Piazze

Pubblicato il Pubblicato in Chef per un giorno, Piatti Unici, Realismo magico, Surreale
Piazze - Nubius Dee
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1.218 parole; tempo di lettura stimato: 6 minuti circa
A illustrare il racconto, un’opera di Franz Falckenhaus

Attraversava la piazza deserta, Meridia, e la città grondava pioggia acida dal corpo scuro, ogni poro del selciato impregnato ritmicamente del diluvio. Meridia camminava, triste Meridia, e la pioggia intensa era acida come la panna che due ore prima il messicano le aveva con mano d’artista spalmato sul seno, oh quel messicano, con le sue dita lunghe sospese sotto il lampadario arancione, chirurgo tentacolare. Meridia non sapeva decidersi: quella notte il silenzio le sgorgava dalla bocca dello stomaco o la avvolgeva dall’esterno come lo scirocco ligure delle adolescenti primavere, quando gli alberi fiorivano davvero a marzo? Strisciando tra i portici intarsiati d’edera smise di parlare con se stessa. Il silenzio le arrivò tutto a un tratto dritto ai timpani. Di sicuro non c’era in giro anima viva. Immaginò una ballerina nel bel mezzo della piazza, lieve come una piuma danzare, era rosa da capo a piedi. Ma davvero non c’era nessuno.
Il messicano aveva dita come corde di violino, scure e tese, spirito bambino, espadrillas a scacchi, color caffè, aroma di pelle di seta scura, gonfie sui calzettoni di lana spessa, bianco lercio. Meridia pensò alle zampe di un lama. Nell’insieme non era certo un bel tipo, il messicano, ma qualcosa negli occhi ne compensava la goffaggine. Sembrava buono, tutto sommato. Meridia si chiese se le piacesse o meno, ma il silenzio tornò assordante. Nessuna risposta. Sapeva solo che quel tizio scuro preparava delle ottime enchiladas. E nessuno stavolta avrebbe potuto dire il contrario, neanche Lucrezia.
Ecco, Lucrezia sì che sapeva vivere, c’era poco da fare. Lucrezia sapeva vivere davvero. D’altronde fumava con eleganza senza pari. Chi fuma così nasconde di sicuro qualche segreto alla felicità, pensava Meridia nella pioggia dritta, chi fuma così va sinuoso alla verità delle cose, ha gli occhi trasognati, se sbaglia qualcosa ci ride su. Come una Venere ballerina che danza nella sua conchiglia di un metro quadro, senza chiedere altro alla vita per essere felice.
Meridia invece non ci sapeva fare. Tra le dita dei piedi le si andavano incancrenendo schiume chimiche di città, la pioggia ne ingigantiva l’onda, cavalloni di spuma tempestosa a rifluire nei tombini. Tutto viene portato via, alla fine, anche questa parvenza di vita. Naufragare piangendo, ecco cos’è la vera rassegnazione. Smettere di pregare o pregare per la propria distruzione, ecco cos’è la verità. Meridia si fermò sotto il Portico Rosso, si impose di alzare gli occhi al cielo e invocò l’unica stella che vide al di sopra delle piogge. Lucrezia aveva mai pregato? Avrebbe mai pregato in vita sua? No, perché Lucrezia sapeva a memoria la propria parte. La recitava con dovizia di particolari, non c’era un dettaglio fuori posto nel suo stare al mondo; quando pattinava al Cavallino, d’inverno, su quella pista che sembrava un ring per cigni norvegesi, per pavoni in fregola, restavano tutti ammaliati dalla sua grazia. Aprivano le bocche a O e sospiravano. C’era persino chi le scattava qualche foto, chi la indicava sfacciatamente all’amico con l’indice ben puntato e le sopracciglia altissime sugli occhi.
Lucrezia non pregava, il fumo delle sigarette che saliva dalle sue labbra al Creatore era sufficiente per esprimere bisogni muti all’Universo. Lucrezia otteneva sempre ciò che le era necessario. Dio avrebbe potuto innamorarsi di lei vedendola appoggiata come un petalo allo stelo lungo della grondaia, pronta a schiudere la bocca al filtro delle sue MS.
