L’uomo dai baffi rossi

Pubblicato il Pubblicato in Chef per un giorno, Piatti Unici, Surreale, Urbano
William Burroughs - café La Palette
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L’estate era preannunciata dal rullo dei tamburi che sentivi dalla finestra di casa e almeno una volta, che lo volessi o no, pensavi all’uomo dai baffi rossi. Quello stesso tambureggiare, infatti, risvegliava lo spirito che infestava un ristorante nel centro della città.
Il Marinetti, – così si chiamava, – era assai antico e sorgeva su delle tombe etrusche e i clienti, seduti comodamente al tavolo, potevano ammirare le antiche incisioni sulla pietra. A testimoniare quell’infausta presenza era Monica, la proprietaria del Marinetti. Raccontava che una sera, in procinto di chiudere il ristorante, aveva sentito dei rumori nella seconda sala. Esitante, era andata a controllare e si era trovata di fronte un uomo con dei lunghi baffi rossi e un mantello nero che, non appena la vide, le voltò le spalle per entrare nella terza sala, sparendo nel nulla. Monica, una donna decisamente sicura di sé, non aveva chiamato la polizia né aveva pensato che fosse un’allucinazione, ormai convinta che fosse uno spirito, e tale rimase. L’uomo dai baffi rossi si presentava solo d’estate, quando in città cominciava il rullo dei tamburi per la festa imminente e spariva sul finire della stagione, portandosi dietro i festeggiamenti e la baldoria ormai passati. Chi era a conoscenza di questa storia la raccontava a sua volta col sorriso, perché uno spirito che compare per fare festa non spaventa nessuno.
Quando sentivi il rullo dei tamburi dalla finestra di casa, perciò, almeno una volta ci pensavi, all’uomo dai baffi rossi. Grazie a lui, era come se ad arrivare non fosse la nuova stagione ma un grande, imperdibile spettacolo. Se ti affacciavi, poi, potevi sorvolare la compatta distesa di tetti rossi e naufragare nella piazza color terra, calda, ai piedi della torre. Se volevi, potevi arrivarci anche con le tue gambe, in piazza, e sentivi l’afa di giugno serpeggiare tra le case, ammansita da una tenue brezza che scivolava per i vicoli come un piccolo ruscello, con i tamburi che ti precedevano, immancabili, come fosse, la tua, un’inaspettata marcia trionfale. Se volevi rimanere in casa, però, seduto sul divano ad ascoltare il telegiornale o le battute di Gerry Scotti al tramonto, certo era che avresti sentito i rintocchi della campana, i sette rintocchi dell’aperitivo, per capirci, e la tv, d’un tratto, ti sarebbe risultata estremamente noiosa. A quell’ora, le mura della città si tingevano di giallo, poi di rosso e poi di bordeaux, e ti penetravano attraverso gli occhi come i fari delle auto e come avresti potuto non ammirare le finestre verdi che si aprivano come girasoli e i mattoni che trovavano adesso un po’ di refrigerio dopo il solleone? Per strada le serrande dei garage facevano su e giù e la gente ti urtava perché non bastava lo spazio, i vicoli erano stracolmi e le guide turistiche con le girandole colorate dicevano da questa parte, signori, fa caldo, eh? un po’ di pazienza e se adesso vi voltate potete finalmente ammirare, dicevano con grande orgoglio, una delle piazze più belle d’Italia, eccola, e questo è solo uno scorcio, e tutti i tedeschi e i giapponesi che commentavano con un oooooh, è splendida, dicevano in tedesco, è splendida, dicevano in giapponese, è splendida, non è vero? Dicevano le guide.
Era giugno. Quella mattina mi svegliai e lessi le notizie: un terremoto là, la legge elettorale, banche, maremoti, sonde spaziali, Papa Francesco e l’amore, un camion sulla folla, ponti che crollano, Boko Haram, brand italiano sceglie uomo per make up. Tutto interessante e tutto noioso, a tratti spaventoso, ma questo è il mondo, questa è la Terra, un posto incantevole nella periferia remota della periferia dell’universo, minuscolo, blu, dove c’è gente come Fabrizio Corona e Igor il russo che vale la pena conoscere.
Ad ogni modo, mi svegliai e lessi le notizie, poi andai al negozio di cinesi in centro per comprare della colla per le mie vecchie scarpe sfasciate, perché nel pomeriggio avrei incontrato uno scrittore e non potevo andarci scalzo. Tornai a casa, spalmai la colla e posizionai la scarpa sotto la gamba di un tavolo perché s’incollasse bene, poi tirai fuori la camicia grigia dal secchio in cui l’avevo messa a mollo, la strizzai e la stesi. In tutto questo, mi chiedevo cosa diavolo avrei dovuto dirgli, allo scrittore. L’avevo conosciuto alla presentazione del suo ultimo libro, alla quale ero stato invitato da una professoressa che aveva letto il mio, di libro, e voleva che ci conoscessimo. Sandro lavorava in banca e aveva una figlia, una moglie e tanti amici.
