Onirica

Pubblicato il Pubblicato in Piatti Unici, Surreale
We Used To Live There di Frank Moth
Piaciuto il racconto? Scaricalo, è gratis

PDF MOBI EPUB

1.968 parole; tempo di lettura stimato: 10 minuti circa
A illustrare il racconto, un’opera di Frank Moth

C’era un uomo, uno scrittore.
Languido, traballante sui talloni, con giacca e panciotto di tweed; non fuma la pipa, ma ha un vizio per il tè agli agrumi. Ha confezionato un racconto per quella rivista che ha il nome di una macchina, un nome rassicurante che sa di pasta rosa, ma il racconto non è piaciuto. Lo Scrittore se n’è accorto: le sue parole non sanguinano. Non c’è sangue nelle sue parole, le sue parole sono la muraglia dietro cui si nasconde, sospettoso quasi andasse alla guerra, sospettoso della vita che imita l’arte e dell’arte che non soppianta la vita. Dietro quella cinta assemblata a metafore e similitudini ha preso dimora qualche anno prima: la letteratura per lo Scrittore è roveto, il roveto che si erge attorno – solo gli eletti hanno il passo. Ha naso aquilino, pochissimo mento – così può accostare agli occhi foglio e libro – e  l’aria sparviera di chi accatasta latinismi come mattoni per fare fondamenta e poi casa. Ma niente sangue sulla carta, né dentro al lettore. Sogna di servire la letteratura sin da ragazzino, da quando si accorse di essere venuto solo al mondo e si confinò nei libri anche per aver compagnia, e, dato che – così gli dicono – chi scrive ha bisogno di sangue, vende l’anima al diavolo e stringe un patto: se il suo cuore è asciutto, allora esprimerà un desiderio, chiederà favori per il sangue tra le parole e smetterà di darsi arie da incolonnatore. Perciò quella notte depone il terzo paio di occhiali sul comodino, perché non accumula latinismi soltanto, e strofinando le sopracciglia orsine e il naso beccuto – quanta zoologia in un unico uomo! – sul cuscino dove respira il suo odore, dove se ne bea e si riconosce, come un animale intanato, chiude gli occhi e prega, chi neppure lo sa, che gli insegnino l’emozione.
Ed ecco cosa gli accade.

Per prima fu una melograna.
Lo Scrittore è seduto in una cucina e il frutto gli viene inciso di netto, davanti agli occhi, impotente, in un piatto. Punta del coltello nel collo maturato dal sole, e la melagrana è rovesciata su un fianco: sanguina riversa mentre la lama ne percorre il contorno e la apre, la spacca. Il suo orribile interno è esposto alla cruda luce neon come in una sala d’anatomia. Allo Scrittore sale la nausea e, nelle budella del frutto violato – da chi? Non vede il volto del macellaio, solo mani maculate di vecchio – riconosce l’identica concavità umorosa e carnulenta delle vulve. Lo Scrittore raddrizza gli occhiali perdendo il sangue dal volto, incapace malgrado lo schifo – malgrado, soprattutto, sia umiliante per un uomo di ragione raccapricciarsi delle viscere di un frutto – a distogliere gli occhi. Sconcertato insiste a fissare, sconcertato da come la melagrana sanguini venendo tagliata e dal trovarsela esposta così sotto agli occhi, con i grani affogati nel liquido leggero e rosso che ha imbrattato la tovaglia – un brutto straccio con fiori tondi come occhi, grossolani. Raccapricciato – ecco che viene introdotto al disgusto, all’orrore, non ha cuore di scavare nel ventre bulboso e nutrirsene. Tutto è così pieno di semi…
Allora, soltanto, si accorge che, nella vita, non si è mai mosso: che il corpo, sempre frontale, bizantino, composto, non è mai stato increspato dal raccapriccio. Si sbalordisce una volta in più, e adesso, con la nausea che gli ha mutato la bocca una pozza di bava, si toglie gli occhiali, e la vista e, di più, si copre il volto per negarsi a quel grembo sfatto e deposto nel guazzo dei suoi umori. Tale è lo schifo che dimentica: questa bellezza rossa, nauseabonda, è il realizzarsi del suo desiderio. Farnetica, febbricitante, sudato, e chiama l’orrore che ha riconosciuto. Proprio mentre lo stomaco si torce e gli sale un conato ecco: si sveglia.

