Non dobbiamo piangere

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Non dobbiamo piangere
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757 parole; tempo di lettura stimato: 3 minuti circa.
A illustrare il racconto, un’opera di Giulia Spinelli.

Siamo morti insieme.
Era un ragazzo giovane, aveva i capelli scuri e la barba incolta, indossava pantaloni e maglietta nera: mi guardava come se avesse perso qualcosa d’importante.
Era immobile, le spalle curve in avanti, sembrava quasi mi volesse abbracciare, ma sapevo che non si sarebbe mosso per nessun motivo al mondo.
Ricordavo di averlo amato, una sensazione pesante, carica di malinconia.
I minuti trascorrevano lenti.
Non dobbiamo piangere, disse lui, sfiorando la gamba con la mano.
Non dobbiamo piangere, gli feci eco.
Era più alto e mi guardava dall’alto in basso. Respiravo lentamente, per tenere fermi i pensieri. Il sudore mi colava sulla fronte.
Piangere non serve a niente. Dissi.
Annuì serio, lentamente. Mosse il braccio verso di me, aprì il palmo della mano e mi mostrò una cicatrice.
Come te la sei fatta? Gli chiesi.
Ho aggiustato macchine per lungo tempo. Da quando non ci parliamo ho ricominciato a lavorare.
Il lavoro cura il corpo e spegne la mente, continuai: Sei più andato a scuola?
No. La scuola non serve a niente.
La scuola non serve a niente, gli feci eco, di nuovo.
Il tempo si era spezzato sopra di noi. Feci un sorriso, appena un accenno. I passanti erano pochi, la città silenziosa.
È passato molto tempo da quando ci siamo lasciati. Nessuno di noi due ha mai dimenticato l’altro.
Cosa hai fatto in questo tempo? Mi chiede.
Ho costruito una chiave per tutte le stanze in cui mia madre non mi lasciava entrare. Mi ha costretto a fare dei lavori per lei, altrimenti mi lasciava fuori casa a dormire.
A casa di mia madre è impossibile lavarsi. Quando eravamo insieme ci lavavamo tutti i giorni, ricordi? Ho smesso di pensarci. A casa di mia madre non c’è l’acqua calda, non c’è dentifricio né sapone per il bucato. In cucina è tutto sporco, il fornello nero di grasso. Quando sono tornato a casa non avevo voglia di mangiare. Ricordavo il tuo profumo, ogni giorno. Poi ho smesso di farci caso, dice lui.
Mi fissa immobile. Non ricordo il calore della sua pelle sulla mia. Quando se n’è andato mi ha detto che io sarei sempre stata la persona più importante della sua vita. Non puoi dire una cosa del genere se hai ancora un’intera vita davanti.
Mia madre ha venduto tutto quello che avevo. Non potevo parlare, altrimenti mi picchiava con uno strofinaccio. Nascondeva le coperte in soffitta per farmi dormire al freddo. Mi chiamava figlia di puttana, ma io volevo abituarmi alle parole che feriscono. Allora uscivo di casa vestita di niente, e le persone mi insultavano. Tornavo a casa e ripetevo quelle parole nella mente. Gli occhi continuavano a riempirsi di lacrime. Allora ripetevo amore mio, amore mio, come quando eravamo a letto stretti, insieme. Con il tempo quelle parole hanno perso di significato, e io ho smesso di soffrire.
Non si mosse. Mi guardava, ma io sapevo che stava pensando ad altro. Ci muovemmo verso una panchina, ci sedemmo a due palmi di distanza. Sentii un odore forte arrivare dalla sua maglietta. Avevamo passato insieme dodici anni della nostra vita e ora il ricordo di quello che c’era stato era piano piano scomparso. Vivevamo in un mondo solo nostro e nessuno ci aveva preparato alla vita. Passavamo un sacco di tempo nascosti sotto il letto e cercavamo di non farci vedere da nessuno. Quando restavamo soli in casa studiavamo, oppure ci mettevamo a scrivere e ognuno correggeva la storia dell’altro. Lui leggeva ad alta voce e io l’ascoltavo con attenzione: quando aveva finito elencavo tutti gli errori e tutte le frasi sbagliate. Poi io leggevo la mia storia e lui faceva lo stesso. Nascondevamo quello che scrivevamo sotto il materasso, perché nessuno doveva sapere quello che stavamo facendo. Poi ci mettevamo a dormire e se mia madre non ci voleva dare da mangiare dormivamo fino alla mattina. Mia madre non ci cacciava perché le facevamo pena, e questa cosa ci faceva stare male. Quando usciva presto per andare al lavoro noi uscivamo a fare l’elemosina, così avremmo smesso di avere paura di fare pena. Facevamo colazione fuori, poi tornavamo a casa e facevamo l’amore.
Credevamo in Dio.
Io non ho più fede in Dio, disse lui.
Neanche io, risposi.
Amarsi è come avere fede in Dio. Io avevo fede in Dio, ma ora non ce l’ho più.
Non ho più fede in Dio. Per questo non credo più in nulla. Avevo fede in Dio perché avevo fede in te, che eri il mio mondo. Ma ora non credo più in nulla.

Alessandra Perna
Il basso e le urla della band punk rock romana dei Luminal.Tra i gruppi più potenti e rumorosi della scena indipendente italiana, i Luminal hanno all’attivo, in dieci anni di carriera, quattro album in studio, due EP e centinaia di concerti in giro per Italia ed Europa.
Autrice di interviste per “Impatto Sonoro”, scrive una rubrica su “Jaymag”.
“Non farti fregare”, edito da Habanero Edizioni, è il suo primo libro.

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