«Questi sono i miei numeri» mi disse, porgendomi un biglietto da visita. «Puoi chiamarmi anche in ufficio. Vediamoci nei prossimi giorni per prendere un caffè o un aperitivo e parliamo» disse.
«Vacci, amore,» mi disse poi Alice. «è una grande occasione.»
«Ma che gli devo dire?» rispondevo. «Non ho niente da dirgli.»
«Tu vacci e parlaci. Non ti costa niente.»
«Ma di cosa dobbiamo parlare? Io non ho niente da dirgli.»
«Falla finita. Chiamalo e falla finita» disse.
Lo chiamai e la feci finita.
«Ciao Sandro, ci siamo conosciuti l’altro giorno, ricordi?»
«Oh sì, certo, come no, senti: dove sei fisicamente in questo preciso istante?»
Gli dissi dov’ero.
«Bene. Domani alle sei a quel bar, sai dove, no? Quello lì, all’angolo, vicino alle poste, hai presente? Sì, quello là. Bene. Benissimo. A domani.»
E riattaccò.
«Io non ci vado» dissi ad Alice.
«Tu ci vai eccome. Falla finita.»
«Va bene, vado.»
Quel pomeriggio, alle 17:59, ero di fronte al bar, quello all’angolo, vicino alle poste, avete presente, con le scarpe a posto, la soletta ben incollata, e la camicia un po’ stropicciata ma profumata.
Sandro fu abbastanza puntuale. Arrivò flemmatico, in giacca e cravatta, con una ventiquattrore di pelle nera. « Entriamo» disse.
Il locale era pieno. Era sabato. Appena entrati si liberò un tavolino per due e ci accomodammo. Subito arrivò il cameriere.
«Cosa bevi?» mi chiese Sandro.
«Un Cocktail Martini, per favore» dissi, rivolgendomi al cameriere.
«Per me un analcolico rosso» disse Sandro. «Con fetta d’arancio e senza ghiaccio.»
Il cameriere si allontanò. Sandro si era seduto dandomi il profilo, e cominciò a parlare non appena ebbe accavallato le gambe. «Dunque,» disse. «Conosci Carla?»
«Carla?»
«Carla, sì.»
«Credo di no» dissi.
«Carla scrive per il giornale locale. Ha scritto un articolo sul mio ultimo libro. È una tipa in gamba. Per cominciare, le parlerò di te. Vediamo se può scrivere qualcosa.»
«Grazie, Sandro» dissi.
Lui alzò le spalle e piegò la testa, socchiudendo gli occhi. «Ovviamente, le servirà una copia del tuo libro. Dovrà prima leggerlo.»
«Certo, certo.»
«Vedi, lei l’ho conosciuta grazie a Marta, hai presente Marta?»
«Marta?»
«Marta, sì.»
«No, no, non credo.»
«Marta è una tipa eccezionale,» disse «è stata lei, sai, a scrivere quell’articolo famoso su quel calciatore, ti ricordi? Quel calciatore che aveva avuto due mogli, che aveva tentato il suicidio, ti ricordi?»
Non avevo idea di cosa stesse parlando.
«Forse, forse sì, vagamente, ricordo qualcosa, sì» mentii.
«Ecco,» disse. «Lei. Una tipa eccezionale. Siamo molto amici. Posso presentartela, se vuoi.»
«Perché no?» risposi, poco convinto.
Arrivò il cameriere con i drink. «Martini Cocktail e Bitter rosso. Undici euro.»
Estrassi il portafoglio, ma Sandro mi fermò. «Lascia fare.» Disse che ero suo ospite. Pagò.
Brindammo, poi Sandro ricominciò a parlare. «Veniamo al dunque. Sto organizzando con Marta un evento speed.»
«Cioè?»
«Un evento speed,» ripeté «cinque, sei autori che presentano brevemente il loro libro. Un autore porta dieci persone, un altro dieci, un altro dieci e così via. Quelli che porti tu, per la maggior parte, avranno già acquistato il tuo libro, quindi magari acquisteranno il mio. Quelli che porto io, magari, acquisteranno il tuo. Così, capito? Veloce. Una presentazione veloce dell’autore, biografia eccetera, il libro, sai, e via.»
«Interessante.»
«Sì» disse. Portò il bicchiere alle labbra, diede un sorso e lo poggiò. «Gli avevo detto senza ghiaccio, ma fa niente,» aggiunse sardonico. «In ogni caso, proporrò il tuo nome. Non ti assicuro niente, ma ci provo» disse.