Lo Scrittore non fa in tempo a rimettere, a rimettersi gli occhiali o a disfarsi del sonno e dell’esperimento che così poco gli sta piacendo, che eccolo precipitare nel secondo sogno.
Toni più lievi: tra le nebbie della miopia intuisce verde di campi e biondo di stoppie, un mazzolino di pini, pigne perdute nei fossi. È una campagna domestica: l’innocuo fondale di un teatrino dipinto. Lo Scrittore si rimette gli occhiali e, ancora ferito, barcolla – tale è l’andatura dei sognatori – verso l’unico edificio che fiammeggi sull’orizzonte: se deve conoscere, imparare una nuova emozione, tanto vale affrettarsi malgrado l’orrore. È una scuola materna: bambini e genitori. Un adulto si tiene discosto, un adulto che indossa un cappotto marrone: la sua è la bimba dolce, bianca, dalla chioma di cornacchietta, a cui i suoi occhi sono andati sin dall’inizio. Lo Scrittore osserva tutto – non sa di dove può venirgli la seconda lezione – vagamente intenerito: sente, ancora, torpidamente. Il padre e la piccola figlia distribuiscono inviti di compleanno: la Scura – Lo Scrittore l’ha ribattezzata: gli pare nomignolo a sufficienza fiabesco – si avvicina con timore alle altre bambine, quasi potessero morderla, negandosi l’emozione. Tra poco sarà il suo compleanno e vuole fare amicizia. Allo Scrittore non è mai capitato di essere sveglio in un sogno: disorientato si scopre, appena un battito d’occhi, in una cameretta. Un armadio legnoso, una tenda al posto del letto, giocattoli e, affissi alle pareti, pupazzi-spauracchio di paglia, com’era in uso una volta; in ultimo, la Scura al centro della tenda, padrona del suo mondicino. Ha il fatidico cappelletto appuntito dei genetliaci, ma gioca da sola. Ed ecco che lo Scrittore è arrabbiato. È un uomo di pensiero, umanizzato dalla ragione, e ha in odio gli eccessi: è presto fatto, il suo insegnamento. Formiche, formiche gli percorrono i capelli e la testa. È così arrabbiato che come un orco prenderebbe le bambine e ne farebbe poltiglia, perché quella delusione di cui è spettatore è la sua, è cose che aveva scordato. Ricorda la desolazione del suo quinto compleanno, il rifiuto di quei bambini che non amavano leggere – e non amavano lui che leggeva – che non chiedevano a lui, in prestito, il pennarello giallo e, prima ancora di voler abbracciare quell’altra esiliata, di sentire le mani che gli bruciano, dal centro del palmo fin sulle nocche – un’altra emozione, a sorpresa un’emozione nuova: la compassione – ricorda e si infuria. Gli lacrimano gli occhi così tanto che piange adesso tutti i suoi anni, di reietto, per cosa, poi? –, che mentalmente condanna ed esecra tutti i bambini del mondo che appena imbastiti, appena esseri umani, rivelano già le falle degli adulti. Così arrabbiato è che si strozza la gola con mani ad artiglio per non gridare, per non piangere anche la bambina a cui è toccata la sua medesima sorte.

