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Allora dammi il cuore

Autrice
Nicole Trevisan
Ciclo #20 - L'uccello che girava gli spaghetti del mondo
Realismo magico
7 novembre 2024

Quel nuovo fenomeno faceva paura, perché non poteva esistere nulla di più intenso.
Ecco che si compiva, dilagava, si esauriva e ricominciava,
e da quell’istante qualunque cosa fosse accaduta sarebbe apparsa banale e ripugnante,
mentre la fame risvegliata sarebbe stata più forte che mai.
(Olga Tokarczuk, Nella quiete del tempo)

A settembre la pioggia cala sui girasoli. Il sole ne ha arso le teste e si è ritirato da giorni, lasciando sulla bocca di Nino tutte le bestemmie del creato. Riverberano dal finestrino abbassato del camion-biglietteria, confuse dal vento che passa nell’abitacolo.
«Se prende a piovere anche quest’anno, non ci torniamo più. Tuo papà può insistere quanto vuole, non me ne frega un cazzo».
Tony prega che le nuvole si trattengano. In silenzio, le mani giunte al pube.
Quando arrivano, Nino sbatte la portiera e calpesta una pozzanghera. Bestemmia di nuovo. La pioggia ha slavato le scritte sulle locandine e confuso le date. Arriva suo padre e ne stacca una, l’accartoccia e ordina di darsi da fare. Insieme a Nino comincia a scaricare il rimorchio del secondo camion. Arrivano altri uomini: suo cognato, un nipote, un cugino. La loro è un’attività di famiglia, ma Tony si defila, arretra e scappa nel vicolo che passa accanto al municipio, sbucando sui resti di un giardino pubblico. Quando arrivano loro, la gente smette di portarci i bambini e i coetanei si fanno da parte. Al paese, qualunque paese, tutti aspettano le giostre ma evitano i giostrai.

