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Astrifiammante

Autore
Giulio Iovine
Ciclo #24 - Moonlight Spaghetti
Narrativa generale
24 ottobre 2025

Per tutto il mese aspetto che la Luna, nel suo lungo viaggio notturno, perda un pezzo dopo l’altro, fino a lasciare il cielo nero in ogni suo angolo; perché solo in quel momento mi è concesso di guardare negli occhi Astrifiammante, la Regina della Notte. Aspetto come il cane aspetta che il padrone soldato torni dal grande affare della guerra, di cui lui nulla capisce, salvo che il suo uomo è lontano, e chissà se tornerà mai; e baratto notti e notti di luna crescente e calante, per le poche ore di gioia del novilunio. Per guardarla negli occhi, mi chiudo in camera e lascio aperta la finestra sul cortile interno del nostro condominio; la mia luce deve rimanere accesa, possibilmente quelle dei vicini dovrebbero essere spente – ma lì è ammesso un certo margine di tolleranza: non posso mica spaccarle a fucilate. Poi rimango a fissare il rettangolo di tenebra davanti a me, fino a distinguere chiaramente, ai lati. Le fronde dei due platani vecchi come la morte che segnano il nord e il sud del nostro cortile; e al centro gli occhi tondi e sgranati di Astrifiammante.

– Io regno su tutto, quassù. Voi tenete la terra, la mia eredità è il cielo.
– Sì, Astrifiammante.
– Sono la Regina della Notte: ma della vera notte, la notte primordiale, che era buia e senza luce. I miei nemici sono il sole, che però sta nel suo, e l’infame luna.
– Sì, Astrifiammante.
– La luna è spenta e morta come la terra, ma splende lo stesso. È un trucco: riflette la luce del nemico, e si prende spazi non suoi – guasta le pianure celesti che dovrebbero essere mie.
– S-s-sì, Ast-t-trifiammante.
– Per colpa sua io sono confinata nel mio stesso reame, poche ore ogni mese. Per questo io l’ho condannata alla pena dei traditori. Tu sai qual è la pena dei traditori?
– Quella che v-v-vuoi tu, Astrifiammante.
– Ai traditori sarà tagliata la testa. Tu mi aiuterai a completare il rito, e a riprendere quello che è mio.
– Dimmi del rito, Ast-t-trifiammante.
– Quando sarà il tempo.

Sono, quelle mie e di Astrifiammante, conversazioni forse un po’ monotone; tornano spesso su queste sei, sette frasi che ho appena riportato. Ma posso capirla: sono argomenti che le stanno a cuore. E non è che il mio contributo a queste conversazioni sia chissà cosa, anzi spesso finiscono in monologhi; non perché non sappia rispondere, ho tante risposte in testa, ma provate voi a farle scendere dalla testa alla bocca.
Papà e mamma dicevano che ero lento. Si sono raccomandati per anni con mio fratello, per favore tieni d’occhio Ermanno, se non ci sei tu come fa Ermanno, quando ce ne andiamo che ne sarà di Ermanno. Lo dicevano in mia presenza, pensando che ci capissi il giusto, e non li biasimo: provavo a intervenire, ma mi uscivano dalla bocca strani rumori di gola, i clock clock clock e i ruuuuu ruuuuu di una gallina in perpetua vertenza con le compagne di pollaio. Per la frustrazione muovevo a destra e a sinistra la testa, pestavo i piedi, ma questo non aiutava. Mamma mi zittiva con una carezza sulla nuca. Mio fratello Ezio si è poi preso cura di me, infatti quando Astrifiammante mi ha chiamato per la prima volta già da anni vivevo a casa sua, con sua moglie e le sue figlie. Sua moglie non è gentile con me.

– Tu mi aiuterai a compiere il rito; e ne avrai ricompensa.
– Astrifiammante, dimmi del r-r-rito.
– E la ricompensa ti porrà sopra te stesso, sopra i tuoi aguzzini, primo e migliore tra i terrestri.
– Il rito, Astrifiammante!
– Quando verrà il momento.
– Il — r-r-r-i— Ast-t-t-t-t—

Vedete? Tempo tre frasi e mi sono già inceppato. Una notte mia cognata, che non era gentile con me, deve avermi sentito: ha bussato forte alla porta della mia cameretta:

– Con chi cazzo parli? Chi chiami al telefono a quest’ora?
Ho deglutito.
– Oooooh, mi senti? – e ha battuto la porta più forte.
Ho deglutito, ancora.
– Parlo con te, coso, mi rispondi?

