Nebula – Rosso, #1

Pubblicato il Pubblicato in Giro Pasta
Nebula – Rosso, #1
Piaciuto il racconto? Scaricalo, è gratis!

PDF MOBI EPUB

Focolai sulfurei divampavano in ogni landa; dardi fiammeggianti si schiantavano sulla superficie, frantumandola; la terra si apriva nelle profondità degli oceani, fagocitando le acque.
Il pianeta stava morendo ma loro guardavano altrove.
In cielo la Sfera Nera conservava l’arbitrio su quello che si poteva vedere, su ciò che si poteva conoscere.
Lui camminava tra una folla di spettatori, ognuno con addosso un visore collegato, attraverso connessioni invisibili, all’oscuro sovrano nei cieli. Coesistevano in quel momento due realtà limitrofe: alla distruzione esterna si opponevano le immagini trasmesse ai visori oculari. Ogni individuo si trovava immerso in un sua precipua continuità, l’unica possibilità di scorgerla era indovinarla dalle reazioni idiosincratiche: un palazzo che rovinava al suolo veniva accolto da risa assordanti; la nascita di un geyser di lava era salutata da urla chiassose; un corpo che cascava al suolo, divorato dalle fiamme, riceveva applausi compiaciuti. Altri ancora, totalmente assorti, rimanevano impassibili di fronte a ogni calamità, il volto sospeso in una stasi distaccata. Spettatori alle dipendenze della Sfera.
Lui ci passava in mezzo guidato da un’intenzione. Varcava quella folla cieca in cerca di colei che sarebbe stata capace di vedere. Sapeva che per intraprendere il suo viaggio aveva prima bisogno di una navigatrice: qualcuno in grado di spingersi oltre i vincoli, forte della disperazione necessaria per guardare in faccia il mondo senza filtrarlo attraverso una lente balsamica. Ricercava chi aveva già conosciuto l’aspetto peggiore dell’universo e che non avrebbe esitato a spingersi fino ai suoi confini più estremi.
Lì su quella stella morente, si arrestò solo una volta giunto di fronte alla Donna prostrata vicino a un minuto corpo roso dal fuoco, attorniata dai rumori che preludevano all’ineluttabile risoluzione. Gettato a terra, spezzato in mille pezzi che ne rivelavano l’essenza meccanica, giaceva un visore oculare. Lacrime vermiglie scivolavano giù dalle guance della Donna, lungo il volto inclinato verso il basso, finendo per tingere di rosso il suolo.
Non riusciva a trattenere singhiozzi rabbiosi e stringeva, in entrambi i palmi, materie insondabili: due enigmi stritolati da una morsa feroce.
Si trattava forse dell’unico essere consapevole rimasto a quel mondo?
Quel pianto era l’urlo di un animo non spezzato. I singhiozzi gremivano l’aria come canti rancorosi, ballate che ambivano alla rivolta, denunciavano l’apatia di un popolo consumato. Scintille tenaci restie a spegnersi.
C’era volontà in quella Donna e la volontà porta alla visione. La volontà sarebbe stata capace di condurre lo sguardo oltre i limiti. La volontà era ciò che Lui cercava.
Così si sedette, per esserle alla pari, per mostrarle rispetto.
Così Lui si sedette e si mise ad ascoltare.

***

Non volle condividere la nascita di suo figlio.
Lo portò in grembo fiera e lo partorì sola, con sacrificio, avviluppata nel dolore. Aveva conosciuto il padre in una giornata ordinaria, mentre stava svolgendo le consuete mansioni a cui era stata destinata dalla famiglia. Non conosceva il suo nome, era uno straniero: un viandante giunto in città in cerca di ristoro momentaneo. Le aveva raccolto uno straccetto sottile, caduto per sbaglio dalla cesta a tracolla, con dentro un carico di panni da rammendare. Quella semplice gentilezza era bastata per iniziare una conversazione: lo sconosciuto le parlò di passeggiate infinite per luoghi sperduti al di fuori della città, dove perdersi, dove potersi allontanare in solitudine; descrisse sentieri silenziosi dispersi tra cime impervie, coste soleggiate bagnate da mari di cui Lei non aveva mai sentito pronunciare il nome.
Ne rimase affascinata. La accompagnò lungo il tragitto verso il lavoro, poi attese la sera per ritrovarla, stavolta per condividere un bicchiere; più di uno, a dire il vero. Impreziosì la serata con memorie di incontri imprevisti: un pescatore, appostato su uno scoglio, lo sfidò a saltare su una fila di sassi sporgenti dall’acqua, portandolo inesorabilmente a farsi un bagno indesiderato al secondo balzo; gareggiò con un lustrascarpe sul ciglio della strada, trionfando con ben cento paia di calzature lucidate in una giornata; tentò di cavalcare un destriero riottoso del nord, rischiando seriamente di spezzarsi l’osso del collo; corteggiò una graziosa contadinella, scovata a sud fra i campi di grano, prima di fuggire vigliaccamente dopo aver scoperto che si trattava in realtà dell’unica figlia del signorotto locale.
Parlarono per ore.
Parlarono e risero, insieme.
In lui, Lei trovava ciò che le era stato negato per nascita. Per sesso.
Si accompagnarono per il resto della notte: trascorse nelle sue braccia istanti leggeri, abbagli di una vita che sapeva non appartenerle ma in cui scovò un riflesso di felicità.
La mattina lo cercò, a tentoni, senza risultato. Si era dileguato con la stessa semplicità con cui aveva fatto irruzione nella sua esistenza, ma non lo odiava, anzi le era grata per averle donato quei ricordi. Si ripromise di non infangarli con il risentimento: ne avrebbe fatto tesoro.
Una volta partorito, la prima cosa che fece fu fuggire. Scappò senza domandare permesso: prese il neonato e lo portò via, diretta ovunque non fosse quella città. Lo sfamò durante il viaggio anteponendolo ai suoi stessi bisogni; lo protesse dalle intemperie tenendolo alla larga dai pericoli. Rimediò giacigli in anguste caverne. Lo cullò nelle notti di tempesta.
Fu l’unica custode del frutto della sua carne. Instaurò con il figlio un rapporto simbiotico: nel silenzio, restava ad ascoltare il respiro di quel corpicino addormentato, stupendosi ogni volta di quanto amore si potesse sentire per una cosa così piccola. La situazione cambiò una volta che i due giunsero nei pressi di un tempio fatiscente, nascosto sulla sommità di una ripida balza. In quel luogo si era insediata una comunità composta da rifugiati provenienti dai più remoti focolai di guerra. Evasi da terre dilaniate, che avevano rifiutato di imbracciare armi in nome di ideali o vessilli altrui, preferendo mettersi in viaggio, senza poter fare affidamento su mappe o strade conosciute, condotti unicamente dalla sorte.
Il tempio svolgeva la funzione di faro per quella folla di profughi. Li attraeva spontaneamente, tanto che i più giungevano per caso, senza riuscirsi a spiegare o a ricostruire in alcun modo la strada percorsa. Lassù in alto, il tempio li chiamava a sé, incubandoli come un nuovo utero da cui rinascere. Una nuova patria.

L’illustrazione del racconto è un’opera originale di Gian Luca Palazzolo, che ringraziamo

Iago Menichetti
Nato a Pisa in un’ordinaria giornata d’agosto dell’89.
Trascorro buona parte del mio tempo a rispondere alla domanda «Ma ti chiami davvero Iago»?
Ciò che ne rimane lo dedico a scrivere e fumare sigari toscani.
Comunque sì: mi chiamo davvero Iago.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

code