NDR

Pubblicato il Pubblicato in Chef per un giorno, Piatti Unici, Realista
Emission - RICHARD VERGEZ
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597 parole; tempo di lettura stimato: 3 minuti circa
A illustrare il racconto, Emission di Richard Vergez

Avevo sette anni quando la conobbi, ma ne appresi il nome solo un paio di mesi dopo, in un trafiletto di un quotidiano locale.
Era la cosa che aveva ucciso mamma.
Provai a leggerla ad alta voce, ma le lettere mi si strozzavano in gola, seguite da un blocco asmatico: «Ndr-Ndr-Ndr…»
Ormai, erano trascorsi sessanta giorni da quell’aprile del 1985 e la mia balbuzie era addirittura peggiorata.
La nonna continuava a ripetermi di parlare lentamente e alternare le sillabe a respiri profondi.
«Passerà, Sasà. È solo questione di tempo.»
«Sì, no-no-nonna,» poi andavo in camera, appoggiavo il naso sul cuscino, ne afferravo la federa con i denti e lasciavo spazio alle incontrollabili lacrime della rabbia.
Passavano i giorni e la scuola e i miei compagni mi sembravano un lontano ricordo. Avevo deciso di non andarci più. Immaginavo i loro sguardi di compassione che avrei odiato, ma soprattutto avevo il terrore di aprire la bocca.
Nei pomeriggi, andavo in soffitta, dov’erano ammassate cianfrusaglie e mobili impolverati e osservavo per ore il paese e il mare dall’oblò di legno. Avevo trovato uno specchio che usava mamma quand’era ragazza. Mi specchiavo e iniziavo gli esercizi con le parole. In cuor mio, speravo di vedere da un momento all’altro il suo viso riflesso. Mi sarebbe bastato ascoltare la sua voce, di nuovo, anche solo per un minuto. Piangevo.
«Sasà, dovresti ritornare a scuola. Pensi di restare rinchiuso tra queste mura per il resto della tua lunghissima vita?» mi diceva spesso la nonna.
«No» rispondevo d’impeto. No era l’unica parola che sapevo dire senza balbettare. Da quando era morto il nonno, vestiva di nero, stesso abbigliamento che utilizzava per andare a lavorare nei campi la mattina presto.
A volte la sentivo parlare tra sé e sé: «Colpa di tuo padre, se non avesse fatto di testa sua, tutto ciò non sarebbe successo.»
Mio padre aveva lasciato casa all’improvviso, il giorno di Natale dell’84. La sera della vigilia sentivo discutere lui e mamma. Lei piangeva.
«Ho dovuto farlo? Capisci? Io ho visto! Mi sono stancato di sopportare questa gente e questo posto. Nessuno parla, nessuno sa nulla. A tutti va bene tutto,» diceva lui.
«E ora dove andrai?»
«Non lo so, ma il maresciallo mi ha assicurato che li terranno d’occhio. Voi non correrete nessun pericolo e presto potrete raggiungermi.»
«Alfredo, ma questo è il nostro paese, la Calabria è casa nostra!» singhiozzò mia mamma.
«Ora non lo è più.»
In estate, mia nonna mi mandò da Don Saverio per proseguire con lui gli esercizi. Era la persona più colta del paese e durante le ore trascorse in canonica mi raccontava i fatti della Grande Guerra.
«Il problema, Sasà, è nella tua testa non nella bocca,» soleva ripetermi, «Tieni chiusi gli occhi e respira.»
Le prime volte che lo feci furono terribili perché mi vennero in mente le immagini di quel maledetto giorno.
«Respira Sasà, respira piano. Gioca con l’aria. L’aria ci permette di vivere, ma devi saperla usare.»
In ogni lezione, il vecchio prete mi dava delle filastrocche da recitare abbinate a esercitazioni per rilassare il diaframma. Ritornai in poche settimane a parlare in modo fluente, anche se non del tutto.

Una mattina, il mio sguardo incrociò l’angolo di un foglio di carta sotto un comodino del soffitto. Lo presi in mano: era l’articolo che riportava il nome della cosa che aveva ucciso mamma.
Corsi col giornale da Don Saverio. Stava dicendo il rosario. Lo interruppi e gli indicai la parola.
«È difficile!»
Il suo sguardo divenne cupo e severo. Poi, scosse la testa.
«Non importa. È una cosa che non esiste.»

Carmine Madeo
Nato in Calabria nel 1987, vive e lavora a Milano. Autore del romanzo L’Ultimo rigore (La Ruota Edizioni, 2016). Ama la narrativa breve, in particolare i racconti di Stephen King, e il cinema di Hitchcock.

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