Oceano

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Oceano
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Lo chiamarono Oceano perché, quando lo trovarono, la nave era già un minuscolo puntino nell’immenso blu.

Si era nascosto in cambusa prima che mollassero gli ormeggi e lì era rimasto finché Luís, il cuoco, non l’aveva pizzicato ad addentare una forma di pane indurito, dalla dispensa.
Oceano poteva avere dieci come tredici anni. Era secco come un fuscello, con un cesto di paglia capovolto per capelli; le efelidi lo facevano sembrare sempre sporco di polvere mentre i denti si ostinavano a sfoggiare un lucore marmoreo nonostante si guardasse bene dal lavarli, come è costume di ogni pirata che si rispetti.
Da quando così fu battezzato, Oceano non pronunciò mai una parola.
Appena rivide la luce, sgusciò fra le gambe dei marinai raccolti sul ponte di coperta e, con un balzo, si aggrappò alle sartie. Più che un pirata sembrava una scimmia: volteggiava con la semplicità di chi era nato per farlo; consumava la scalata affamato della vetta e quando si ritrovò sulla cima dell’albero maestro, dedicò qualche secondo a osservare quell’infinito con cui condivideva il nome.
Il capitano scoppiò a ridere: Francis, il suo pappagallo, ci aveva lasciato le penne nell’ultimo arrembaggio – trafitto da una lama di Borgogna, pace all’anima sua – e un nuovo animaletto era proprio quello che serviva a risanare l’umore.
In qualità di mozzo, Oceano galoppava avanti e indietro lungo i ponti della nave, tirandoli a lucido, rammendava le vele della vecchia Elizabeth – caravella capace di portare con eleganza le sue rughe, come sanno fare le belle signore –, teneva a José, il nostromo, gli ami e le esche quando pescava, al tramonto, con le gambe sporgenti quasi a sfiorare il bompresso e schivava i coltelli da cucina che Luís non esitava a tirargli dietro a ogni tentato sabotaggio delle provviste.
Se il mare era tranquillo, il capitano teneva quel ragazzino accanto a sé: governando il timone, gli raccontava delle scorribande notturne nei paesini costieri, di quanto fosse soffice la pelle delle puttane di Tortuga e di come scendesse ruvido nella gola il rum servito in quelle bettole. Amava poi rievocare la schermaglia con Drake per il forziere nascosto nella baia dei diamanti neri: puntualmente dava corpo alla narrazione risvoltando i polsi della camicia abbastanza da mostrare fiero le cicatrici lasciate dalla sciabola del rivale.
«Lama di vento ma cervello di piombo, quel Drake.» Furono decine le volte che Oceano lo sentì ripetere: il capitano chiosava sempre la stessa formula, giunto all’acme del racconto: «Lama di vento ma cervello di piombo, quel Drake.» Concludendo poi con un sorriso giallastro distinto dallo sfarfallio di una gemma incastonata nell’incisivo; forse l’ultimo testimone del duello della baia dei diamanti neri.
A incantare Oceano più di ogni altra cosa, però, non erano né i mille espedienti architettati durante le scorribande, né le lussurie di Tortuga, né il castone luccicante del capitano ma piuttosto le manovre, rapide e puntuali, che amministravano il timone: Elizabeth solcava le onde mansueta e il segreto per comunicare con lei era custodito in quella piccola giostra di legno.
Dalla bocca del ragazzo non usciva un singolo fiato. Ogni membro dell’equipaggio tentò di estorcerli una parola: Pinto, il cartografo, gli chiese da dove venisse o se sapesse fare di conto – se non fosse diventato pirata a dieci anni, Pinto sarebbe stato un grande astronomo –, Pontórmo, l’italiano, se fosse orfano o se avesse mai conosciuto una donna, in particolare una donna dal crine rosso – Pontórmo capitolava davanti al pelo fulvo – Jorge, l’armaiolo, gli puntò in fronte una pistola a canna singola: «Parla, ragazzo. Ora.»
Gli esplose vicino anche un colpo a vuoto, in prossimità dell’orecchio, per intimidirlo, ma niente. Oceano non aveva parole. Le aveva lasciate tutte a terra, prima di partire. Le parole reggono le città, muovono gli eserciti negli altipiani, direzionano le carovane lungo i sentieri, radunano i banditi per le foreste; le parole si sedimentano negli uomini, si accatastano dentro, nell’animo, e diventano zavorra. Forse Oceano qualche parola l’aveva pronunciata sulla terraferma ma che significato poteva avere, adesso? Adesso che aveva sradicato le radici come si disincaglia un’ancora; adesso che le uniche terre che sentiva nominare erano quelle di passaggio; adesso che era diventato pirata.
Allora, quando Oceano desiderava parlare, stringeva la giacca al capitano; questo, un omone saldo come uno scoglio, che figli non era mai riuscito ad averli, nemmeno dalla sua Genève, la più riottosa e la più tenera delle puttane di Tortuga, si asciugava goffamente qualche lacrima, piccola piccola, levava il cappello con sopra impresso il Jolly Roger e lo premeva sulla testa del mozzo impertinente, poi sollevava quel fuscello coperto da un cesto di paglia e gli posava le mani minute sul timone.
Nascevano, così, conversazioni silenziose: Elizabeth rispondeva a Oceano veleggiando fiera contro l’orizzonte e la coppia si faceva un minuscolo – disperso, felice – puntino nell’immenso blu.

– A illustrare il racconto, Cobalt Blue Ocean di Jan Matson

Iago Menichetti
Nato a Pisa in un’ordinaria giornata d’agosto dell’89.
Trascorro buona parte del mio tempo a rispondere alla domanda «Ma ti chiami davvero Iago»?
Ciò che ne rimane lo dedico a scrivere e fumare sigari toscani.
Comunque sì: mi chiamo davvero Iago.

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