«Ti ringrazio.»
«Lo faccio con piacere» rispose.
Restammo per un po’ in silenzio. Spesso mi fissava come per dire “non hai niente da dirmi?”, ma la verità era che davvero non avevo niente da dirgli.
Era un tipo strano. Aveva una flebile voce acuta, capelli radi con qualche ciuffetto grigio, un naso minuscolo ma ben definito, mani puntellate di nei e una indelebile espressione vacua tipica di chi scrive thriller e gialli. Da questo punto di vista, era una persona interessante. Chi scrive, pensavo, quelli che si definiscono scrittori, voglio dire, hanno scritto in faccia il genere che prediligono. Prendi un Tolkien con la pipa e penserai a Bilbo Baggins, o un Salinger che prende a pugni il finestrino della macchina di un giornalista e penserai a Holden Caulfield. È buffo.
«Quindi,» ricominciò Sandro «dimmi un po’. Cosa vorresti fare nella vita? Insegnare?»
«Anche, forse,» risposi. «Ma prima di tutto, voglio scrivere.»
Sandro scoppiò a ridere. Risi anch’io, ma ridevamo per motivi diversi. In verità, io mi innervosii un po’. Lui, invece, invertì la posizione delle gambe, s’incupì, incrociò le mani sul ginocchio e parlò:
«Vedi, non voglio rovinarti la festa, ma saprai bene che, almeno in Italia, di scrittori che campano del proprio lavoro ce ne sono circa venti, non di più, e che arrivare a quel livello è davvero molto difficile, un’impresa.»
«Impossibile, direi» dissi.
«Già. Vedi, io ho un lavoro, guadagno discretamente, e posso permettermi di viaggiare per presentare il mio libro, tutto a mie spese. E non si tratta solo di questo. Si tratta di entrarci, in questo mondo. Devi avere conoscenze, conoscenze che ti fanno fare nuove conoscenze, contatti, si tratta di metterci la faccia, capisci, proporre il tuo lavoro a un editore che è disposto a farti firmare un contratto, percentuali di guadagno, presentazione ben organizzate con attori che leggono brani del tuo libro e musicisti per intermezzi musicali e video di presentazione con immagini e tutto il resto, hai visto, no, alla mia presentazione, e invitare giornalisti, che come ti ho detto devi farti presentare, iscriverti ad associazioni, associarti, lo vedi, con tutte queste associazioni che si associano e dissociano e creano nuove associazioni che poi si associano a vecchie associazioni dissociatesi da associazioni che poi muoiono e rinascono associate alle associazioni associatesi in precedenza, capisci il meccanismo, entri in questo meccanismo, ci metti la faccia, ecco come fare, e ovviamente scrivere bene, perché io posso presentarti al mio editore e lo farò, quando mi porterai un tuo nuovo lavoro, lo farò, ma poi sta a te, che devi scrivere bene e so che scrivi bene, da quel che mi dicono, sta te e sta all’editore, a cui deve piacere il tuo lavoro e che vuole credere in te, un editore serio, capisci, non come quelli con cui hai avuto a che fare finora, che non sono veri editori, ma tipografi, che stampano per vendere, l’avrai capito, ormai, non gliene frega niente di te e del tuo libro, assolutamente niente e poi sta tutto nel promuovere il tuo libro, organizzare eventi, vedi ad esempio quella scrittrice, come si chiama, ha lo stesso cognome di un mio collega, non ricordo, quella scrittrice comunque, che ha organizzato una presentazione con aperitivo e ha offerto l’aperitivo a tutti i partecipanti e purtroppo anche questo va fatto e tutto per dirti che devi avere un lavoro e quindi i soldi e avere le conoscenze giuste e contatti buoni e metterci la faccia e saperci fare con la gente e saperci fare in generale e saper scrivere e scrivere bene e scrivere le cose giuste, vedi che viviamo in un’epoca particolare, non puoi più scrivere certe cose, nel senso che, seguimi, ti fanno credere che puoi scrivere un po’ di tutto ma in realtà se scrivi un po’ di tutto, se fai l’eclettico, nessuno ti considera, quindi così, oggi va così, scrivi quello che vogliono che tu scriva e scrivilo bene, scrivilo come lo scriveresti se potessi scrivere un po’ di tutto, capisci cosa voglio dire? In fondo, se proprio vuoi saperlo, io non lo faccio per i soldi o per il successo, lo faccio per passione, perché solo per questo oggi puoi scrivere e continuare a scrivere, per passione, perché fosse per tutto il resto, non scriveresti, oggi, credo tu l’abbia capito, tu come la tua generazione, le nostre generazioni, mia figlia, che ha la tua età, suppergiù, è giusto che abbiate passione, ma come le dico sempre non credeteci troppo, non credeteci per niente, altrimenti a un certo punto vi arriva la botta in testa, sbattete contro un muro e lì c’è la delusione, il rammarico, la viltà, la sofferenza. Capisci?»
