Il pane di Monreale, #2

Pubblicato il Pubblicato in Chef per un giorno, Realista
Libro Cuore illustrazione originale
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1877 parole; tempo di lettura stimato: 9 minuti circa

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Stamattina la piazza di Monreale è più bella del solito. Il cielo è di un azzurro carico, di quelli che si vedono solo nei giorni che succedono allo scirocco, e sembra intarsiato fra i merli del duomo quasi a volere richiamare i mosaici dell’interno. Ma è bella anche perché la polizia municipale è a lavoro e con tutti i mezzi coercitivi dei quali dispone è riuscita a tenerla libera dalle auto in sosta vietata. I tre vigili ai quali si deve questo miracolo sono al centro della piazza, all’ombra di una palma (le uniformi estive non sono ancora arrivate ed al sole comincia già a fare molto caldo) e guardano soddisfatti la loro opera. Lo fanno ruotando piano piano in senso orario partendo da nord (lo fanno senza accorgersene naturalmente). Davanti al circolo tutto a posto (si vede attraverso i vetri un abbattuto Professore Benna… chissà che gli è capitato). Rotazione di 90°. Davanti al porticato nessuna auto in sosta (esclusi naturalmente i carretti dei venditori di souvenir e di cartoline). Rotazione di 90°. La zona a sud della piazza è car free (il più giovane dei tre vigili sta facendo un corso d’inglese e lo fa pesare ai colleghi). Rotazione di 90°… orrore. Davanti al panificio dei fratelli Mangiaforno (quando si dice un nome una garanzia) venti secondi prima dell’ultima rotazione è arrivato e ha posteggiato di traverso, ad occupare buona parte della carreggiata, il Cavaliere Spinnato, classe 1919, ex impiegato delle poste. Il cavaliere è quello che si dice un furetto e nonostante la sua età nei venti secondi che hanno preceduto l’ultima rotazione è riuscito ad abbandonare la sua Lancia Fulvia in posizione quantomeno discutibile e certamente in divieto di sosta e ad entrare nel panificio. I tre si guardano demoralizzati, poi lo sguardo dei due più anziani si posa inequivocabilmente sul più giovane che capisce in un colpo solo:

A) che è brutto essere il più giovane;

B) che forse è meglio che la smetta di darsi arie con questa storia dell’inglese;

C) che toccherà a lui combattere con il Cavaliere Spinnato.

Con passo spedito attraversa la piazza, guarda da entrambe le parti prima di attraversare la strada (in realtà è a senso unico ma ogni vigile siciliano sa che questo non è un dato significativo per gli automobilisti isolani) e infine raggiunge corricchiando l’ingresso del negozio. All’interno c’è la tipica confusione che precede il pranzo, ognuno sa esattamente quello che vuole e la transazione non è mai facile e spesso neanche serena. Il Cavaliere Spinnato è già in prima fila, anche se da quando è entrato non è stato ancora servito nessuno, e pretende di essere servito subito. Giustifica la pretesa dicendo ad alta voce, proprio quando il vigile lo ha identificato e comincia a muoversi verso di lui, che aspetta da mezz’ora e ha la macchina in divieto di sosta dove da un momento all’altro quei “cornuti” dei vigili possono fargli la contravvenzione. Le ultime parole non si sono ancora spente, in uno di quei silenzi che si realizzano quando il destino decide che una persona deve finire nei guai, che già il Cavaliere Spinnato trotterella fuori dal negozio trascinato per la collottola dal giovane vigile inferocito. Lo porta fuori, dove intanto sono arrivati anche gli altri due colleghi, e cominciano cinque minuti buoni di quelli in cui quattro uomini siciliani, dei quali tre seriamente incazzati, parlano senza darsi pena di quello che stanno dicendo gli altri e tendendo ad alzare sempre di più il tono della voce. Comincia naturalmente a raccogliersi attorno un capannello di persone. Arrivano le prime proferte di “lasciare perdere e prendersi un caffè” ma il giovane che ha una moglie e molti cattivi pensieri non intende soprassedere su quanto detto dal Cavaliere. Naturalmente però non può fare capire di essersela presa per l’epiteto del vecchietto e mette la cosa sul piano del codice stradale. «Cavaliere Spinnato, a prescindere dal fatto che alla sua età non dovrebbero più farle guidare neanche la sedia a rotelle, ma è mai possibile che con quel catafalco che si ritrova doveva venire a parcheggiare proprio al centro della Piazza?» anche in questo caso si tratta di una domanda retorica tant’è vero che il vigile, senza aspettare risposta, continua «“anche perché vorrei sapere proprio che cosa è venuto a fare lei in quel negozio visto come passa le sue notti.» Il pubblico composto per la maggior parte dai clienti del panificio che si è assiepato attorno e che viene per lo più da Palermo non capisce, i pochi monrealesi presenti che sanno a cosa il vigile alluda inorridiscono. Il Cavaliere Spinnato si accende in viso, comincia a balbettare, poi gli esce un breve grido strozzato. Lo devono prendere al volo prima che cada per terra, gli portano una sedia ed un bicchiere d’acqua. Il vigile giovane sta imbarazzato in un angolo mentre i due colleghi anziani lo guardano male come a dirgli “altro che parlare inglese, faresti bene a parlare meno anche in italiano”. Il Cavaliere Spinnato si asciuga il sudore con un enorme fazzoletto sgualcito che ha tirato fuori dalla giacca, ringrazia a destra e sinistra e poi guardando il giovane con sguardo biblico gli dice «da questo momento io e tu pane assieme non ne facciamo più.»

