More ferarum

Pubblicato il Pubblicato in Chef per un giorno, Piatti Unici, Realista, Rosa/erotico
More Ferarum
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1570 parole; tempo di lettura stimato: 8 minuti circa

Virginia ride alla mia battuta come se avessi appena detto la cosa più divertente del mondo.
Il sorriso è piegato in una smorfia lievemente indecente. Il petto sporto in avanti mostra la curvatura del seno. Finisce di bere dal mio bicchiere l’ultimo sorso della seconda bottiglia di vino, tingendosi di rosso le labbra.
Un gesto intriso di intimità. Mi colpisce.
«Nella bottiglia non ce n’era più» dice, come a scusarsi.
«Possiamo ordinarne un’altra.»
Il locale sta per chiudere e il cameriere mi rivolge un’occhiata stanca e scocciata, mentre prende l’ordine.
«Non stiamo esagerando?» mi rimprovera Virginia.
«Voglio dimenticarmi per sempre delle maculopatie ereditarie.»
«Secondo me è stato interessante. Di sicuro più della media dei convegni a cui ci mandano di solito.»
«Che male c’è? Ho voglia di bere un altro po’. Non vengo a Roma da una vita e sono mesi che non mi prendo una serata libera.»
Virginia mi sorride di nuovo. «Comunque, credo che il cameriere non veda l’ora di mandarci via.»
«Il tizio che sta uscendo adesso, invece, non ti ha tolto gli occhi di dosso da quando si è seduto.»
«Davvero? È carino, almeno?»
«No, è quello grasso con la testa sudata. Tu invece mi ricordi un’attrice. Pari uscita da un film francese.»
Mi osserva divertita. «Comunque ormai siamo rimasti solo noi due.»
«Ti sarebbe piaciuto?»
«Cosa?»
«Fare l’attrice.»
Il cameriere torna con la bottiglia, la apre e la lascia direttamente sul tavolo, prima di scomparire nuovamente in fondo al locale. Virginia versa il vino per entrambi e scuote la testa, facendo oscillare le sue morbide ciocche nere. Mi chiedo come devono essere posate sopra un cuscino, mentre dorme tranquilla. Mi piacerebbe prenderle, sfiorando quel collo altezzoso, accarezzarle, arrotolarle tra le mani.
«No, non credo. Essere pagati per farsi guardare, che razza di lavoro è?»
Il cameriere fa ritorno al nostro tavolo per ritirare i piatti e domandarci se gradiamo un dessert.
Dopo una breve analisi del menù, conveniamo che la crema catalana è quello che ci vuole per terminare la cena.
«E se non avessi scelto l’oculista che lavoro avresti fatto?» le chiedo, riprendendo il discorso.
Virginia pare pensarci un attimo, quindi risponde: «La cuoca, mi è sempre piaciuto cucinare. E tu?»
«Il fotografo, ma mio padre diceva che non avrei avuto un futuro. In fondo, fare l’oculista è un ottimo compromesso.»
«Sul serio?»
«Dieci anni che mi conosci e non hai mai saputo questa cosa? Sei imbarazzante.»
Virginia si lascia scappare un sorrisetto, le labbra contratte in una smorfia adorabile. Con un gesto premuroso mi riempie il bicchiere.
«Anzi, di più, se ci metti il liceo» aggiungo, poi accenno un brindisi.
«Cazzo, hai ragione… però non conta. Non mi pare che ci siamo mai parlati prima della specialistica.» «Chiaro, al liceo una ragazza come te mica si accorgeva di uno come me. Eri pure più grande di un anno, figurati!».
Virginia sogghigna e per un istante stranamente lungo i suoi occhi neri incontrano i miei. Appoggia il cucchiaio sulle labbra mentre riflette su quello che ho appena detto.
Finiamo di mangiare il dolce, avvolti nei suoni ovattati del locale che sta per chiudere. Il cameriere si appoggia a un tavolo per scrivere qualcosa sul suo taccuino, quindi scompare in cucina, lasciandoci nuovamente soli nella saletta.
