Più o meno

Pubblicato il Pubblicato in Chef per un giorno, Piatti Unici, Surreale
Die Verwandlung - Nachan
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1344 parole; tempo di lettura stimato: 7 minuti circa

Un mattino, al risveglio da sogni inquieti, Paolo Preti si trovò trasformato in un enorme insetto.
Sdraiato nel letto sulla schiena dura come una corazza, bastava che alzasse un po’ la testa per vedersi il ventre convesso, bruniccio, tagliato da solchi arcuati; in cima al ventre la coperta, sul punto di scivolare per terra, si reggeva a malapena. Davanti agli occhi gli si agitavano le gambe, molto più numerose di prima ma di una sottigliezza desolante.
Paolo scese dal letto, girò attorno alla scrivania dello studio e si mise a sedere. Aveva concluso gli studi, non aveva lavoro, e non potendo più cominciare l’attività che l’aveva assorbito in tutti quegli anni, restava per giornate seduto immobile davanti ai libri.
Le ore passavano eppure di ozio non si poteva parlare. Qualsiasi iniziativa gli venisse in mente lo conduceva ad un nulla di fatto. Accumulava stanchezza: una stanchezza negativa.
A pranzo Paolo salì come ogni giorno le scale che conducevano al primo piano. Si sedette a tavola con i genitori e iniziò a mangiare. I genitori pranzavano in silenzio. Nel vederlo entrare in cucina il padre borbottò qualcosa, come di consueto. Le pietanze non soddisfacevano l’appetito perché di vero appetito non si poteva parlare, Paolo sentiva i sapori ma non il loro gusto.
D’altra parte, i sapori erano quel che erano, niente di diverso.
Paolo si alzò da tavola e ridiscese al piano terra. Attraversò lo studio e si mise a letto per il riposo pomeridiano. Un’ora dopo si svegliò sudato, le zampe grondanti.
Pensò di farsi una doccia; prese l’accappatoio ed entrò in bagno. Riposto l’accappatoio sulla mensola si avvicinò alla cabina. Impietrito sulla soglia, cercò di distendersi per aprire l’acqua ma una contrazione gli impedì il movimento. Tornò indietro, indossò nuovamente il maglione liso e salì le scale del primo piano.
Quando i genitori si destarono lo trovarono seduto in cucina a capotavola mentre sfogliava una rivista di enigmistica. Il padre gli chiese se ci fosse qualcosa che non andava. Paolo annuì, ma quando la madre insistette alzò quello che era rimasto delle sue spalle, scese dalla sedia e tornò nel suo studio prendendo posto nell’angolo tra il computer e la scrivania.
Respirava piano.
Mentre arrivava la sera e scendeva il buio, i rumori della strada andavano spegnendosi. Uscì dal nascondiglio e cercò le sigarette nella stanza. Trovò solo un pacchetto vuoto e si decise ad uscire. Varcata la soglia di casa, imboccò la discesa che l’avrebbe portato sul corso principale del paese. Paolo salutava ogni conoscente con un cenno ma gli altri non sembravano curarsi di lui. Superati i portici, percorse in totale solitudine le ultime centinaia di metri che lo separavano dalla tabaccheria ed entrò a capo chino nel negozio mentre le commesse lo guardavano con sguardo interrogativo. Senza proferire una parola la tabaccaia fece scorrere sul bancone un pacchetto. Paolo pagò e uscì.
Corse verso casa. Le luci della notte nell’aria bagnata illuminavano visi ed edifici, ormai poco più che ostacoli da evitare.
A cena tutto si svolse come il pranzo. Tornato tra le coperte e accesa una sigaretta, Paolo era tutt’uno con il buio. Non un pensiero; non un sussulto.
Il consumarsi della sigaretta era la misura della giornata che si andava spegnendo nel sonno.
Pasti, scrivania, letto, sigarette. Le giornate di Paolo ripetevano eventi, persone e cose nello stesso ordine. Ma nell’ordine degli eventi nulla era mutato.
Una mattina, Paolo uscì di casa per le solite commissioni; il tabaccaio fece scivolare sul bancone il pacchetto di sigarette e prese i soldi. Uscendo dal negozio Paolo vide una macchina corrergli incontro, suonare ripetutamente il clacson per poi sbandare e rimettersi in carreggiata dopo una manovra pericolosa. Restò addossato sulla parete di una casa, immobile per la paura, quando un passante gli si avvicinò. Appena si sentì toccare iniziò a correre. I suoi occhi non vedevano più persone e oggetti ma solo giochi di luce. I pensieri si mischiavano alle sensazioni e le sensazioni perdevano il loro ordine naturale. Ogni movimento del corpo seguiva l’andamento frastagliato di una partitura jazzistica.