In un pomeriggio così è logico che il belvedere dietro al duomo sia pieno di ragazzi che già assaporano i primi bocconi d’estate. Nonostante tutto Biagio ed Enza non sembrano accorgersi della confusione che li circonda. Occupano una delle poche panchine della villa e nonostante resti spazio a sufficienza per almeno un altro paio di persone nessuno osa avvicinarsi per rispetto della loro condizione di giovani innamorati in lite. Biagio ed Enza infatti stanno litigando per l’esattezza da cinque ore e quindici minuti da quando cioè uscendo dal liceo scientifico nel quale frequentano la quinta classe (sono compagni di Roversi e per la verità anche a loro sta un po’ sulle scatole) Enza ha lanciato, causando rilevanti danni, un sorriso, a dire di Biagio provocante e provocatorio e a dire di Enza amichevole ed innocente, verso il giovane vigile che controlla la piazza davanti al Duomo. La natura e le conseguenze del gesto li tiene appunto impegnati in una discussione che dura da cinque ore e un quarto e che ha avuto più o meno il seguente andamento:

Dalle 13,30 alle 14,00 – poderosa ed ininterrotta cazziata di Biagio infarcita di cattiverie, rivendicazioni, dietrologie e sospetti a scatole cinesi con Enza dall’altra parte balbettante prima, silenziosa poi e furente verso la fine dei trenta minuti quando ha ormai raggiunto il giusto punto di cottura.

Dalle 14,00 alle 15,00 – poderosa ed ininterrotta cazziata di risposta di Enza infarcita di cattiverie, rivendicazioni, dietrologie e frasi che hanno come unica finalità quella di ridicolizzare i sospetti di Biagio e di farlo sentire un verme. Biagio si sente un verme e comincia anche ad assomigliargli sempre più mentre si contorce sulla panchina.

Dalle 15,00 alle 15,30 – l’ultima frase di Enza si conclude con un sospiro da iperventilazione che apre ad un pianto accorato e dirotto che produce in Biagio ulteriori sensi di colpa.

Dalle 15,30 alle 16,30 – carezze alle quali Enza prima si sottrae, poi si abbandona, poi ci ripensa e si sottrae di nuovo, poi quando sta per riabbandonarsi ci ripensa Biagio e si sottrae lui, poi finalmente si abbandonano tutti e due.

Dalle 16,30 alle 18,00 – novanta minuti di mutismo totale da parte di Biagio che si è accorto che mentre si abbracciavano Enza ha dato una lunga ed accurata guardata ad un fustacchione appoggiato alla ringhiera del belvedere. Lei continua a questo punto ad intervalli di tre minuti a chiedergli che c’è, pur sapendolo benissimo, mentre lui chiuso a riccio sa che se questa volta parla il Duomo se la vede brutta. Ma Enza non demorde e al trentesimo «che hai adesso che non parli» a Biagio salta il tappo.

