Nebula – Rosso, #2

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Nebula – Rosso, #2
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La Donna insieme al figlio vennero accolti senza riserve dalla comunità: il piccolo fu lavato e sfamato, gli furono dati dei vestiti e chi tra i membri era stato adibito alla medicina si preoccupò di verificarne le condizioni. Alla Donna chiesero cosa sapesse fare, lei rispose che il popolo in cui era cresciuta le aveva insegnato solo a rammendare e pulire, mentre con il viaggio aveva imparato a sopravvivere. Incominciò ad accompagnare le spedizioni per la raccolta di erbe e piante utili a impastare decotti o rudimentali panacee. Così divenne ferrata nel riconoscere le differenti varietà dei vegetali; le piaceva trascorrere le giornate a camminare, riuscì anche a tracciare una sommaria cartina delle zone circostanti, che portava sempre con sé durante le escursioni, aggiornandola di continuo.
Il figlio cresceva temprato dall’affetto di innumerevoli famigliari: ogni esponente della comunità si prendeva cura di tutti i piccoli come fossero la diretta prole, seguendoli nelle semplici mansioni che venivano loro assegnate, correggendone gli errori e incitandoli nei casi in cui si palesassero attitudini distintive. Non c’era però che una madre, agli occhi del ragazzo. Il profumo della Donna, il ricordo primitivo delle nottate trascorse negli anfratti più orribili, si erano insediati nei recessi del suo animo e nessun ulteriore accadimento sarebbe stato in grado di scalfirli. La comunità era la sua famiglia, ma riconosceva solo una madre.
Allo scadere della giornata, quando tutti si riunivano nella piazza davanti al portone principale del tempio, raccolti davanti a un possente fuoco, i ricordi individuali si facevano condivisi, così di racconto in racconto, venivano fatti circolare in modo che la storia del singolo si tramutasse nella storia di tutti. Si ascoltavano allora resoconti di rivolte soppresse nel sangue, in cui chi guidava non era poi così dissimile quello contro cui ci si scagliava; conflitti nati per motivazioni non comprese da coloro che ne pagavano le conseguenze sanguinose; esecuzioni sommarie; rastrellamenti; morti oscene, svuotate di significato; albe senza speranza; giorni dai quali era stato estirpato ogni futuro.
Ogni entità presente a quelle adunate crepuscolari partecipava dell’esperienza altrui, ne percepiva la sofferenza, avvertiva lo stesso dolore solcargli la pelle. Si sentivano uniti in un comune sentire: per tutti loro il fuggire era diventato una condizione necessaria, l’unica via per non essere risucchiati dal vortice senza luce che li stringeva, a meno di non voler diventare parte della moltitudine assassina che del dolore era artefice; per non perdersi, per ritrovarsi, per non assumere il ruolo di soldati senza volto, dovevano fuggire e così fecero.
Quando guardava suo figlio, ripensando a quel frammento di felicità nel quale era stato partorito, la Donna sorrideva per aver avuto la possibilità di crescerlo insieme a compagni tanto coraggiosi. Ai piedi di quel tempio si sentiva finalmente appagata, fiera della direzione che la vita aveva assunto
Allora stringeva il ragazzo in un abbraccio per esprimere quella completezza: il suo personale ringraziamento.
Boati assordanti, fiamme scarlatte, miasmi di carne abbrustolita, echi di urla confuse, squarci nella terra, fetore esiziale.
Un’illimitata muraglia rossa al posto dell’orizzonte.
Cosa le stava succedendo?
Barbagli alieni irrompevano inesorabili su tutto il suo corpo. Incursioni percettive incontrollate l’avviluppavano.
Non riusciva a controllarle in nessun modo; cercava disperatamente di agguantare una di quelle schegge sensoriali per comprenderne l’entità, scoprirne la provenienza o riuscire solamente a fermarne l’incedere selvaggio, ma ogni tentativo si rivelava futile.
Quegli scorci si sovrapponevano alla realtà, vibravano paralleli agli eventi che stava vivendo: fantasmi che troncavano la tranquillità del braciere con i compagni raccolti a raccontare, del tempio e della città ai suoi piedi, con i lamenti di morte di un universo sconfitto.
Da dove venivano quelle immagini?
Il rifiuto fu la prima reazione: le visioni dovevano essere il prodotto di un errore, una patologia che si era mossa silenziosa nel suo corpo aspettando solo il momento adatto di mostrarsi. Un ceppo patogeno del pensiero. Cercò di combatterli, di scacciarli, percuotendoli con la sua volontà. Riuscì anche a conquistare intermezzi di tregue; in quei frangenti le era concesso di tornare alla sua comunità: quella così lungamente bramata; quella amata.