Tornato a casa si rincantucciò tra la scrivania ed il computer.
Il padre sentì tornare Paolo, scese nello studio, lo vide così sistemato e gli chiese cosa fosse accaduto. Paolo non comprese nemmeno una delle sue parole. Ogni suono vibrava come una scossa. Iniziò ad emettere gridolini indistinti; non era cosciente di dove fosse, di chi fosse, né di cosa fosse.
Il giorno seguente il padre si avvicinò al letto del figlio per svegliarlo. Paolo non aveva ripreso piena coscienza e a stento riconosceva la figura che gli gironzolava attorno. Il padre prese un guinzaglio e delicatamente glielo strinse attorno ad un arto, gli diede un bacio sul dorso e iniziò a giocare con lui. Paolo non capiva ma, in mancanza di una buona ragione per non farlo, obbedì al padre.
Restarono in macchina, silenziosi. Dopo circa un’ora di viaggio il padre scese dall’auto e lasciò il figlio da solo. Il figlio vide la figura paterna allontanarsi per poi sparire e ricomparire più volte. Tornato da lui, il padre accese la macchina, fece qualche centinaia di metri e parcheggiò accanto ad un albero. Prese il guinzaglio e cinse ancora il braccio del figlio.
Paolo scese dalla macchina un po’ smarrito e seguì il padre fino al portone di una palazzina; sentì un suono fragoroso, il portone si aprì e allora entrarono. Dopo che ebbero percorsero una scala di marmo fino al terzo piano, trovarono un portone spalancato.
Varcata la soglia Paolo si fermò un attimo, davanti a lui c’erano una decina di suoi simili al guinzaglio.
Il padre si mise a sedere tenendo il figlio sempre al fianco.
Persona a persona i presenti nella sala d’aspetto entravano in un’altra stanza dell’appartamento per poi uscirne, attraversare la sala d’aspetto e prendere l’uscio. Dopo qualche ora fu il turno di Paolo e suo padre.
«Prego accomodatevi»
«Grazie», rispose il padre di Paolo.
L’uomo prese un fermacarte e cominciò a colpirsi ritmicamente il palmo, girando intorno a Paolo, seduto al centro della stanza. Si avvicinò per ascoltarlo meglio, gli controllò gli occhi e gli colpì il dorso con il pugno, valutandone il suono. Paolo era intimorito; quando si sentì toccare le estremità fece per scappare ma senza successo, frenato dal padre che serrava il guinzaglio.
«Mi sembra un caso tipico. Lo lavi e gli dia queste medicine due volte al giorno. Ora è più una bestia che una persona. Non faccia troppo caso a quel che fa, ma stia attento, potrebbe diventare violento.»
L’uomo si lavò le mani, guardò Paolo inorridito e disse.
«Mi dispiace Paolo, non tornerai più quello di prima. La tua vita è compromessa, ma d’altra parte ci sono tanti posti pronti ad ospitarti.»
Paolo annuì prima di ritrarre il capo.
«Bah, chissà che parlo a fare», aggiunse l’uomo scocciato.
Saldato il conto con un pugno di banconote, figlio e padre uscirono dall’appartamento e tornarono alla macchina.
Il viaggio verso casa fu tranquillo, Paolo era rintanato nel suo guscio e a malapena se ne scorgevano gli occhi; il padre non disse nulla, guardava la strada e guidava come perso.
Arrivati a casa, il padre di Paolo slacciò il guinzaglio e liberò gli arti del figlio.
Paolo corse verso il solito nascondiglio tra la scrivania e il computer. Il padre prese una brocca d’acqua ed un bicchiere, versò le medicine nel bicchiere e lo porse a Paolo.
Il figlio rimase immobile.
«Le prenderai, vero?», chiese il padre.
Lui tirò fuori il capo ed annuì. Il padre uscì dalla stanza e chiuse la porta dietro di sé.
Paolo si allontanò dal suo nascondiglio, non riusciva ad afferrare il bicchiere, riuscì però a far cadere a terra il flacone delle medicine, così lo afferrò con entrambi gli arti e ne ingurgitò il contenuto.
La morte del povero Paolo, sopraggiunta qualche ora dopo, sarebbe stata bollata il giorno seguente come suicidio.
Quali fossero le intenzioni di Paolo è inutile indagare; ma fate bene attenzione. Nel trattar di suicidio e a prescindere dalle intenzioni, quando si inizia a negare se stessi, il più è già fatto.

– A illustrare il racconto, Die Verwandlung di  Nachan
Andrea Bucci
Nato nel 1986, abito a Castel Frentano, ridente località abruzzese.
Ho studiato Filosofia prima a Pisa poi a L’Aquila. Scrivo per la pagina di Filosofia della mente della rivista Brainfactor di Marco Mozzoni. Collaboro con Rivista Letteraria di Alberto Motta e I fiori del male di Antonio Coppola.
Mi interesso di logica e d’altre sciocchezze.

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