A non capire il jazz
Le donne odiavano il jazz
Non si capisce il motivo
Sotto le stelle del jazz
Un uomo scimmia cammina
O forse balla, chissà
(Paolo Conte, Sotto le stelle del jazz)
Annalena è fatta di gesti morbidi e di movimenti elastici, di capelli pettinati per non scomporsi. Balla come se la musica fosse cosa sua, come se la capisse. Il charleston, lo swing, il boogie woogie: tutto è caos, vibrazione sul petto, formicolio ai piedi, mani battute per aria, tacchi sbattuti sulla pista. Il suo corpo un amplificatore, la testa un alveare.
Jacob è un impasto di muscoli e di nervi, di schiena eretta dentro a un giubbino catarifrangente, di guance squadrate a respingere baci e carezze. L’unica cosa che sa della musica è che gli porta il pane in tavola, e se vivi al Nord e hai la pelle un pochino più scura degli altri, un lavoro da pane in tavola è quanto basta per farti piacere qualsiasi cosa. Soprattutto, gli piace quella ragazza che passa al Club da qualche settimana, che gli punta gli occhi addosso con un discreto apostrofo di disagio; quella con l’abitudine, a fine concerto, di far sparire dei tappi auricolari in borsa.
Stasera si sente spavaldo, la raggiunge sotto le casse e tenta di parlarle. Annalena lo fissa muta, gli legge il labiale. Lui la indirizza verso il bar, oltre le tende in velluto che separano le due sale. I tappi scivolano nella pochette.
Il posto è tranquillo e di musica ne arriva gran poca. Il foglio della consumazione viene barattato con due birre fresche e si siedono vicini.
Annalena, da quando aveva notato quel ragazzo immobile fuori dalla porta del Club, si è immaginata la scena molte volte. Sa già cosa dire e cosa fare. Alza il bicchiere e glielo avvicina all’orecchio. Accento neutro, tono misurato, frase ad effetto; eccola:
«È l’equivalente alcolico della conchiglia con dentro il fruscio delle onde.»
Lui trova romantico il concetto, ma la mascella si stringe a tradire ogni sentimento, parafrasi di indifferenza e retaggio di tanti appuntamenti andati in buca.
«Io sono Jacob.»
«Lo so.» Lei tocca il cartellino della Security, indugia con le unghie sulla scritta JACOB M.D. in rilievo. Il ticchettio sulle lettere ricorda zampe di piccione su un tetto di lamiera – ASMR per intenditori.
«Piacere, Annalena. Ma niente cartellino per me!» Ride nervosa e dal naso le esce un grugnito, che la fa ridere anche più nervosa. «Cos’è che dicevi sotto le casse?»
«Dicevo che sto per finire il turno.» Il viso gli si fa spettacolo pirotecnico, il pomo d’Adamo palleggia contro la laringe.
«Ah! Ok.»
«Beh…» pesca una carta dal metaforico mazzo:
«In realtà dicevo che a non capire il jazz sono buoni tutti, ma non capire la musica è… È roba per pochi.»
Questa non gliel’aveva mai detta nessuno e Annalena non sa se la roba per pochi è un bene o un male. Jacob, con la premura di chi ha sparato senza mirare il bersaglio cerca di aggiustare il tiro:
«È come quella frase che scrivevamo da adolescenti sui diari: “Se un giorno ti svegli e non vedi il sole, o sei morto o sei il sole”. Io dico che se non capisci la musica, o sei sordo o sei la musica.»
«Oppure sei amusico». Con questa formula, di solito, le sopracciglia degli interlocutori si sollevano, ma Jacob – come se anche lui avesse studiato la sua parte nel copione – le mostra una protesi acustica, e lei ci passa i polpastrelli; la mascella, poco più sotto, si rilassa.
