Lettera dalla vasca

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Lettera dalla vasca
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1191 parole; tempo di lettura stimato: 6 minuti

Ciao,

Non ti aspettavi una mia lettera, lo so.
Io non mi aspettavo di scrivertela.
Pagherei per vedere la tua faccia quando leggerai il mittente, perché non voglio sapere quale sarebbe la mia nel leggere il tuo nome su una busta.

Siamo arrivati finalmente in ostello.
«Io mi faccio una doccia!» Ho urlato a Carl che stava posando gli zaini (non ti chiedere chi è Carl, non lo sai e non ti deve interessare).
«Non metterci troppo.»
Ci metterò il tempo che mi serve per eliminare tutto questo schifo che ho addosso.
«Mi dispiace Carl, mi sa che ci metterò più del previsto…» gli ho risposto, sottovoce, come se potesse sentirmi. Se sono fortunata, adesso si sarà messo a rivedere tutte le foto che ha fatto in questi giorni, dimenticandosi di me per un po’.

Sai, questo bagno non è male, ha quell’aria di usato e logoro ma tanto fra le cose pulite mi sento fuori posto. Faccio scorrere le dita sui rubinetti, sono freddi, apro completamente l’acqua calda. Ho bisogno di bruciare.
Mi piace la libertà con cui ti sto scrivendo, non lo avrei fatto tempo fa, il nostro rapporto deve essere cambiato – può cambiare qualcosa che non esiste più?
Io comunque sicuramente lo sono. Cambiata, intendo.
Ti basterebbe vedere una foto di Carl per capirlo.
Ho lasciato a te gli occhi pesti, la voglia di graffiarsi – non per far male, ma solo per noia.
Quanta nausea ho ingollato nel tempo?
Sai, sono uscita da quel ritmo: voglia di vomitare, una sigaretta, una stretta al cuore, un’altra sigaretta, quel senso di non appartenere al mondo che, in effetti, mi ha sempre annoiato molto.
Fumo ancora e ancora un posto preciso per me non ce l’ho, però il mondo mi piace un po’ di più.
Mi piace la mattina, perché mi sembra di poter affrontare ogni ombra. Mi piacciono i fiordaliso, il pervinca, le foto di Carl, Carl. Mi piace anche questa città di provincia di cui non ti dirò il nome. E dipingere, ma quello già lo sapevi.
Sì, lo so, la lista non è infinita e non ci rientrano troppe persone, ma si migliora un po’ alla volta, dicono, e a me fa comodo crederci.
Mi piace anche questa vasca da cui ti scrivo e se vedi sbavature è colpa di tutto il vapore che si sta condensando.
La vasca è quasi piena, ti dispiace se intanto entro? Che qui, nuda, in un bagno non mio, seduta sul lavandino con questi fogli in mano mi sento un po’ una cretina…

Dio come brucia!
Sai, quando entri nell’acqua calda e il tuo corpo è freddo da non sai più nemmeno quanto e senti quella sensazione di bruciore salire da sotto la pianta dei piedi?
L’hai presente?
L’acqua mi riempie, tutte queste ondine che si formano mi ricordano che ho un corpo.
Mi disturba sempre, ma sono troppo soddisfatta dal calore che mi immagino di essere al mare, a prendere le onde in faccia, sulla riva.

Come sarebbe bello stare un intero giorno a dipingere, senza fare altro; ogni tanto una sigaretta, del buon vino rosso, o anche scadente, basta sia vino.
Sfrego un piede contro l’altro – l’ho sempre fatto, ti ricordi?
A volte non mi ricordo il tuo volto, solo le labbra. Dicono che sono la prima parte che tradisce del volto, la prima che si nota quando una persona mente. Sarà un caso?
Io tengo sempre le labbra ben serrate, non si sa mai.

