Non ancora

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916 parole; tempo di lettura stimato: 4 minuti e mezzo

Ho sognato che eri ancora vivo.
Eravamo al centro commerciale, ti tenevo per mano mentre mi tiravi per portarti nel negozio di giocattoli. Ti dicevo di fare piano, ma tu mi chiamavi per nome e continuavi a strattonarmi. Me lo compri?, dicevi. Me lo compri?
Poi non me lo ricordo come continuava, credo che a quel punto mi sono svegliata.
Marco dormiva ancora. Russava appena, voltato dall’altra parte. L’ho fissato, indecisa se svegliarlo.
Gli ho messo la mano sulla spalla, ma l’ho ritirata subito. Per oltre un minuto sono rimasta a strapparmi via una pellicina. Non voleva venire via, mi ci sono incaponita. Era resistente, quella dannata.
Sentivo la gola secca, allora sono andata in cucina. Pioveva, dalla finestra arrivava odore di erba bagnata. Qualcuno ha suonato un clacson nella notte, mi è arrivato come lo sparo di un fucile.
Non ce l’ho fatta ad affacciarmi, però. Anche quando cammino per tornare a casa, cerco di evitarlo quel maledetto parco giochi.
Magari prima o poi ci riuscirò. Me lo ripeto ogni giorno che prima o poi ce la farò.
Ho bevuto, ho sciacquato il bicchiere e sono tornata in camera.
Marco, ho bisbigliato. Ho sperato davvero che si svegliasse. Se si fosse svegliato, forse gli avrei detto tutto. Lo avrei abbracciato, gli avrei parlato di te, di me, di com’era prima. Di come ero io, prima. Me lo chiede sempre perché non gli parlo di com’ero prima. Io gli dico che ero uguale a ora, ma lui non ci crede. Dice che lo sa che gli nascondo le cose, e lo accetta. Per ora, aggiunge. Come se si aspettasse qualcosa da me.
Come quando mi chiede di fargli vedere qualche foto. Non ce ne sono mai quando viene, gli dico che non ne ho. Ovviamente non crede neanche a questo. Tutti hanno delle foto, almeno del matrimonio, dice.
Perché vuoi vedere le foto del matrimonio?, gli chiedo allora.
Non voglio vedere le foto del tuo matrimonio, mi risponde. Dico solo che tutti hanno delle foto dei momenti importanti.
Forse non era importante allora, gli rispondo. Gli do sempre questa risposta, e lui non sa mai come replicare.
Solo una volta ha risposto che qualcosa di importante nella mia vita deve essere successo. Almeno una cosa.
Quella volta gli ho detto che doveva farsi i cazzi suoi. Solo questo, poi ho premuto play e mi sono rimessa a vedere il film.
Lo escludo, e lui ne soffre. Non me lo dice ma lo so, lo vedo da come mi guarda. Da come mi tocca. Mi sfiora appena. Come se dovessi cadere a pezzi, neanche fossi fatta di cristallo. Ma quello fragile è lui, non io. È questo il problema.
Marco, ho ripetuto a voce così bassa da non essere neanche sicura di averlo detto. Forse se si fosse svegliato in quel momento, se solo si fosse svegliato…
Ma non l’ha fatto. Mi sono avvicinata, l’ho annusato. Aveva un buon odore, come sempre.
Gli ho scostato una ciocca.
Se si fosse svegliato in quel momento gli avrei parlato di qualcosa. Di come ti chiamavi magari, di quanti anni avevi. Non so se gli avrei raccontato quello che è successo quel giorno, però almeno qualcosa, giusto qualcosina per renderlo partecipe gliel’avrei accennata. Per farlo entrare nella mia vita, non solo nel mio corpo. D’altronde voleva solo questo.
Gli ho scostato la ciocca e l’ho fissato. Dormiva col sorriso. Forse mi sognava.
Sognava me, che poco prima avevo sognato te?
Gli ho scostato la ciocca, ma avrei voluto abbracciarlo. Avrei veramente voluto piangere davanti a lui invece di stare lì, immobile, mentre fuori tuonava e grondava acqua.
Gli ho scostato la ciocca, e in quel momento, quando l’ho visto sorridere, mi sono detta che non potevo continuare a farlo venire da me per qualcosa di così poco importante.
Avrei voluto dirgli tutto. Parlare. Svuotarmi, e chiedergli di proteggermi. Di farmi sentire minuscola, io che mi mostro sempre come una montagna. Avrei voluto essere microscopica, scomparire fra le sue braccia. Sentirmi dire che va tutto bene, che le cose si superano, che niente è perduto. Che la vita ha ancora un senso nonostante tutto, nonostante tu non ci sia più.
Tu, l’unica cosa che mi ha donato felicità in quegli anni così difficili.
Tu, amore mio. Mi manchi così tanto che a volte mi chiedo se non sia stato tutto una lunghissima illusione. Forse era veramente un’altra vita. Io, te, tuo padre. Cosa è rimasto di tutto questo?
Oggi ci sono solo io.
A Marco, che dormiva accanto a me, avrei voluto dire che mi stavo innamorando. Di lui, sì. Proprio di lui, nonostante tutto.
Invece ho aperto il comodino e ho tirato fuori il pacchetto. Sono tornata in cucina, ci ho messo una vita per trovare l’accendigas, nascosto fra forchette e coltelli.
Ho tenuto in mano la sigaretta senza neanche fumarla. Ho lasciato che si consumasse. Ho lasciato che quel fumo grigio mi avvolgesse e mi scivolasse addosso, come tutto il resto.
Semplicemente fissavo fuori, in lontananza, là dove i fulmini si facevano largo fra i palazzi. Non ho pensato a niente.
A un certo punto mi è parso di sentire la tua voce nella pioggia. Forse ho detto qualcosa, non lo so.
Stavo lì, immobile, appoggiata sulla lavatrice.
Ripassavo le parole che gli avrei detto l’indomani.
Tutte le scuse che avrei usato per sbatterlo fuori dalla mia vita, lui che aveva combattuto ogni mia resistenza per entrarci.
Qualcosa tipo non sei tu, sono io. Non sono pronta, non ancora.

David Valentini
Sono nato a Roma nel 1987.
Come se non bastassero luogo e anno di nascita, ho deciso di laurearmi in filosofia morale. È chiaro che dunque ho un rapporto privilegiato con i disastri.
Chi ha letto i miei racconti mi ha detto di essersi sentito come dopo aver ascoltato Comfortably Numb durante una giornata di pioggia bevendo la più aspra delle medicine per il mal di gola.
Poi non dite che non vi avevo avvisati.

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