiglia reale.
In quel momento dovetti decidere cosa fare. Davanti a me la vecchia si contorceva piangendo. Se avessi raccontato qualcosa a qualcuno, avrei perduto la testa ancor prima che la voce fosse giunta alle orecchie del Re, lasciando la colpevole impunita. Dovevo fare qualcosa però, o quelle visioni mi avrebbero tormentato per la vita. Lo strumento non voleva lasciare le mie mani, posseduto da una forza traboccante vendetta; mi avrebbe lasciato libero solo se avessi accettato di fare giustizia al posto suo.
Presi la mia decisione: con lo strumento tra le mani raccolsi le mie cose e me ne andai da quel tugurio oscuro, dirigendomi a palazzo. La mia reputazione era riconosciuta in tutto il Regno e l’indomani avrebbero festeggiato il matrimonio della principessa, tutti i bardi sarebbero stati i benvenuti ai festeggiamenti. Camminai per la notte intera, senza sentire la fatica, senza sentire la fame o la sete, manovrato come un burattino dal desiderio di vendetta di quell’arpa spettrale.
Arrivai dopo l’alba, quando il sole, splendente come mai avevo visto, aveva già cominciato ad arrampicarsi per raggiungere la cima del cielo. Attraversai il ponte assieme alle carrozze dei cortigiani trainate da cavalli candidi dal crine intrecciato. Nessuno mi chiese alcunché, ed io non suonai nemmeno una nota, non dissi nemmeno una parola, fino a che non giunsi al cospetto dei due sposi e del Re. Come agli altri bardi, mi chiesero di cantare una ballata per augurare ogni bene agli sposi, accompagnato da un’orchestra composta dai maestri dei quattro angoli del Regno.
Il mio cuore era leggero e senza colpe quando lasciai che le mani toccassero le prime corde: e allora l’arpa cantò il suo lamento.
Raccontò la storia così come la sentii nella grotta di ossa, ma di fronte a me non vi era una povera creatura dimenticata dal mondo e dal buon Dio, di fronte a me avevo le più alte cariche del Regno, avevo il Re in persona, l’intera corte regia, e la sposa dai capelli scuri. Per un momento, guardandole il volto sbiancare e perdere il fiato che aveva nei polmoni, poco prima che il suo cuore scoppiasse nel petto mentre la bocca vomitava acqua marina e sabbia piena di alghe, poco prima che il lamento finisse e la sposa giacesse a terra morta, mi parve di vedere dietro di lei una splendida donna dai capelli dorati sorridermi e svanire.

QUARTO GIORNO

Ho completato la ballata. L’ho suonata sino a perdere tutto il sangue che avevo nei polpastrelli, e ogni volta che ricominciavo a intonarla, il mio cuore si faceva più leggero. Tra poco verranno a prendermi, mi accompagneranno al patibolo, mi appenderanno come un ladro, un abbietto servitore del diavolo. Ringrazio soltanto di non aver dovuto subire il destino delle donne accusate di stregoneria, arse vive sul rogo per i loro atti impuri. Quando queste parole arriveranno al Re, se mai ci arriveranno, spero soltanto che sappia che ogni parola corrisponde al vero, e quella che ho compiuto era la volontà di colei che gli fu portata via dal suo stesso sangue.

Spero che un giorno la ballata arrivi al mondo, così che tutti possano conoscere la storia.
Non voglio la benedizione del prete, so di non meritarla.
Giustizia è fatta.
Sono libero.

– A illustrare il racconto, un particolare di Nymphs Finding the Head of Orpheus di John William Waterhouse.

Antonj Donegà
Antonj Donegà non sa scrivere la propria biografia.
Ah ah ah, molto divertente.
No, sono serio, non so davvero cosa scrivere.
Veloce, amico, ti stanno guardando tutti…

Non puoi fare scena muta, dannazione!
Ok ok, stai calmo, ci sono. Antonj Donegà…
…Lo hai già detto…
…lasciami continuare! Dicevo, Antonj Donegà nasce da qualche parte, a nord, in una data non bene precisata. Dedito alla lettura fin da giovanissimo, ha sempre odiato le altre persone.
Un po’ pesante, un po’ generico.
Hai ragione. Correggiamo con: “ha da sempre odiato tutte le altre persone.”
Meglio.
Colleziona libri, da cui strappa le biografie per invidia e, a volte, li legge anche. Amante di Poe, Doyle e Lovecraft, del fantasy dai sapori antichi…
Muffiti…
Non toccarmi Tolkien e la Le Guin, per favore.
Va bene, va bene. Come sei intrattabile, cercavo di aiutarti.
…e del folk inglese. Scrive storie sin da quando era bambino, e ne ha pubblicata anche qualcuna. Nel 2016 esce nelle librerie con il primo capitolo della sua saga fantasy: “Racconti di Corindor – Le Ali di Cenere”, e pubblica insieme a Jacopo Pagliari il noir “Il Male non ha Eroi” qualche mese dopo.
Ha in cantiere centinaia storie, tutte appuntate nei mille taccuini dei quali non può fare a meno.
È tutto?
C’è chi dice tenga uno Shoggoth nello sgabuzzino, ma sono solo malelingue piene d’invidia.
Lo Shoggoth meglio non offenderlo, l’ultima volta non è stato facile riportarlo a casa. Visto? Non è stato difficile, dopotutto.
È terribile, ora la cancello.
Cosa?!
Sì, non va bene, riscriviamola.
Pubblicata.
TI ODIO!

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