Dalle 18,00 alle 18,30 – trenta minuti durante i quali Biagio mette tutto in tavola, a partire dalla brutta educazione che Enza ha ricevuto dai suoi genitori, a continuare con le sue cattive frequentazioni, a finire con tutte le volte che lui non ha guardato una bella ragazza per non fare arrabbiare lei (solo a questo punto e con la vocina piccola piccola Enza interviene dicendo «e come fai a dire che era bella se non l’hai guardata?»).

Dalle 18,30 alle 18,45 – sono gli ultimi minuti, quelli passati in silenzio, con gli occhi bassi, indecisi se mettersi a ridere oppure dirla proprio grossa e finirla per sempre.

Biagio dei due è certamente il più debole (quello che ama di più direbbe qualcuno), infatti è sempre quello che per primo rompe il silenzio, cerca ragioni, spera in parole, rischia di dire la cosa sbagliata. Ma questa volta è stanco e sono più di cinque ore che litigano e ha tanta amarezza dentro. Alza gli occhi e nonostante si accorga subito che anche lei lo fissa da un po’ riesce con fatica a mettere assieme uno sguardo quasi biblico e le dice: «da oggi abbiamo smesso di fare pane assieme.»

La notte è scesa su Monreale. Per un lungo momento è sembrato che la sera non volesse finire più, dilungandosi in un endless blue (è esattamente ciò che ha pensato il giovane vigile prima di rientrare a casa). Ma poi sono apparse le prime stelle in cielo e l’azzurro è affogato in questo velluto nero che copre adesso la città e quel che rimane della Conca d’Oro. A Monreale restano solo i monrealesi, chiusi nelle loro case, con il loro segreto e il loro compito al quale adempire.

Roversi (che si chiama anche Francesco) sta chiudendo dietro di sé la botola che si trova nella sua camera, da un’ultima occhiata in giro per vedere se ha dimenticato niente e poi si immerge nel ventre della città. Il Professore Benna è già arrivato e sta arrotolandosi le maniche della camicia. Il giovane vigile è già a lavoro al grande tavolo, a sinistra c’è la moglie che ogni tanto guarda con grande tenerezza, a destra il cavaliere Spinnato con il suo bel grembiule bianco, che lo ha già perdonato e con un sorriso adesso gli porge una brocca con l’acqua calda. Biagio aveva quasi deciso di non scendere ma poi il richiamo della grande “missione” è stato più forte e adesso guarda da lontano la sua Enza che di nascosto sta preparando qualcosa.

Adesso tutta Monreale è arrivata, tutti si sono ritrovati per condividere il grande segreto: ancora una volta il panificio che occupa per intero il sottosuolo della città può entrare in funzione per produrre tutto il pane del quale gli uomini che ne sanno riconoscere le virtù necessitano per impastare assieme le vite della gente, per ricomporre nella magia dell’acqua, della farina e del lievito, le nostre miserie di ogni giorno. Adesso Enza e davanti a Biagio e stringe fra le mani una pagnotta bianca, ancora cruda, a forma di cuore. Biagio sa che quando verrà infornata crescerà molto e diverrà deliziosa. Il Professore Benna si è avvicinato a Francesco e per un po’ è rimasto in silenzio a guardarlo mentre impasta. Poi con tono allegro ha detto «visto che con la crusca siamo messi male almeno aggiungici un po’ di cimino a quella pagnotta.» Francesco ha riso.

– A corredo del racconto, un’illustrazione originale tratta da Cuore di Edmondo De Amicis
Francesco Picciotto
Francesco Picciotto a Palermo nel 1963. Poi scompare lungamente dalla scena pubblica. Ci pensa un sacco prima di fare il boy scout. Ci pensa un sacco prima di iscriversi alla Facoltà di Agraria. Ci pensa un sacco prima di accettare di diventare il “secondo Presidente” dell’Associazione Naturalistica Nisida. Ci pensa un sacco prima di lasciare Nisida e darsi anima e corpo all’Educazione alla Terra. Ci pensa un sacco prima di decidersi ad andare in Tanzania per capire se un nuovo tipo di cooperazione è possibile. Ci pensa un sacco prima di riprodursi e convolare a giuste nozze (in questo ordine). In somma… ci pensa sempre un sacco e a forza di pensarci ha finito per passare tutta la vita all’interno dello strano mondo dell’associazionismo siciliano e nazionale. Se lo incrociate per strada potreste sentirlo borbottare fra sé e sé: “la persona che stimo di più oggi? La mia associazione!”
Scrive “ad ora incerta”.

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