Ma la serenità si era ormai incrinata. Quei lampi fugaci si erano radicati come semi nel suo animo. Non riusciva a dimenticarli e ogni volta che allentava la presa, venendo meno al rigido controllo razionale autoimposto, questi insorgevano con ancora più vigore.
Cosa rappresentavano?
Avrebbe voluto scappare, di nuovo. Già una volta la fuga si era rivelata fonte di salvezza: con la fuga aveva scoperto; con la fuga si era finalmente impossessata di ciò che più ambiva. Stavolta però non riusciva. Per quanto corresse veloce, le visioni continuavano a fluirle a fianco disgregando le coordinate di spazio e di tempo. Tutto si risolveva in un circolo perpetuo di devastazione e sofferenza, in rumorosi spettri che la possedevano dall’interno.
Ovunque andasse si scontrava, infine, contro l’abbacinante muraglia rossa.
Visto che ogni forma di evasione le era preclusa, scelse di affrontare le allucinazioni: tastò le pareti cremisi che rivelarono un’insospettabile consistenza liquida: tanto solide all’esterno, le lordarono la pelle come una tinta aggrumata. Sembrava di fendere una cascata straordinariamente compatta, in cui l’acqua scorreva sempre in direzione verticale ma in maniera ascendente. La Donna ci fece passare attraverso prima un braccio, poi l’altro, dopo la varcò con una gamba, infine respirò a pieni polmoni, preparandosi all’apnea, e ci si immerse completamente.
Si ritrovò sospesa in un vuoto sconosciuto. Lentamente le fu possibile mettere a fuoco un fascio di sottili fili rossi fissati, per un’estremità, a un’immensa Sfera Nera composta da massa viva, inquieta, proteiforme; all’altro capo, ogni filo si congiungeva a esseri che portavano sugli occhi lenti vistose: erano gli abitanti del mondo che l’aveva invasa. Spettatori mansueti su un pianeta in rovina. Riconobbe gli edifici che crollavano sotto i colpi di comete incandescenti, gli strilli dei corpi raggiunti dalle lingue di fuoco, l’afrore soffocante nell’aria. Il tutto si avverava senza suscitare nessuna reazione in quegli esseri: ipnotizzati attendevano la morte fissando altro. Affinando ulteriormente la vista, scorse un qualcosa di familiare confuso nella mandria falcidiata: riconobbe il suo corpo seduto vicino agli altri, con il medesimo visore sugli occhi.
Urlò e il suo urlo fu talmente feroce da scuotere l’aria, originando onde simili a quelle provocate da una pietra lanciata in uno stagno.
Urlò e pianse, inerme. Si sentì violata: pedina di un gioco più grande di Lei, che non era stata in grado o non aveva voluto riconoscere fino ad allora. La Sfera sembrò compiacersi del suo dolore: risa mute le giunsero alle orecchie, tanto forti da rendere impossibile concepire altro suono.
La sospensione si spezzò, sprofondò in una tenebra illimitata. Fu in quel momento che tutto di fronte a Lei, l’intera realtà circostante, si modellò nella forma di due lenti nere, posate proprio di fronte ai suoi occhi. Filtrata dagli specchi scuri, vide la sagoma di suo figlio correrle incontro per abbracciarla. Spalancò le braccia per aggrapparsi all’ultima speranza residua, ma nell’avvicinarsi quel giovane corpo cominciò a prendere fuoco e più la fiamma divampava più il ragazzo gridava, divorato dal dolore. Tentò di raggiungerlo, di salvarlo; si dimenò nel vuoto, smanacciò ridicolmente e sbatté le gambe piangendo, ma fu tutto inutile. Ciò che giunse tra le sue braccia fu un irriconoscibile corpo abbrustolito. Avvinghiò quella materia sfigurata, strinse a sé la sua prole come nel tentativo di inglobarla, di riportarla all’interno, di farla risorgere nel suo utero.
Fu tutto inutile.
Furiosa, spinta oltre ogni senno, ogni logica, ogni limite, gettò via il figlio e artigliò le lenti scure, le svelse dalle sue pupille, le stritolò con brutalità, poi le frantumò in mille pezzi. Ma questo non placò la sua rabbia, allora proseguì mirando stavolta direttamente gli occhi: con le falangi lacerò le cavità oculari, nutrì la furia con il dolore, agguantò i bulbi e li strappò dal loro ceppo con tutta la forza che aveva in corpo.
Una cascata rossa proruppe dai fori sul volto, corse giù per il viso per sfociare in un mare vermiglio ai piedi della Donna che, nonostante conservasse nei palmi i due organi ormai impotenti, non riusciva a smettere di vedere.