«Usciamo?» chiedono in sincrono. E si alzano ruotando con fretta dentro i loro cappotti, come spaghetti attorno alla forchetta. Lui la attira a sé, le sue labbra le sfiorano i lobi:
«È pericolosa la musica se non la puoi controllare.» Sussurra, e le tre s, nel farsi largo tra i denti, sibilano e ipnotizzano – Sssss. Sssss. Sssss. Sei secondi e sono usciti. In macchina la radio rimane spenta e i finestrini calati anche se è fine novembre. Nell’abitacolo entra il baccano della strada: i clacson dei ragazzi per le piazze, lo stridere dei copertoni su una rotatoria, un motorino che sgomma e che inchioda, le lingue straniere dei turisti sul lungolago, le imprecazioni degli ubriachi nel parco.
La Fiesta di Jacob accosta in un parcheggio vuoto, appena illuminato. Annalena pondera l’ipotesi che i suoi giorni vengano estinti nel bagagliaio, con un cappuccio in testa e dei lividi sui polsi, conseguenza delle sue scelte avventate. Del resto, ‘sto tizio lo conosce da appena mezz’ora e potrebbe finire molto peggio, tipo con lui che la chiude dentro, getta la chiave e fa partire Alvaro Soler a tutto volume.
Invece succede che Jacob le apre la portiera come un maggiordomo galante e cortese, quelli dei film senza sesso e senza finale.
«Lo sapevi di Che Guevara?»
Annalena sa molte cose su Che Guevara ma non sa da quale iniziare.
«Si dice che fosse talmente amusico che a un evento di beneficenza ha ballato un mambo mentre l’orchestra suonava un tango.» Lei annuisce, lui non sa se è per educazione o perché non gli crede. «C’è scritto anche sulla sua pagina di Wikipedia!», si sente in dovere di aggiungere.
«Vai a capire la gente.»
«Vai a capire il jazz!»
Camminano a tentoni, con i sassolini che scricchiolano sotto il loro peso, le cartacce che rotolano trascinate dal vento e le tirate dalla sigaretta elettronica di Jacob.
«Perché non fumi tabacco?»
«Perché fa novantaquattro volte più male di questa.» Il vaporizzatore si attiva e parte una lunga svapata, seguita da una eco altrettanto lunga.«Sa di laboratorio di pasticceria alle quattro del mattino.» Il risucchio dal filtro le fa venire in mente sua madre, quando gettava il Mr Muscolo Gel nel lavandino, ma lo tiene per sé. Si limita a un poco convinto: «Sarà. Ma per me se decidi di fumare o lo fai bene o non lo fai.»
«Ti va di andare in una pasticceria vera, uno di questi giorni?» La risposta implica un futuro immediato da pianificare, energie per renderlo possibile. Non le capita spesso di avvicinarsi così tanto a un ragazzo. E poi nelle pasticcerie, nei negozi e nei locali c’è sempre un sottofondo musicale. Oggigiorno c’è musica persino in farmacia; non si può mai star tranquilli.
«Mi andrebbe di andare sulle Dolomiti. Adoro la neve, più dei bonbon…»
«Perché la neve è silenziosa.» Jacob non chiede, afferma. Sa quanto l’accordatura del discorso può fare la differenza, con la giusta punteggiatura. Annalena apprezza e gli stringe la mano. Le falangi, unendosi, schioccano e la memoria va a una filastrocca che da piccola i compagni le cantavano per infastidirla, uniti in girotondo.
È sempre stata sulla difensiva, per via del “problemino” e le viene automatico chiudersi davanti a quell’estraneo. Lui le piace e spera di essere ricambiata, ma calibra male l’intensità e stringe fino a procurargli dolore. A volte le succede, non lo fa per cattiveria ma perché non conosce altri modi per dire stai qui, con me. Lui stacca le dita e gliele bacia una per una; serio, accende Youtube sul telefono e fa partire una canzone. Dura pochissimo ma a lei arriva come uno schiaffo. Il messaggio è chiaro.
