Mormorii, #3

Pubblicato il Pubblicato in Chef per un giorno, Fantastico, Giro Pasta
Silent Hill Downpour
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943 parole; tempo di lettura stimato: 4 minuti circa
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Linde era sul patibolo e io non potevo far altro che guardare mentre le ponevano la corda intorno al collo. Sapevo che non avrebbe sofferto. Erano esperti di impiccagioni al mio villaggio, le mani che avevano stretto quel cappio conoscevano la differenza tra un nodo buono e uno cattivo. Le ossa si sarebbero spezzate in un colpo solo, ma non tanto da staccare la testa dal corpo. Un lavoro pulito.
Io non riuscivo a rallegrarmi per quel vano sollievo. Era colpa mia se l’avevano accusata, eppure non toccava a me scontare la pena. Stavo tra la folla, come se fossi uno di loro, in attesa dell’esecuzione. Intorno a me, però, c’era un cerchio vuoto, come se emanassi un fetore insopportabile. Forse portavo ancora addosso il tanfo della palude, pensai, ma lì si viveva ogni giorno tra i riflussi del miasma, a seconda di come tirava un alito d’aria troppo sottile per definirsi vento.
Cercavo lo sguardo di lei, anche se non avrei saputo cosa comunicarle. Un mezzo sorriso a conferirle fiducia e una goccia di speranza? In fondo, se la sua fede era autentica, lei credeva che sarebbe finita nello stomaco del dio e da lì rinata a nuova vita. Una smorfia pensosa a condividere un’ultima volta il tempo passato insieme? O forse, la mia emozione più vera, un viso distorto dall’angoscia?
Lei, in ogni caso, non ricambiò. Fissava le assi in legno del palco su cui l’avevano condotta, senza fiatare. Dismessa la tunica nera, le avevano fatto indossare una vestaglia chiara che le lasciava scoperte le spalle. Solo allora mi rendevo conto di quanto fosse diventata magra, di quanto fossero esili le caviglie e i polsi. Nella luce assente di quel pomeriggio, la sua pelle era dello stesso tono pallido della nebbia. Le guance, smunte, suggerivano che il dio le stesse succhiando il sangue giorno dopo giorno.
Era la stessa Linde che conoscevo? Quella il cui ricordo mi aveva convinto a tornare, per portarla in salvo? O era un’altra persona? Strizzai gli occhi e tentai di concentrarmi, volevo ritrovare il suo posto nella mia memoria, ma la voce profonda del dio mi stordiva ogni volta che scandagliavo gli anfratti della mia mente. Non si era zittita un attimo dall’alba di quel giorno, impaziente di assaggiare il tributo di sangue. Un boato continuo, gracchiante. Il gorgoglio impazzito di un ventre mostruoso.
Di Linde mi era rimasto un riflesso, un’immagine residua del giorno in cui ero scappato. Mi accompagnò di corsa fino al limitare della palude, la gonna sollevata fino alle ginocchia per non sporcarla di fango. Conosceva il crimine che avevo appena compiuto, mi ammoniva a ogni passo ripetendomi le parole della legge. «Non si uccidono uomini innocenti.» Ricordavo persino l’intonazione di quella cantilena. «Il dio non desidera il sangue di uomini innocenti.» L’ascoltavo senza protestare, ma la sua severità mi faceva sorridere. Ne avevo uccisi talmente tanti, su ordine dei sacerdoti, che non notavo più la differenza tra colpevoli e innocenti. Mi ci erano voluti vent’anni per comprenderla. Quel giorno, lei mi sgridava ma credeva in me. Mi odiava, eppure mi perdonava. Mi prese a schiaffi sul viso, poi mi teneva per mano e mi guardava negli occhi. Erano l’unica cosa che brillava, l’unica cosa che avrebbe mai brillato in mezzo a quella nebbia.
I sacerdoti stavano per spegnerli per sempre. Linde era loro proprietà, una donna che si è consacrata al credo non può intrattenersi con nessun altro uomo, così recitava la legge. Un’adultera, una traditrice. Sangue impuro da sacrificare al dio.
Le dita del boia, con inconsueta gentilezza, strinsero la corda intorno al collo bianco di lei. Mi sforzai di non guardare, eppure mi ritrovai con gli occhi piantati sulla scena. Ero rapito da un sussurro che mi ordinava cosa fare. Non me n’ero accorto, ma il richiamo del dio pronunciava parole comprensibili alle mie orecchie. Proprio come un tempo. Gli ero mancato, si confidava, tra quei gorgoglii privi di forma. Ero il suo uomo più fidato. Nei vent’anni in cui ero stato via, aveva patito la fame. Non gli sarebbe bastato il sangue di quella donna. Ne voleva di più. Molto di più. Dopo la semina, era tempo di mietere il raccolto.
Udii la mia anima esalare un sospiro; mi apprestavo a obbedire.

Di quel che accadde dopo, conservo ricordi sfocati. Vedevo il mio corpo muoversi, impotente. Raccolsi una vanga dal campo di patate alle mie spalle; qualche contadino aveva lasciato il lavoro in fretta e furia pur di assistere alla cerimonia. Tornai in mezzo alla folla e cominciai a mulinarla. Non badavo a cosa colpivo, non prendevo la mira, ma sentivo i crani cedere sotto quella punta di ferro arrugginito. Si spappolavano come frutti maturi. Le grida di chi fuggiva erano un suono ovattato che la nebbia inghiottiva. Poi salii sul patibolo. I sacerdoti e il boia erano ancora lì. Con loro fui più accurato. Li abbattei con un solo colpo, tra capo e collo, poi li lasciai piombare giù dal palco. Nelle mie orecchie il dio esultò con un ruggito assordante. La terra, assetata, beveva a fiotti il sangue che avevo versato. Mi aspettavo che il suolo si aprisse a mostrare i denti bramosi, grondanti di saliva. Chi era quella donna che mi fissava negli occhi, in mezzo al caos? Il volto di Linde mi appariva sfigurato, non avrei saputo dire se dalla paura o dall’orrore. Sarebbe sopravvissuta alla condanna, questo fu l’unico pensiero cosciente che ricordo, ma porterà per sempre il ricordo di me che dispenso morte con una vanga in mano.
Poi mi presero alle spalle, mi disarmarono, mi lanciarono giù dal patibolo e mi piantarono la faccia nella terra grigia. Aveva l’odore del ferro.

– A illustrare il racconto, la copertina giapponese, firmata Masahiro Ito, del videogioco Silent Hill Downpour.
Andrea Cassini
Nasco a Pistoia nel 1988 e vivevo già nei boschi quando ho letto Thoreau. Scrivo romanzi fantasy – uno è in uscita per Astro Edizioni -, scrivo racconti, messaggi, liste della spesa, oscenità sui muri; tutto per dare un senso a quella laurea in filologia medievale che prende polvere nello studio. Le fanno compagnia chitarre, cubi di Rubik, pipe e bottiglie di birra. Cercavo la sintesi tra il pensiero occidentale e quello orientale, ma le istruzioni erano poco chiare e al posto della pace interiore ho trovato la ricetta del lampredotto. Dura meno, ma almeno riempie la pancia. Quando mi resta del tempo per lavorare, faccio il bibliotecario.

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