***

Quando la Donna ebbe finito di raccontare, Lui si mosse, accostandosi al piccolo corpo inerte. Scelse un lembo di tessuto dal suo abito e lo sdrucì, poi lo cosparse con le ceneri del ragazzo e legò la benda così ottenuta intorno al viso della Donna, in modo da coprirne le orbite cave. Intinse l’estrema falange dell’indice nella vischiosa pozza di sangue al suolo e dipinse sulla fascia la punta stilizzata di una freccia.
Le parlò di un viaggio che li avrebbe spinti ad attraversare galassie, varcare nebulose, affrontare nugoli di meteore. Un viaggio pericoloso, nel quale sarebbero stati chiamati a fronteggiare molti nemici, non ultima la ragione stessa, a mettere in discussione le loro consapevolezze e che sarebbe forse potuto costare loro ogni cosa. Un viaggio mosso dall’esigenza di significare, nonostante tutto e nonostante tutti, ancora qualcosa.
Questo viaggio aveva bisogno di un navigatore e la Donna sarebbe stata l’unica in grado di indicare la rotta. Ma non voleva imporle niente: accompagnarlo o meno sarebbe stata una scelta di Lei e di Lei soltanto.

Il pianeta si stava apprestando all’estremo commiato: la terra si era ormai incrinata irrimediabilmente e il nucleo, da dentro, ribolliva preparandosi alla conflagrazione universale. Nei cieli la Sfera Nera ghignava compiaciuta.
Lui si alzò, girò le spalle e si incamminò percorrendo a ritroso l’apatico sentiero di morte. Il suolo tremò di dieci, cento, mille scosse simultanee. I mari fuoriuscirono dai loro argini sommergendo ogni cosa si presentasse loro davanti. Anime di fuoco danzavano su una superficie di liquido corrotto. I visori oculari, scollegati dagli annegati, emersero fuori dalle acque componendo una schiera di lapidi galleggianti. Dalla coda posteriore della navicella usciva fuori, come una lingua, il ponte che Lui aveva incominciato a salire, pronto alla partenza, quando da dietro avvertì la presenza della Donna; lo aveva seguito e adesso si trovava di fronte al vascello spaziale, con le braccia stese lungo i fianchi ed entrambi gli occhi grondanti sangue ancora in pugno. Li lasciò cadere, come sassi che si depositarono al suolo privi di vita.

Fu un attimo: l’enorme corpo celeste si venò di striature purpuree, si compresse mostruosamente emettendo battiti rochi e poi conflagrò in un singolo bagliore accecante.
Per Lei si trattava di una nuova fuga: dal ventre della navicella osservava, attraverso lo schermo di cristallo, il suo mondo perire.
Si ripromise che sarebbe stata l’ultima volta in cui avrebbe fatto da spettatrice: sarebbe di nuovo fuggita per ribellarsi; per diventare agente del proprio destino. Privata di ogni lente, rimosso ogni filtro tra lei e il mondo, avrebbe ora indicato la rotta a chi era giunto a cercarla su quel pianeta ormai scomparso. La Sfera Nera, l’unica altra sopravvissuta alla distruzione, rimase sospesa nel vuoto, concedendosi un’ultima muta risata, infine svanì, nascondendosi in un anfratto dell’universo.
La Navigatrice sapeva che, in un altro tempo e in un altro luogo, le loro strade si sarebbero incrociate nuovamente ma, adesso, il viaggio doveva cominciare.

L’illustrazione del racconto è un’opera originale di Gian Luca Palazzolo, che ringraziamo

Iago Menichetti
Nato a Pisa in un’ordinaria giornata d’agosto dell’89.
Trascorro buona parte del mio tempo a rispondere alla domanda «Ma ti chiami davvero Iago»?
Ciò che ne rimane lo dedico a scrivere e fumare sigari toscani.
Comunque sì: mi chiamo davvero Iago.

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