Mentre parlava, non smettevo di guardarmi le scarpe, per assicurarmi che la colla stesse funzionando. Funzionava.
Era quasi un’ora che parlava e non ne potevo più. Avevamo finito i drink e gli feci capire che dovevamo salutarci perché dovevo andare.
«Ricapitolando,» disse «ti presenterò a Marta e Carla, vediamo se viene fuori un bell’articolo. Poi organizziamo una presentazione coi fiocchi, ti presenterò io, e quando avrai un nuovo lavoro, lo consegneremo al mio editore e, se gli piace, firmate un contratto e pubblichi, e poi vediamo che succede.»
«Perfetto» dissi. «Ti ringrazio, Sandro.»
Poi ci salutammo. Lui a casa, con la sua cravatta e la ventiquattrore di pelle, io a casa con la camicia stropicciata e le scarpe incollate con la colla cinese.
Durante il tragitto, ripensai a tutto quello che mi aveva detto. Mi aveva riempito di parole. Per certi versi, non potevo dargli torto. Il fatto è che non me ne fregava proprio niente. Se doveva succedere qualcosa, sarebbe successa. Era inutile forzare le cose. Era come sforzarsi, quando si è bambini, di crescere. Certe cose succedono, se devono succedere. Non puoi diventare più alto perché ti gira. Devi aspettare, come da bambino, aspettare di crescere, di diventare più alto, senza deprimerti e senza avvilirti perché non succede quando vuoi tu. Succederà, certo che succederà. Arriverà l’estate, poi un altro inverno e ancora estate e ti sveglierai una mattina, un giorno di festa, con tuo padre che con fare nostalgico ti dirà che sei cresciuto, che ormai sei più alto di lui, come passa il tempo, guarda, sembra ieri che ti misuravi al muro e segnavi con la matita dov’è che arrivavi, guarda come passa, il tempo, e tu che avevi fretta!, Dio santo, avevi fretta.
Arrivai a casa, Alice che mi aspettava, era sabato. La campana in cima alla torre iniziò a suonare, a suonare per me, per tutti e fu un magnifico concerto, aperte le danze, i sette rintocchi dell’aperitivo, l’inizio della festa, tutto doveva ancora cominciare, senza forzature, senza fretta.
Andammo a sederci sul tetto, passando per la finestra, aspettando il tramonto. Lentamente, le mura della città si tinsero di giallo, poi di rosso e poi di bordeaux e le finestre si aprirono come girasoli.
«Insomma, com’è andata? Non mi hai detto niente.» disse.
Le raccontai tutto, tutte le cose che il vecchio Sandro mi aveva detto.
«Capisco,» disse, quando ebbi finito. «è stato molto gentile, no?»
«Certo, certo.»
«Ma non ti vedo entusiasta.»
«No» ammisi. «Per niente.»
«Perché?»
Stavo per rispondere qualcosa, ma sussultai quando, d’improvviso, cominciò il potente rullo dei tamburi.
«Sai cosa vorrei, io?» dissi. «Vorrei fare come l’uomo dai baffi rossi. Ricordi la storia?»
Alice scoppiò a ridere. «Sì, me la ricordo. Ma che c’entra l’uomo dai baffi rossi?»
«Niente, non c’entra niente. Però vorrei fare come lui. Vorrei starmene per i fatti miei, lontano da tutte quelle stronzate che mi ha detto Sandro. Tutti i giorni della mia vita per i fatti miei, certo, con te, è chiaro, ma per i fatti nostri, capito? Questo mi piacerebbe. Tutto il giorno per i fatti miei e poi, quando sento i sette rintocchi della campana, esco per l’aperitivo, quando tramonta il sole, e poi torno a casa. Come ti sembra?»
«Non male» rispose Alice. «Ma non sei un fantasma, e devi organizzare la presentazione del tuo libro.»
Era vero, ma se proprio andava fatta, giurai che avrei chiamato Sandro e tutti i suoi amici giornalisti, scrittori, editori e professori, e avrei detto loro che la presentazione avrebbe dovuto avere luogo al Marinetti. Al Marinetti, o non se ne faceva niente.

– A illustrare il racconto uno scatto di William Burroughs seduto al café La Palette, nell’ottobre del 1959.
Vincenzo Reale
Questo è Vincenzo Reale, con tante parole in testa, vino e sigarette.
Una vita in una foto.

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