Mormorii, #4

Pubblicato il Pubblicato in Chef per un giorno, Fantastico, Giro Pasta
Travis Smith - Cradle of Filth
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691 parole; tempo di lettura stimato: 3 minuti circa
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I sacerdoti al gran completo mi accompagnarono al patibolo quel giorno. O almeno, quelli di loro che erano sopravvissuti. Li squadrai dall’alto in basso, uno per uno. Erano vecchi e avvizziti come vent’anni prima. In mio onore indossavano il bianco, il colore della morte, su quelle tuniche consumate dal tempo. Ne ero soddisfatto; non mi trattavano più con l’ostile indifferenza con cui mi avevano accolto.
Mi sistemarono il cappio sul collo e io presi un lungo sospiro. Le dita del boia erano nervose, temevo che non sarebbe stato in grado di stringere il nodo al punto giusto. Tutti erano inquieti quel pomeriggio, persino la nebbia. Si stringeva in spire, spinta da un vento che però non soffiava. Il bosco, sullo sfondo, scricchiolava e frusciava come il suo legno, morto da secoli, fosse tornato in vita. L’aria stessa era tinta di rosso, ancora grondante del sangue che avevo versato.
Uno dei sacerdoti cominciò a pronunciare la sentenza, ma non lo udii. La voce del dio annichiliva ogni altro suono. Il suo brontolio a tratti si faceva acuto, un grido a metà tra il dolore e la follia. Non parlava la mia lingua quel giorno, tuttavia. Non mi sussurava più la sua angoscia cieca.
Linde era tra la folla. Come il giorno precedente, non osava alzare la fronte per guardarmi. Non m’importava. Mi bastava che fosse lì, viva. Non libera, non ancora. Sarebbe dovuta scappare, come me. Mi ero promesso che l’avrei accompagnata, ma il mio proposito falliva sulla forca. Ero tornato al mio paese dopo vent’anni per salvare lei, non per finire nel ventre di un dio insaziabile, ma forse la mia parte nella recita non era stata vana. Va bene così, pensai, era scritto nel mio destino fin dall’inizio. Tra le spire di quella nebbia di fumo, avevo smarrito la direzione del tempo; rieccomi vent’anni prima, a espiare la colpa di cui mi ero macchiato.

La terra tremava, la gente faticava a stare in piedi, si sorreggevano l’un l’altro per le spalle. Con la coda dell’occhio scorsi uno dei sacerdoti fare cenno al boia di sbrigarsi. Il dio lanciò un urlo che si propagò come un’eco gorgogliante; l’acqua della palude ribolliva e strisciava fuori dai canneti, verso le case.
Sentii il nodo stringersi intorno alla gola e distolsi lo sguardo, in un timido tentativo di resistere. La corda era troppo lenta, sarei morto per sfinimento prima di finire strangolato. Mi fecero alzare in piedi.
Linde era ancora lì, ma non osava guardare. Stava in ginocchio, incapace di reggersi sul terreno cedevole. Anche il palco di legno su cui mi avevano condotto prese a ondeggiare, e infine si piegò su un fianco. Sì, pensai, lei un giorno sarebbe stata libera. Più di quanto non lo fossi divenuto io, costretto a tornare a casa per incontrare la morte. Dall’odio di quella gente io avevo fatto nascere una nuova fiducia, che un giorno sarebbe rifiorita negli occhi di lei. Con un solo gesto, avevo salvato Linde dal suo futuro e avevo redento entrambi dai peccati del nostro passato. Almeno, così cercavo di convincermi.

Poi una voragine si aprì nel suolo. Senza più quella terra arida a fare da cuscino, il ruggito del dio riecheggiò fin dentro le ossa. La bocca spalancata si prese la nebbia, i vapori della palude, i corpi inermi della gente. Masticò ogni cosa e la deglutì tra schizzi di saliva e sangue. Trascinò anche me tra le sue fauci, mi sembrò di divenire parte del brontolio assordante. Aguzzai la mente e le orecchie, mentre i denti mi maciullavano, ma non intuii nessun senso, nessuna parola. Quale dolore indicibile sopporta un dio, mi chiesi, per emettere un simile lamento?
Se ancora parlo e racconto la mia storia, è perché resto sospeso in un luogo inaccessibile: gli occhi di Linde. Ho forgiato la mia immagine nei suoi sogni, quando l’ho salvata dal patibolo.
Se ancora parlo e racconto la mia storia, significa che lei quel pomeriggio è scappata. È sgusciata fuori dalle mascelle del dio. Tutti gli altri sono stati digeriti e sputati fuori, me compreso. Non ha più nessuno da temere. È libera, e io vivo finché avrà ricordi da serbare.

 – A corredo del racconto, un’illustrazione di Travis Smith per l’album The Manticore and Other Horrors dei Cradle of Filth.
Andrea Cassini
Nasco a Pistoia nel 1988 e vivevo già nei boschi quando ho letto Thoreau. Scrivo romanzi fantasy – uno è in uscita per Astro Edizioni -, scrivo racconti, messaggi, liste della spesa, oscenità sui muri; tutto per dare un senso a quella laurea in filologia medievale che prende polvere nello studio. Le fanno compagnia chitarre, cubi di Rubik, pipe e bottiglie di birra. Cercavo la sintesi tra il pensiero occidentale e quello orientale, ma le istruzioni erano poco chiare e al posto della pace interiore ho trovato la ricetta del lampredotto. Dura meno, ma almeno riempie la pancia. Quando mi resta del tempo per lavorare, faccio il bibliotecario.

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