«Ciao, pidocchio».
Lo aspetta con la solita sigaretta in bocca rubata al fratello maggiore, seduta in cima allo scivolo. Tiene le gambe incrociate. Gli sembrano più lunghe dell’ultima volta. Devono essere i pantaloncini, i sandali, le cavigliere colorate. Il “ciao” gli esce stridulo e incolpa le corde vocali non ancora adulte. Caterina gli lancia l’accendino. Forse la dissonanza è avvenuta solo nella sua testa e lei ha sentito la voce che conosce da quando erano piccoli. Si siede ai piedi dello scivolo.
«Quindi?»
«Mah, niente. Tu?»
«Niente».
Cerca di controllare la voce. Poche parole, secche. Le ha incupite per fingersi completamente sviluppato. Pensa alle sue gambe incrociate e le sente attorno ai fianchi quando lei si fa scivolare verso il basso e si schianta contro la sua schiena. Non si fa male, frena la discesa con una mano alla sponda di plastica e gli poggia la guancia sul collo, la testa girata di lato e la sigaretta tra le labbra.
«Ti aspettavo, pidocchio. Pensavo anche tu».
Le sue ginocchia chiuse contro il costato gli impediscono la fuga. Se aprisse bocca, troverebbe quel gracidio infantile, ridicolo e inadatto a tutto quello che vuole dirle. Sì, anche io. Mi sei mancata, ho consumato l’estate pensandoti e nei prossimi sei mesi sarà lo stesso, aspetterò di essere con te su questo scivolo, ogni anno più vecchio e rotto e stretto. Un giorno lo porteranno via e tutto questo finirà: saremo lontani dall’odore di fritto delle sagre, saremo soli. Un giorno non dovremo aspettarci mai più.
«Aspettavi cosa?»
Caterina si riprende l’accendino e lo fa scattare infiammando la punta della sigaretta. Il primo tiro copre l’indignazione. Il secondo la manifesta. Tony si volta verso di lei, che gli fuma contro l’orecchio.
«Me la passi o cosa?»
«Stronzo».
Allarga le gambe per non sentirselo più tra le cosce. Non lo vuole. Fuma senza aspirare e stringe sul filtro quello che non può dirgli, incapace di tradurre la delusione, indecisa se concedergliela. Sovrana dalle ginocchia nodose e lo smalto rosicchiato. Immagina che le impronte dilaniate dai suoi denti abbiano il sapore della sua saliva, della sua lingua. Tony avverte il sussulto cardiaco della perdita.
«Scusa. Non mi viene niente da dire».
«Perché sei stronzo».
Caterina si scosta, stacca i fianchi dalla sua schiena e nel tentativo di alzarsi sfonda il baratro aperto tra lo stomaco e l’inguine di Tony. Che si vede caderci dentro e sparire per sempre: annientato dall’inadeguatezza puberale e dalla tachicardia, con invisibili dita intinte nello smalto rosso che gli prelevano gli organi, sfilandoli tra le costole.
«Non le so dire bene le cose, ma pure io volevo che stessi qua. Che ti credi, Cat».
Caterina non cerca più di divincolarsi. Si accerta che la sua goffaggine sia quella di sempre, tradotta in un corpo che si è stirato verso l’alto, allargato, asciugato sulla faccia. Che Tony sia sempre Tony anche se ora somiglia di più a un uomo.
«Ok».
Torna contro di lui. La pressione delle sue ossa gli inietta altra paura e il cuore sobbalza al centro del petto. Questa volta non si preoccupa che lei lo senta, che ci posi una mano sopra, premendo tra le scapole, e poi scenda con la guancia, gli occhi chiusi.
«Già meglio».
Le cade la sigaretta, Tony la recupera, la fuma un po’ e gliela restituisce. Caterina la getta a terra. Per qualche minuto non c’è niente, o se c’è qualcosa l’hanno dimenticato. È lei a iniziare, si volta e gli sfiora le labbra, così veloce che somiglia a un errore. Lui si aggrappa alla possibilità che non lo sia, apre la bocca e la richiude su di lei, che gli stringe una spalla e prova a infilare la lingua. Ci entra. Nessuno soffoca, i denti non stridono. È liquido e morbido, stanno sbagliando tutto eppure non riescono a smettere.
Li interrompe un fischio, da qualche parte nel parco. Tony è steso su Caterina, una mano sotto la sua maglietta che non ha osato superare il costato, le braccia di lei attorno al collo. I loro battiti sembrano esplodere, sembrano migliaia e invece sono soltanto due. Quando si staccano respirano malvolentieri. Avvampano insieme nell’ultima luce di settembre. Nino è lì, che li osserva, a dieci metri di distanza, immobile e con le braccia incrociate..
«Non sapevo dove cazzo eri», gli dice, dopo avergli dato il tempo di biasciare un saluto rauco a Caterina, «c’è da fare e tu te ne vai appresso alle femmine. Pazzesco».
Tony non gli risponde e lo segue in piazza. Colpevole, si fa scovare addosso l’odore della sigaretta da suo padre, che gli molla un ceffone sul coppino e gli urla di muoversi. Infila un paio di guanti e comincia a impilare pezzi di pedana, felice di essere stato rimproverato e di avere il fiato di Caterina impresso sulle labbra, nei polmoni e nel sangue. Abita dentro di lui, adesso. Non gli importa delle vesciche né della fatica. Potrebbe crollargli la giostra in testa e riceverebbe la morte sorridendo.

Non ha previsto la mutazione della gioia provocata dal bacio nell’impazienza del genere più muscolare e lacerante che gli sia mai capitato di provare. Si è dilatata dal petto al basso ventre, fino agli arti. Il cervello è quello messo peggio. Ha un unico pensiero: bocca, saliva, smalto rosicchiato, ombelico, collo; ogni altra cosa viene annebbiata dall’andirivieni della memoria su quei dettagli.
Durante la cena osa chiedere il permesso di uscire. Gli viene negato. Finisce accucciato sul materasso e cerca oltre il finestrino il camper dove riposa Caterina. Le manda un messaggio, non riesco a smettere di pensare a oggi. Lei risponde: anch’io, esci? Ma lui deve accampare una scusa, la madre di cattivo umore, il padre stanco, per nascondere il giogo dell’autorità familiare. Allora domani, decide Caterina. Quando chiudiamo le giostre, se non piove. O anche se piove, non importa. So dove andare.