Si accorge di sognare una terza volta in un campo nebbioso: una nebbia umida gli si incolla alle ossa e lo nausea, di nuovo. Calura autunnale e malsana. Cosa starà facendo la bambina? Pioviggina, a poco a poco, e l’erba verde è intrisa di acqua. Può darsi che lo Scrittore sia ancora arrabbiato e infatti, nello stillicidio bagnato, i mocassini – perché sta camminando – si infradiciano e ciafciaf ed è lui a fare ciafciaf. Il terzo sogno ha la doppiezza della palude. Adesso tutto è acquitrino; lo Scrittore sgrana le sopracciglia scure, tutto in lui è inchiostrino, irsuto, e esibendo i mattoncini, stavolta dei suoi bianchissimi denti, scopre la creatura che, ciafciaf, sta seduta, come una Ninfa, su un masso occluso a borragine, e si pettina con le dita, i capelli. Dita bianche, si tuffano tra i fili come sulle corde di un’arpa: scompaiono, appaiono; fanno, disfano. È uno Scrittore facilissimo all’amore – non c’era bisogno di insegnarglielo – e apprende quest’ultima emozione con estrema facilità: si innamora per diletto almeno due volte al giorno, quasi lo fa di mestiere; di certo lo fa per diporto. Affatato dai capelli rossi, dimentica all’istante la bisnonna reazionaria e sessualmente emancipata di cui si è tenuto infatuato: una bizzarra liason che lo ha spinto a cercar in ogni donna tracce della brunetta dalle sopracciglia foltissime – non meno delle sue – che ha conosciuto in fotografia e per bocca d’altri. Ma adesso ecco: il cuore gli rintrona nelle orecchie, gli si secca la lingua, tanto ella sembra messa lì a suo desiderio. Nel frattempo, come in uno sceneggiato a costume, la sconosciuta gli porge la mano – che bacia congentilezza casta – e gli parla con la voce piumata e perbene di una educanda. Lo Scrittore sa, adesso, che è la fanciulla dei suoi sogni – è anche vestita d’azzurro: tutto l’accontenta. L’amore ideale finalmente lo premia: mentre il cuore trabocca, farfugliando – ha voce sgradevole verso cui è parsimonioso – la chiede in sposa. E si sposano davvero – basta un frullo di palpebre – lui e la sconosciuta di cui non dovrebbe fidarsi; ma chi, se non lui, si fiderebbe di una donna scoperta su un sasso, alla mercé dei passanti? Eppure si fida e, mentre è così felice che non osa piangere, è certo che avranno tanti figli quanti ne ha sempre voluti; è sicuro che saranno felici perché è impossibile che la graziosa rinvenuta tra i fiori, che sembra fatta d’acqua tanto, eccetto i capelli, è bianca e azzurra, e come di porcellana o di vetro, non sia lieta con un sentimentale. Già si frega le mani pensando a come ricoprirla di pietre preziose. Ma la lezione da impartirgli aveva poco a che fare con l’amore, ed ecco che durante il banchetto nuziale la sua sposa è svogliata: tutto il lusso di cui lo Scrittore l’ha ammantata, servito a meraviglia dalla faciloneria dei sogni, a poco serve. Suo marito, devoto, che stavolta non vuole svegliarsi, è confuso, disorientato: non chiederebbe che di vederla toccar cibo, ma la Ninfa non mangia, non si contamina col cibo dei vivi. Forse ha sedotto uno spirito. Esasperato quasi le spinge in bocca un chicco di melograno che si è ritrovato tra le dita, che riconosce e lascia cadere nuovamente preso dallo schifo, dalla paura, dalla rabbia. Non è più padrone di sé, adesso che veramente conosce l’amore nell’accrocchio di terrori che regge. Ma non è solo questo che deve imparare: la sposa azzurra lo tradirà – lo vede come con gli occhi, benché non stia accadendo: sorriderà laida, cagna, a chiunque – facendo ninnolo del suo cuore devoto. È giusto, affinché ricordi la desolazione dell’abbandono, la frustrazione, affinché smascheri l’inganno costituito dalla vita, contro cui tutto può la letteratura.
Qual è la sua lezione di adesso? La disillusione.

Avevo tutto quello che volevo!
Biascica tramortito, pestando i piedi come un bambino deluso dai regali natalizi, proprio mentre la sua aerea sposa sbadiglia e accoglie la rosa offerta da un altro.
Tutto quello che volevo! Continua a ripetere, mentre si sveglia.

Lo Scrittore spalanca gli occhi.
Allucinato da tutti quei sogni, è restituito al suo letto, al suo comodino di libri e occhiali, più uomo, più disperato e consapevole della sua condizione. Troppa vita. Ha conosciuto lo schifo, l’orrore, la delusione e tanto altro che potrebbe imbastire una recherche personalissima, inondando lettori prossimi e futuri di tutto il sangue della storia; ma non è contento. Per qualche giorno si trascina fra i suoi simili come una bestia inseguita e sanguinante, diffidando di tutto come mai gli è successo: in ogni sorriso, anche nei più cari, può celarsi un coltello: è già stanco di sentire – ha sentito troppo – ed è esaurito e consunto come uno stoppino bruciato. Sopportar tutte quelle emozioni non può: la nausea del sangue di frutto, la compassione e la disillusione lo faranno, forse, vivere meglio? E cosa può la sua scrittura adesso che è così claudicante, adesso che si è immerso nella turpitudine contro quella massa d’orrore e volgarità che è, poi, la vita? Capisce che il sangue non è necessario, quando si fa dell’arte: che almeno l’arte, perfetta, deve esser risparmiata dalle macchie del reale, che da vivere si ha già la vita cancro-regina: l’unica elegia che le si addica è uno schifato, reticente silenzio.

Simona Friuli
“Ma, fratelli, questo mordersi le unghie dei piedi sul qual è la causa della cattiveria mi fa solo venir voglia di gufare. Non si chiedono mica qual è la causa della bontà, e allora perché il contrario? Se i martiri sono buoni è perché così gli piace, io non interferirei mai coi loro gusti, e così dovrebbe essere per l’altra parte. E io patrocinavo per l’altra parte. In più, la cattiveria viene dall’IO, dal TE, o dal ME, e da quel che siamo, è stato fatto dal vecchio Zio (o Dio) ed è il suo grande orgoglio e consolazione. Ma i NON-IO non vogliono avere il male, e cioè quelli del governo e i giudici, e le scuole non possono ammettere l’IO. E la nostra storia moderna, fratelli, non è la storia di piccoli IO coraggiosi che combattono queste grandi macchine? Parlo sul serio, fratelli, quando dico questo. Ma quello che faccio lo faccio perché mi piace farlo.”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

code