«Mi ricordo il giorno del tuo matrimonio» le dico. «C’era un cameriere, un ragazzino alle prime armi che si muoveva veloce come questo qui e io non smettevo di ridere di lui. Sono rimasto a ubriacarmi fino a quando il ristorante non ha chiuso. Tu e tuo marito siete andati via insieme, correndo in mezzo alla pioggia.»
«Una bella giornata», si limita a rispondere lei.
Annuisco, mentre ripiego i bordi del tovagliolo.
«Tu e Paola, invece? Non ci pensate a sposarvi?»
«Stai toccando un terreno minato.»
«Non si scopa più come una volta, vero?»
Virginia mi guarda con un’espressione insolente, poi negli occhi compare un velo d’imbarazzo.
«Mi sa che sono ubriaca», dice.
Finisco di mangiare il dolce, mentre mi accorgo che nel ristorante è calato il silenzio. Tutto il locale pare essersi ristretto in un angoletto insignificante.
«Posso farti una domanda?», dice.
«Certo.»
«Hai mai fatto pensieri su di me? Pensieri sessuali.»
«È una domanda da ubriaca?»
«È una domanda.»
La guardo, mentre lentamente forma un movimento con le labbra con un suggerimento morbido e persuasivo. Siamo lontani da casa, soli, così vicini.
«Sì, una volta, durante il liceo. Erano le ultime giornate di inverno, ero uscito a passeggiare in campagna, vicino alla casa di mia nonna. Mi ero arrampicato in cima alla collina, salendo per un sentiero ripido e fitto di alberi. Ero sudato e stanco, ma non mi fregava; ricordo che da quella posizione riuscivo a vedere tutta la città. All’improvviso mi sei venuta in mente tu. Non so perché, ma mi sono eccitato e mi sono masturbato lì, in mezzo agli alberi e al silenzio.»
Il suo sguardo adesso è cambiato. Sembra diventato più lucido e tagliente.
«E come l’hai immaginata la scena? Come lo facevamo?»
«More ferarum», rispondo.
«Cioè, a pecorina?», mi domanda con un sorriso malizioso.
«Sì, mi ricordo che qualche giorno prima avevo letto questa espressione sul libro di Storia dell’Arte. C’era questa immagine di un affresco di Pompei, raffigurante un uomo che prende una donna da dietro. La nota sotto l’immagine diceva more ferarum, nella posizione degli animali, appunto. L’iscrizione latina sotto il dipinto recitava: lente impelle ed era la richiesta che la prostituta faceva al cliente: spingi piano. Quell’immagine mi ha incasinato la mente per tutto il giorno, anche mentre camminavo non smettevo di pensarci. E nella mia fantasia quella donna eri tu. Aveva la tua faccia, i tuoi capelli neri e la tua voce».
Virginia finisce di bere, gettando uno sguardo obliquo al fondo della sala, dove qualcuno sta spostando le sedie.
Il proprietario della trattoria ci avvisa che il locale sta per chiudere.
Pago il conto e l’uomo ci dà il resto con lo sguardo assonnato. Con tutta probabilità non vedeva l’ora di cacciarci.
L’aria nella notte di Roma è piacevolmente tiepida. Virginia si ferma di fronte a Castel Sant’Angelo per vomitare. Il monumento sembra osservarci, mentre le tengo la testa e l’aiuto a liberarsi del vino in eccesso. Le sue ciocche mi avvolgono le dita e sento una fitta che mi preme nello stomaco.
La sostengo, sussurrandole che va tutto bene. La cena le esce a fiotti dalla bocca e io le accarezzo la testa.
Mi fermo all’alimentari di un pakistano per comprare una bottiglietta d’acqua, poi proseguiamo verso l’albergo attraverso i viottoli deserti. Lei si regge al mio braccio e condividiamo il silenzio e l’odore dolciastro del Tevere.
Virginia prende la chiave, io la seguo per salutarla prima che entri in camera. Nel suo sguardo c’è qualcosa di illecito e primitivo. Quegli occhi neri che per tutta la sera mi hanno solo sfiorato, adesso sono piantati fissi dentro i miei. E io ci vorrei nuotare dentro, abbandonandomi completamente.
Provo l’impulso impetuoso e bizzarro di stringerla a me.
Lei mi sussurra «buonanotte» e mi lascia da solo in mezzo alla penombra del corridoio.