Non ha piovuto. Sono salvi: al mattino riescono a finire di montare l’autoscontro, puliscono tutto e preparano i gettoni. Tony fa un giro di prova in solitaria, alle tre del pomeriggio: scivola sulla pista, curvando appena prima di scontrarsi contro gli spigoli laterali; l’antenna sfiora la rete metallica, carica sopra la sua testa. Caterina passa lì vicino e lo saluta agitando la mano. Anche lei lavora: controlla che i piccoli, una volta saliti in giostra, siano seduti o aggrappati alle maniglie dei cavallucci marini; se possibile, sorvegliati da un adulto. La sua è un’attrazione accompagnata da colonne sonore dei cartoni animati, pezzi dello Zecchino d’oro e, sul finire della serata, qualche canzone caraibica. Niente a che vedere col delirio techno-house che la sua famiglia riproduce a ripetizione da quando è nato, senza preoccuparsi di variare le tracce e affievolendone la frenesia a ridosso della mezzanotte. Soleado di Gigi Dag è l’ultima prima di chiudere la biglietteria, dove trascorre le serate. Non gli è mai pesato prima. Quando i più ostinati, già più grandi di lui, si staccano dal seggiolino dell’autoscontro e barcollano giù dalla pedana, ha già fatto scattare il meccanismo di chiusura della serranda, inserito il lucchetto e preso la cassa sottobraccio. Rivolge a Nino un cenno di muso e sopracciglia.
«T’arrangi, sì?»
«Me la paghi, principino».
Ride: l’ha perdonato prima ancora di saperne il motivo. Tony corre alla roulotte dove sua madre aspetta fumando una sigaretta al mentolo. Gli sfila la cassetta dalle mani e scompare nella sua stanza. Non chiede niente, nei giorni di sagra rinuncia alla potestà genitoriale e si gode il silenzio, i sussurri alla radio e il fumo salutista che dovrebbe servire smettere per sempre ed è solo diventato un altro vizio. Quando Tony si allontana, lei torna ad affacciarsi alla porta. Suo figlio è una linea sfocata: un bambino smussato dalla notte – non così bambino, non più, si ritrova a considerare. Lo vede correre via.

