Mormorii, #2

Pubblicato il Pubblicato in Chef per un giorno, Fantastico, Giro Pasta
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643 parole; tempo di lettura stimato: 3 minuti circa
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Scendeva la sera quando ci incontrammo. Il tramonto incendiava la nebbia di rosso e i vapori esalati dalla palude disegnavano spire di sangue. Solo io e lei, come ci davamo appuntamento vent’anni prima. Senza accorgersene, i nostri piedi si erano mossi fino a portarci in uno dei nascondigli che più amavamo. Al limitare del bosco, sottovento rispetto al tanfo della palude, ma con uno scoglio di pietra a proteggerci da occhi indiscreti. Nemmeno una gemma era sbocciata sulle fronde mentre ero via. Il bosco era morto, come ogni altra cosa. Gli alberi erano sagome ossute, appese nella nebbia.
L’ululato del dio smosse la terra sotto i nostri stivali, e io capii che dovevo rompere gli indugi.
«Vieni con me» le dissi. Mi sforzai affinché le sembrasse un’affermazione, non una domanda. Non sapeva pensare con la propria testa, nessuno lo insegnava in quel posto, non a una donna. Con me avrebbe potuto imparare, ma lontano da lì. «Esiste un altro mondo al di fuori del villaggio, oltre la palude. Posso mostrartelo».
Lei non rispose. Confidavo che il mio invito le avrebbe suscitato un bagliore di speranza negli occhi, al contrario, quelle iridi grigie mi raccontarono il ribollire di una lenta tristezza. Vent’anni avevano lasciato il segno sul suo volto, i capelli secchi, la pelle esangue, anche se per me restava bellissima come la prima volta. Avrei imparato persino ad amarla di nuovo, col tempo. Ad amare quella mente curiosa, troppo svelta per quel luogo antico, che l’aveva portata a fidarsi di me e al tempo stesso ingenua, molto più limpida della mia, che le aveva impedito di scappare.
Quando parlò, faticai a riconoscere la sua voce. La scambiai per l’alito della palude tra i canneti.
«E cos’avrebbe da offrirmi questo tuo mondo, che non mi sia già stato tolto il giorno in cui tu te ne andasti?»
Il giorno in cui l’avevo abbandonata. Non pronunciò quella parola, era troppo gentile per farlo. Quella volta sì che i suoi occhi brillarono di un lampo, li ricordavo come se li avessi ancora nei miei, quando realizzò che le avevo mentito, che a un apprendista dei sacerdoti era proibito amare, che non credevo in quel dio assetato di sangue, che mi ero macchiato di un crimine oscuro e che l’avevo fatto nel suo nome.
Parlammo poco, e già era scesa la notte. Un po’ di quella luce rossastra era rimasta intrisa nella nebbia; tingeva di sangue le nostre ombre.
«Mi dicesti che non avevi paura di me», tentai di convincerla con un ultimo tentativo. Osai prenderla per mano, ma si ritrasse. «Che non mi avresti mai lasciato da solo con me stesso. Guardami, sono un uomo diverso adesso. Possiamo coltivare la terra insieme là fuori. Terra morbida, piena di frutti. Senza sacerdoti né dei, senza ammazzare nessuno.»
Un mugghio roco. Il dio. La nebbia sembrò tendersi per ascoltarlo. Solo allora, allargando lo sguardo, mi resi conto che la luce di decine di torce punteggiava il bosco. Tremolavano, si spegnevano e si riaccendevano, ci accerchiavano tra quegli scheletri che erano i tronchi.
Quando Linde parlò mi strappò una lacrima, ma lei non piangeva. «Ti ho aspettato», disse. «Ti ho aspettato. Ma vent’anni sono troppi. Appartengo a un altro adesso.»
I sacerdoti ci raggiunsero e la presero per le braccia, la nascosero alla mia vista. A me riservarono la solita indifferenza. Mi voltarono le spalle e la portarono via. Sapevo cosa sarebbe successo. L’avrebbero sacrificata per offrirne il sangue al dio. Alle donne che si affidavano ai sacerdoti spettava quel destino. Non l’avrei accettato, non davanti ai miei occhi.
Inseguii quel drappello d’uomini, ma la notte aveva inghiottito le fiammelle delle torce. Persi traccia dei loro passi, che risuonavano sulle sterpaglie secche. Quando la voce di Linde mi raggiunse, sembrava provenire da una valle lontana. «Il mio cuore sarà tuo per sempre» disse, «ma la mia promessa è compiuta».

– A corredo del racconto, un’illustrazione di Travis Smith per l’album Still Life degli Opeth.
Andrea Cassini
Nasco a Pistoia nel 1988 e vivevo già nei boschi quando ho letto Thoreau. Scrivo romanzi fantasy – uno è in uscita per Astro Edizioni -, scrivo racconti, messaggi, liste della spesa, oscenità sui muri; tutto per dare un senso a quella laurea in filologia medievale che prende polvere nello studio. Le fanno compagnia chitarre, cubi di Rubik, pipe e bottiglie di birra. Cercavo la sintesi tra il pensiero occidentale e quello orientale, ma le istruzioni erano poco chiare e al posto della pace interiore ho trovato la ricetta del lampredotto. Dura meno, ma almeno riempie la pancia. Quando mi resta del tempo per lavorare, faccio il bibliotecario.

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