Era successo una sera di qualche mese prima, già, una sera di qualche mese prima. Si erano baciate, le due amiche, anche allora pioveva dritto sul dorso scuro della città. Così, semplicemente, senza malizia: lo sbocciare di una primula tra l’eterna neve del ghiacciaio. In seguito tra loro non era più successo nulla, non se ne era neanche più parlato, ma Meridia sperava nel disgelo, invocava quel fuoco che le aveva incendiato le labbra, la punta del naso. Sperava in nuove primule tra i ghiacci. E di una cosa era certa, da sempre, Lucrezia era bellissima. Sapeva di esserlo e forse lo era per quello. Non si sarebbe mai fatta cospargere il seno di panna acida. Non da un tale con la faccia da salumiere e le mani da poeta incontrato mezz’ora prima al bar, almeno. Lucrezia sapeva stare da sola, aveva imparato a bastarsi. Quando la notte deflagrava e il polline stellare invadeva il cielo aperto, Lucrezia si sedeva sul balcone di casa e se ne stava lì, immersa nella pirotecnica esplosione di azalee in vaso di sua madre. Non muoveva un muscolo e sorrideva appena al buio. Poteva stare così anche per mezz’ora, fumando una sigaretta dietro l’altra, completamente appagata. Meridia non riusciva a mettersi a letto senza struccarsi, si sentiva in colpa, era convinta da sempre d’essere una troia. Non era in grado di stare sola con se stessa dieci minuti, senza paventare solitudini infinite nel tempo. Non riusciva a stare nuda di fronte allo specchio, la tramortiva il riflesso nero dell’anima, bile che scorre in filigrana. Meridia piaceva a tutti ma non a se stessa, la sua maledizione, e rispondeva al sentimento che l’Universo le apparecchiava attorno con frasi di circostanza. Senza accorgersene.
La notte gelava le statue immobili e sulla piazza ferma volò goffa una cicogna fradicia, sputando dalla punta nera delle penne brividi d’acqua sporca. Una freccia cinerina che disegnava la sua parabola nel temporale estivo. A Meridia venne in mente la copertina del libro di Storia dell’Arte del Liceo. Manichini e piazze desolate, il resto solo contorno che sfuma.
Accese una sigaretta, Meridia, e aspirò morbidamente dal filtro asciutto. Aveva labbra di uretano espanso, tradivano la parvenza di morbidezza non appena sfiorate. Ripensò al copriletto su cui s’era sdraiata quella sera, tanti piccoli elefantini variopinti lo percorrevano da cima a fondo, file ordinate, qualche nuvoletta indaco. Dietro le figure tutta la vacuità di un bianco accecante. Candele turchesi e lezzo di panna. Non riusciva più a ricordare con chiarezza cosa fosse successo dopo. Verso mezzanotte si era ritrovata col seno ingrassato di panna tiepida, mentre fissava un punto qualunque del soffitto aspettando che qualcosa succedesse. Guardava il messicano armeggiare su di lei, gemere, con quelle dita da ragno sfiorarla e poi prenderla con decisione ai fianchi. Le sembrava di osservarlo come da una galassia distantissima, come se universi interi li dividessero, l’astronave l’aveva abbandonata su una terra sconosciuta, ostile. In mezz’ora il funambolo scuro era venuto nel lattice, dentro di lei, ed era anche stato dolce in fondo, Le aveva persino detto che era bella, anche se la faccia da salumiere rendeva il tutto un po’ grottesco. Quand’era venuto gli si era ammorbidita la piega degli occhi in un sorriso, questo li avvicinò, ma non riuscì a sciogliere il gelo primordiale che brinava il ventre di Meridia. In due minuti era vestita. Al messicano, salumiere o meno, poeta o meno, parve un fiore che dopo un piccolo uragano si rassetta i petali. Lei si sentiva una troia e fuori diluviava, porca puttana. Prese la porta senza salutare. In un amen fu fuori.
La ballerina danzava ancora nella pioggia, era sicura di vederla anche se non c’era. Fumava e aspettava, ormai anni luce dal Messico e dai ragni. Aspettava Lucrezia nella piazza inondata, sotto il Portico Rosso. Voleva piangerle un po’ sul seno, raccontarle ancora di quanto si sentisse una comparsa nella grande farsa della vita. Magari stasera avrebbe avuto il coraggio di baciarla per prima. Chissà.

Nubius Dee
Nubius Dee, aka Davide Raimondi, cala sul pianeta Terra nel 1984. Attualmente vive a Torino, città dove si è laureato in Filosofia e ha scoperto l’uso della lavatrice e del Mocio. Nel corso degli anni collabora con alcune riviste in qualità di illustratore, fumettista e articolista, il tutto quasi sempre gratis. Spera che i posteri lo ricorderanno con un caloroso: “Visse d’arte, visse d’amore”. Adora farsi domande a cui immancabilmente non riesce a darsi una risposta, meglio se un certo numero alla volta. Per il resto, sogna, suona e scrive. E dorme. E molto anche.

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