Caterina aspetta.
A fine serata la sua giostra viene chiusa da una tenda di plastica, sigillata malamente da lacci che lei ha già scucito. Entra per prima, abbassandosi sulle ginocchia. La sua voce è affrettata dalla paura di essere scoperta e non somiglia al giorno prima. Si preme l’indice sulle labbra e cammina sulle punte dei piedi, curvando la suola di plastica dei sandali. Si infila nell’abitacolo di un moncone di trenino, verniciato di rosa, azzurro e giallo. Tony la imita e si incastra accanto a lei. La resina è dura e sagomata in contorni morbidi che imitano un’imbottitura. Non così comoda come aveva creduto.
«Ci beccheranno».
«Stai tranquilla».
«Era meglio se andavamo al parco».
«Di notte non si può».
Ci sono quelli che non abbandonano l’avamposto al loro arrivo, che non rinunciano a farsi la canna, la pera e la birretta perché sono arrivati i giostrai. Che se li vedono li scacciano, o li picchiano. Di notte nessuno sa mai niente.
È notte anche sotto la tenda. Ricominciano a baciarsi. È Cat a entrargli per prima sotto la maglietta, cerca la sua schiena curva, il respiro dietro alle scapole. Tony si piega su di lei, come il giorno prima. Ha meno paura, adesso, sfiora col petto le punte dei suoi piccoli seni e passa sotto la canotta a righe. Non indossa nient’altro, se n’è accorto dal pomeriggio, quando è passata a salutare e lui si è infiammato, lacerato, è esploso al riparo dell’autoscontro.
Caterina gli ferma la mano prima che arrivi al cuore. Le sue unghie rosicchiate di smalto si conficcano nel polso, incuranti di fargli male.
«Aspetta».
Statica, irrigidita da un pudore inatteso e urgente.
«Scusa, non…»
Tony si scosta, crollando nei suoi biascichi infantili.
«È che non pensavo di essere pronta. Forse non lo sono».
«Anche per me è la prima volta. Non preoccuparti. Scusami».
«Non è per quello. E non devi scusarti, tu non c’entri».
Scivola via da lei. Percepisce le sue stesse dita estranee, ingombranti sul corpo immaturo, proibito, di Caterina. Che combatte tra l’imbarazzo e il bisogno di rassicurarlo, spinta contro il fondo del vagone di plastica. Si guardano senza vedersi del tutto e il silenzio dilata la colpa di aver osato troppo. Si prendono per mano, strisciando coi palmi sul sedile. Salvi sull’orlo della perdizione.
«Sai, un giorno questa giostra sarà solo mia. Per questo ti ho portato qua».
Caterina fissa gli occhi al soffitto azzurro, fatto di stecche disposte a raggiera. Si raccolgono nel fusto centrale, il perno attorno a cui ruota il meccanismo della giostra addormentata.
«Ho già deciso come rinnovarla. Con la pedana tutta d’oro e i cavalli».
Attorno a loro ci sono delfini rampanti con seggiolino e redini, pesci pagliaccio a due posti, tartarughe e veicoli che con il tema acquatico c’entrano poco, per quanto placcati di stelle marine. Sono forme che Tony conosce da anni, ma non le ha mai viste da vicino. Non ci è mai salito, è un’attrazione noiosa, da bambini piccoli, e la fascinazione che prova è nuova, indotta dalla magia di Caterina.
«Come i caroselli? Quelli classici?»
Socchiude gli occhi, deformando il buio per approssimarlo a quello che lei immagina. Prova a entrare nella sua testa. Sente solo il battito frammentato del suo cuore, a un’articolazione di distanza.
«Tipo. Una volta era così. Mi ci facevano stare poco, perché non mi venisse a noia, dicevano. Aiutavo già a vendere i biglietti. Ma mi faceva arrabbiare che quei bambini facessero tutti i giri che volevano e io no. La giostra era mia».
La mano di Caterina è un ragno. Si chiude sul dorso della sua e l’avvicina alla cintura dei jeans. La poggia sotto l’ombelico. Tony smette di respirare. Lei continua a non guardarlo, rivolta al soffitto, la testa reclinata sul finto sedile.
«Poi un giorno è caduta una bambina. Nessuno l’ha vista arrampicarsi sul cavallo più alto, non si sa nemmeno come abbia fatto, aveva due o tre anni. Appena la giostra è partita, c’è stato uno strattone, è un difetto meccanico che ogni tanto capita. Lei non era aggrappata e ha battuto la testa».
Si fa abbassare la zip. Lo guida sopra alle mutandine. C’è poco spazio per entrambe le mani, ma non lo lascia. Il rilievo sotto il palmo è conosciuto e soffice. Gonfio. Bagnato, quando lei lo trascina più giù. Le pieghe della stoffa corrugate attorno alla sua pelle. Tony respira con la bocca come se avesse corso le tremila siepi. Caterina, invece, è immobile e continua a raccontare la sua storia, come se farlo servisse ad annientare il pudore.
«Ero piccola anche io. Non ricordo molto, mi aveva messo agitazione, quella storia. Forse era per i miei, che hanno dovuto sospendere le sagre e cambiare la giostra. Non riuscivo a dormire, quando chiudevo gli occhi mi sembrava di sentire la testa della bambina che si spaccava sul pavimento. La sentivo dappertutto. Ci ho messo mesi ad abituarmi. Quando ci siamo conosciuti, due anni dopo, ancora riposavo pochissimo. Ora è passato».
Il buio mangia il sorriso sulla sua bocca, se esiste. Tony ha l’impressione di vederlo in un riflesso dentale sulla sua faccia. Le dita sono scomparse sotto al tessuto delle mutandine, dentro di lei. Con quelle di lei. Si piega sul suo petto, incastra la testa sulla sua spalla.
«E volevo tanto che ti piacessero un po’ meno gli autoscontri e venissi qui, da noi».
Gli impone di spingere più a fondo.
«Sai qual è la parte peggiore? Che quando i miei hanno tolto i cavalli è diventato impossibile trovare il punto in cui la bambina è morta. Non ci sono riferimenti in un cerchio. Gira, gira. E ci salgono e ridono come se niente fosse. Ci calpestano, capisci? Tanto che mi ci sono abituata».
Tony non la ascolta parlare. Il battito nel suo orecchio si duplica. Si accorge di averlo già sentito doppio quando l’ha sfiorato al parco e poco prima, lì, sulla giostra. Aveva creduto che quel rimbombo fosse dovuto all’emozione di lei, all’estrema giunzione tra la paura e l’amore. Si era sbagliato. Ma non parla. Non chiede, rovinerebbe tutto – di nuovo. E non può. Non ora che sta per diventare un uomo. Fuori, oltre la tenda e il buio, comincia a piovere. Tony sale sopra di lei. Sulle labbra di Caterina passa un sorriso sconosciuto, infantile e feroce.
«Alla fine diventa normale» gli dice, lasciandolo entrare.
Il cuore non lo sente più.