Jacob ha con sé una coperta, la stende e si sdraiano vicini. È lui a rompere il ghiaccio:
«Perché frequenti un jazz club?»
La risposta esatta sarebbe: perché mi è bastato vederti una volta sola, col tuo apparecchio acustico e i tuoi modi goffi di occultarlo, per volerti conoscere; ma davanti agli occhi di Jacob le poesie vanno in malora.
«Ho iniziato per sfida. Volevo sedermi sulla soglia dell’inferno, tipo. Basta che io mi tolga i tappi antirumore e la testa mi si frigge. E tu, perché ci lavori?»
La risposta esatta sarebbe: per soldi; ma davanti agli occhi di Annalena vorrebbe solo fingere di essere la versione più decente di sé stesso.
«Mi hanno detto che il jazz è un genere per pochi. Forse intendevano per pochi intenditori, o per pochi idioti. Non so. Io l’ho presa come l’opportunità di far parte di un’altra minoranza. Dopo una certa ci si sente quasi a casa in una minoranza. Eh?»
Jacob si accorge che quel “Eh?”, alla ricerca di un consenso, potrebbe stonare, ma è troppo tardi per ritirarlo. Da quando è in grado di gestire il suo “difettuccio”, ha deciso di concentrarsi sui dettagli del linguaggio, sul concretizzarsi dei significati nel canale uditivo. Ma davanti a quella creatura non sa più che farsene delle parole e le lancia a caso, incurante di quale versione di sé potrebbe uscire:
«Sono sordo, laureato al DAMS, senza soldi e pure straniero. Più minoranza di così… » Un mezzo sorriso gli si congela sulla soglia della bocca.
Annalena chiude le palpebre e gira il viso incontro al buio. Non ci sono altri rumori oltre a quelli del lago, con l’acqua che corrode il legno dei pontili e gratta sugli scogli. Vorrebbe dire a quel ragazzo che conosce solo una minoranza, la sua. Gli direbbe che l’amusia non è stata solo una parentesi dalla nascita, ma la trama della sua vita. Gli elencherebbe la cronologia dei suoi patimenti a partire dall’infanzia, quando sua madre le cantava la ninna nanna per tranquillizzarla ma in cambio otteneva grida disperate.
Trovava la musica terribile al punto che, quando una nota la raggiungeva, desiderava fare a fette il cervello fino ad arrivare all’osso. Jacob indossa delle protesi per il motivo contrario, e anche se lui non la capirà mai del tutto, una cosa le è certa: entrambi indossano l’etichetta dei difettosi. Dal suo lato della coperta tutto tace, lo immagina raggomitolato nei suoi pensieri, quelli che ristagnano dentro come le note di uno strumento di cui lei non può apprezzare la melodia e che lui apprezza solo quando indossa il suo apparecchio.
La torcia di un vigilante li riporta sull’attenti, in marcia verso la macchina. Alle 23:38 la Fiesta di Jacob spegne il motore di fronte all’insegna Zurich Music Society. La chiusura si avvicina e Jacob va verso l’ingresso, lei lo blocca, si rimette i tappi auricolari e gli chiede di spegnere le protesi acustiche. Adesso giocano alla pari.
Danzano fino a dentro il locale, a paso doble. Sono toro e matador. Amusica e audioleso. Si gettano nella mischia, fanno a spallate. Annalena e Jacob: musica fuori, silenzio dentro. La folla si scalda e il gruppo li incita con un assolo.
A mezzanotte i musicisti se ne vanno, Annalena e Jacob sono ancora in pista a dimenarsi. Ribelli, euforici, sudati. Si prendono, si lasciano, si riprendono. I tratti spigolosi di Jacob si fondono con le curve di Annalena. Stretti in un’unica silhouette si sentono forti, perché non capire il jazz è roba per pochi, e stanotte è un privilegio solo per loro.
A illustrare: immagine di repertorio pubblicata su Pinterest