Nella vita ci vuole Costanza

Pubblicato il Pubblicato in Chef per un giorno, Piatti Unici, Realista
Nella vita ci vuole costanza - Gatto
Piaciuto il racconto? Scaricalo, è gratis

PDF MOBI EPUB

813 parole; tempo di lettura stimato: 4 minuti

Serena stava buttando le bottiglie di vetro e le sue frustrazioni nel secchione del riciclo in quella che si prospettava l’ennesima notte in bianco.
E non ce la faceva più, voleva andare a dormire, a morire: insomma, ovunque tutto ciò non esistesse, compreso quello stupido inverno che sembrava non finire più. Ne aveva abbastanza di giacche, maglie, maglioni, sciarpe, coperte: che poi tanto all’anima il freddo ci arriva comunque.
Costanza, che era un nome e un fatto, l’aspettava sulla porta per chiudere tutto, entrare nel portone accanto, salire a casa e mettersi a letto, dopo quell’interminabile giornata.
«Piccola, abbiamo fatto, non preoccuparti» le aveva detto Serena con quel muso di tristezza che da un po’ trovava spazio sul suo viso.
Quella vita non faceva per lei, Costanza lo sapeva bene. Tutto il giorno a ramazzare nelle case degli altri per finire la sera nel bar sotto casa. E alla nostra, di casa, chi ci pensa?, si chiedeva Serena ogni volta che apriva la porta e i vestiti del giorno prima erano ancora buttati a terra; ogni sera in cui si era sentita sola a riscaldarsi la cena da quando…
Le luci si erano spente di colpo.
«Andiamo?» Costanza aveva sentito la voce di Serena provenire dal fondo del locale. Poi anche un sorriso e il calore delle carezze erano arrivati: non glieli faceva mancare mai, non importava quanto stesse male. «Ah! Se non ci fossi tu, mia piccola Co, non so come farei.»
Ma quel sentimento che si era fatto necessità quotidiana, nutrimento di ogni parte, era oramai qualcosa di vicendevole. E Costanza aveva sempre saputo dimostrarglielo, fin dal primo giorno, quando i loro occhi così simili si erano tuffati gli uni nell’azzurro degli altri. Il giorno in cui si era dovuta rassegnare alla sua condizione randagia in un mondo di persone che le scorrevano intorno come un fiume di colori e indifferenza. La luce nel bar ancora aperto oltre l’orario consueto le aveva dato la speranza di riempirsi almeno la pancia per quella sera, ma poi le aveva regalato anche di più: quel blu di cascate profonde in caduta libera sulle guance quando si era affacciata alla vetrina per scrutare il bancone e capire se vi avrebbe trovato da mangiare e, invece, ci aveva incontrato Serena che passava lo straccio tra tavoli e sedie.
E piangeva, perché era sola.
Anche Costanza lo era e, per di più, a quel tempo non si chiamava neanche così. Nessuno le aveva mai dato un nome.
Ma Serena sì. Dopo essersi fermata a guardarla attraverso la vetrina, aveva aperto la porta per accovacciarsi e farle le coccole prima di sfamarla con del prosciutto e un po’ di latte rimediati dal frigorifero.
Perché lei aveva continuato a grattare alla porta quella stessa sera e molte altre in cui l’aveva aspettata, più decisa che mai; non perché avesse fame, ma perché voleva rivederla e tuffarsi di nuovo in quegli occhi che erano spazio navigabile color acquamarina per i suoi sentimenti, ancora e ancora, sempre, per stare con lei e non sentirsi più sole.
«Come ti chiami piccolina? Ce l’hai un nome?» le aveva chiesto Serena una di quelle sere, grattandola dietro l’orecchio, con gli occhi ancora un po’ appannati. «Mi sa che tu sei proprio l’unica che ha voglia di restare qui con me» le aveva sussurrato, e allora le aveva dato quel nome, per quel suo essere stata costante più di tante altre persone che avevano finito per andar via; via da quella casa e da quella vita che, però, erano rinate con quel battesimo.
Perché, proprio qualche giorno prima, quel tipo dagli occhi blu come l’oceano mare d’Australia, così pallido che d’australiano poteva al più dire di avere il fisico, ma non di certo l’abbronzatura, bevendo il caffè con le tre gocce di dolcificante che aveva tirato fuori dalla tasca, le aveva detto che per certe cose ci vuole costanza.
Dunque trovandosela davanti, quell’ennesima sera, aveva pensato proprio che sì, era quello che ci voleva, nella sua vita.
E così anche se i vestiti del giorno prima rimanevano ancora, ogni volta, a terra, tutto aveva preso un senso nuovo e bello, come addormentarsi vicine nel letto, con le fusa che si acquietavano man mano che il sonno si faceva più profondo; anche l’ennesima scatoletta di tonno aveva un altro sapore da quando erano in due a cenare con quel boccone di mare. Perché aprire il portone voleva dire chiudere il mondo fuori, e con lui la solitudine e ogni malessere, che tanto loro avevano l’un l’altra ed era tutto quello che ci voleva, pensava Costanza mentre Serena girava la chiave nella toppa e le loro ombre le precedevano nell’appartamento.
Aveva alzato gli occhi per guardarla un attimo, prima di entrare, e le aveva trovato una lacrima sul viso, ultimo residuo di quella giornata e di quella tristezza che svanivano perché comunque, nonostante tutto, erano a casa.

Francesca Kershaw
Nata nel 1986, qualcuno dice che sono coraggiosa, altri che sono caparbia, a volte io penso di essere soltanto matta. Perché non ho voluto credere solo in una vita “ordinaria”, ma anche e soprattutto in un mondo “straordinario” in cui le parole hanno valore, in cui scrivere è la cosa più bella (e così ho voluto battezzare anche il mio spazio in rete). Giurista pentita, appassionata di comunicazione, fotografa autodidatta, volontaria per dovere verso me stessa e verso il prossimo, zia per amore.

Un pensiero su “Nella vita ci vuole Costanza

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

code