Ti scrivo e non avrei dovuto farlo: mi riporta dove non voglio tornare.
Facciamo che metto un po’ di musica?
Vada per Damien Rice, piace a entrambi.
Non che metta allegria, ma malinconia sì e io amo la malinconia, lo sai.
Non mi sento mai così tanto me stessa come nella malinconia.
Credi sia un problema questo? Dovrei preoccuparmi?
Non me ne preoccuperò. Non ci si può anche preoccupare di essere se stessi.
Ho una voglia sconsiderata di fumare. Mi accendo una sigaretta col fiammifero.
Il fumo si unisce al vapore: è una danza di una coppia ben affiatata.
L’odore di nicotina resterà per un bel po’ in questo bagno.

Or your biggest mistake? Domanda, intanto, Damien dal microfono del cellulare.
Me lo chiedo: cosa sono stata? Uno sbaglio? In quel caso, spero di sparire, credo sia il desiderio di tutti gli errori.
Quando canta di lui che muore a sentire il suo nome, che le ha mentito e avrebbe dovuto baciarla sotto la pioggia, non so, mi si annebbia la vista. Non so spiegartelo, ma d’improvviso non sono più qui, il bagno non c’è più.
Hai presente Il cielo in una stanza? Quando dice questa stanza non ha più pareti? Uguale, solo che non c’è niente di romantico: mi ritrovo nuda, nella vasca, con il corpo che non sente più il calore dell’acqua ma un freddo mortale, il cielo squarciato da cui piovono gocce pesanti e grigie come piombo.
Ho davanti agli occhi tutte le ombre, i ricordi latenti che non ho voluto lasciare che offesi mi si avvicinano, pretendono, piangono.
Il silenzio, scriveva Camus, non è mai silenzio; sarebbe bello. Il silenzio è fatto di denti che stridono, grida e qui, nuda e bagnata, sento le unghie stridere sulla lavagna: il riassunto della mia vita.

La voce di Damien Rice mi riporta allo squallore del bagno.
Credo di essere rimasta in apnea perché la prima cosa che faccio è un respiro, un rantolo, come per capire se ci sono ancora.
Aspetta,prendo un attimo la spugna, gratto via lo sporco. Ci provo, almeno. Devo provarci.
Quando mi alzo sento tutte le gocce scendere giù lungo il corpo.
Mi nascondo con l’asciugamano, strizzo via l’acqua dai capelli, nel lavandino.
Uno scarafaggio fa capolino da dietro la cannella dell’acqua: un attimo e scompare, chissà se era qualcuno o solo uno scarafaggio… Cosa sarebbe meglio? Probabilmente lo scarafaggio.
Non so più se scrivo a te o a me e se tu sei parte di me.
Una visione dovuta alle allucinazioni della disperazione, un viso che si è formato con il vapore condensato sullo specchio, destinato lentamente a gocciolare, confondersi e sparire passandoci l’asciugamano sopra.

Come fai a essere così vero – reale – dentro di me?
Mi sembra quasi di toccarti, mentre sfioro il bordo del lavandino. Mi sembra di sentire il tuo odore ma non credo di poterlo trovare in questo bagno lurido.

I’ve got years to wait around for you sussurra Damien. Io no, non ho più potuto aspettarti, rischiavo di perdere me nel frattempo, tu che avresti scelto?
Me no, di sicuro, non mi hai mai scelta.

«Avevo detto una cosa veloce» Mi sta urlando Carl. Deve aver finito di scorrere le foto e bussa forte alla porta.

Ti saluto,
Vedrò domani se lanciare questa lettere in un fiume qualunque o spedirtela.
In ogni caso ti auguro il meglio, solo per fare come al solito l’opposto di quello che faresti tu.
E lo so, mi hai sempre augurato il meglio, ma non me l’hai saputo dare, quindi sai di cosa scrivo.
Non so come salutarti, non ho nemmeno voglia di pensarci troppo.
Diciamo che ho finito il fiato per questo monologo e la penna l’inchiostro.

Penelope

– A illustrare il racconto, una particolare di La Mort de Marat di Jacques-Louis David

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