Entro in camera e senza nemmeno accendere la luce mi sdraio sul letto. È l’una e mezza del mattino, tra poche ore prenderemo il treno per tornare a Trieste, ma non ho sonno.
Penso a Virginia, alla confidenza che le ho fatto al ristorante.
Penso che se entrasse in camera, tradirei Paola senza rifletterci un attimo. Le strapperei i vestiti e farei l’amore con lei alla maniera degli animali. Come in quell’affresco. Come nella mia fantasia di tanti anni fa.
More ferarum: nessuna possibilità di incontro di sguardi, nessuna possibilità di un bacio. L’aspetto sessuale che prende il sopravvento e manda in frantumi qualunque idea di amore sentimentale.
Solo la congiunzione, nella più brutale e primordiale delle sue manifestazioni.
Ripenso allo sguardo che Virginia mi ha dato alla reception davanti all’ascensore. Guardo il display del telefono, nella sciocca speranza che mi chieda di entrare nella sua camera.
Non accade nulla, ma decido che guarderò il telefono a intervalli fino a che non arriveranno le due in punto.

Virginia si osserva allo specchio un’ultima volta prima di spegnere la luce.
Sul volto ha un’espressione che non ricordava da tempo: le gote accaldate, gli occhi lucidi e orlati di rosso, come quelli di un animale malato.
Si sdraia sul letto ripensando al racconto di Raffaele. Quell’immagine le si è insinuata nella mente come un veleno.
Se Raffaele entrasse nella stanza farebbe l’amore con lui. Tradirebbe suo marito senza pensarci un istante. Spezzerebbe senza rimpianti la promessa coniugale fatta cinque anni prima, davanti a quel prete avvizzito e vergine. Lo farebbe in quella posizione, da dietro, alla maniera degli animali. Gli unici veri esseri liberi. Perché gli animali non hanno vincoli morali, né religiosi. «Lente impelle», gli direbbe anche lei: «spingi piano», per farlo durare il più possibile.
Potrebbe mandargli un messaggio, basterebbe una semplice scusa e si ritroverebbero sul letto a rendere reale quella fantasia. Probabilmente l’indomani mattina si sarebbero scambiati dei saluti formali giù al salone per la colazione e lei avrebbe fatto finta di niente. Avrebbero bevuto il cappuccino commentando le notizie del giornale, poi avrebbero preso il treno, lei isolandosi con la musica, lui a lavorare sul suo Mac. Ma ora dilaterebbe questo momento all’infinito, tendendolo forte, fino a strapparlo.
Resta sdraiata sul letto ancora un po’, le mani che indugiano fra le cosce, gli occhi sbarrati a fissare i riflessi sul soffitto.

Lorenzo Quadraro
Diploma di maturità classica e laurea in Legge. Quando non lavora nel settore della consulenza aziendale, disegna, scrive, divora libri e balla latinoamericano. È un fanatico dell’hip hop e ogni tanto si dimentica di essere bianco e biondo. Fa fatica ad addormentarsi se non guarda documentari di astronomia.
Ha scritto un romanzo: “L’equazione di Cassandra”.
Frequenta il Master in Tecniche della Narrazione alla Scuola Palomar.
Adora gli spaghetti aglio, olio e peperoncino.

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