Stavolta volevo dire qualcosa, ma mi è uscito il ruuuu delle galline. Mia cognata, che non era gentile con me, se n’è tornata in camera dicendo a mio fratello che il ritardato parlava da solo, mio fratello ha detto Maria piantala non si dice ritardato, lei ha detto ma potrò dire il cazzo che mi pare in casa mia, mio fratello ha smesso di rispondere, lei ha alzato la voce oooooh, mi senti? Parlo con te, rispondi? Ma mio fratello non ha risposto. Allora lei si è coricata. Avevo gli occhi pieni di rabbia e acqua, lottavano per chiudersi ma io non volevo perché avrei singhiozzato e mia cognata, che non era gentile con me, mi avrebbe sentito. Quella notte Astrifiammante mi ha dato una mano: ho allacciato i miei occhi ai suoi, e le lacrime sono colate senza un lamento. 

– La luna – ha detto poi, col vento di gennaio che mi bruciava la faccia – è una donna che regna dove non regna il suo uomo. Per ucciderla, deve morirne una uguale sulla terra.

Il rito! Finalmente! Ho provato a chiedere più dettagli; niente, inceppato. Ma ho continuato a fissare quegli occhi nel seno del buio. Poi con l’alba sono scomparsi, e io sono rimasto così, in ginocchio davanti alla finestra aperta.

Per tutto il mese successivo, sono comprensibilmente distratto. È difficilissimo concentrarsi sulle mie incombenze quotidiane quando ti promettono così tanto. Un giorno sono andato a svegliare le mie nipoti prima che mia cognata, che non è gentile con me, si fosse alzata dal letto; l’abbiamo disturbata e mi ha detto mongoloide. (Mio fratello a volte dorme qui a volte no.) Un altro giorno, mentre preparavo lo yogurt e il muesli per la colazione delle mie nipoti, mia cognata, che non è gentile con me, ha tirato fuori da una mattonella sul pavimento, che non sapevo conoscesse, un sacchetto di quella polvere bianca che mio fratello porta spesso a casa – la compra e la vende, è con quel giro che paga le bollette e mantiene me, come gli hanno chiesto mamma e papà, e io che non so parlare mi rendo utile badando alle bambine mentre mia cognata, che non è gentile con me, sta sul divano a guardare il TV color – o, come quella mattina, annusando la polvere bianca con una banconota arrotolata. Questo l’ha mandata su di giri: è uscita senza dire ciao. Concetta e Carolina non volevano mangiare lo yogurt col muesli. Ci ho messo un po’ per convincerle. A volte non si fidano di quello che hanno nel piatto anche se hanno visto benissimo che glielo preparavo io. Carolina mi ha detto, molto gravemente, che non ci dovevo assolutamente mettere la polvere bianca – io ho fatto no con la testa, scandalizzato. Concetta, che è più piccolina, non ha detto proprio niente. Poi le ho accompagnate una alle elementari, l’altra alla materna, che sono vicinissime a casa nostra; e poi ho dovuto passare dal supermercato. Ho imparato a memoria il percorso, mi confondo solo se piove o è sera, ma tanto non esco quasi mai di sera. Poi ho provato a dare una pulita alla cucina, ma sono lento, mi fisso con certe macchie che non vengono via. E poi pensavo sempre al rito. Il rito! Ma la prossima conversazione con Astrifiammante l’avrei avuta un mese dopo. Non mi sono nemmeno accorto, concentrato com’ero, di mia cognata, che non è gentile con me, e che è tornata a casa con due borse di abiti e un altro televisore, ha detto che ce ne voleva uno per la camera da letto, cosa fai mongoloide, pulisci la cucina? Bravo, bravo, vedi che a volte servi a qualcosa – e si è chiusa per l’appunto in camera da letto. Questo mi ha preoccupato: mi sono rintanato nella mia cameretta, che era poi lo sgabuzzino di casa, perché sospettavo che quando mio fratello fosse tornato… e infatti quando è tornato e ha visto gli scontrini della roba comprata, ih.

– Ma allora sei stronza, cosa cazzo spendi tutti questi soldi, ma credi che crescono sugli alberi
– Io spendo il cazzo che mi pare, sono tua moglie e spendo per le tue figlie e casa tua
– Casa mia è un troiaio, se non ci fosse quel povero cristo di Ermanno non ci sarebbe neanche il cesso pulito
– Mi hai inchiodata in questa topaia col mongoloide e due racchie uguali a te, cosa cazzo pretendi, che non mi diverta un po’ quando posso
– Sì però coi tuoi soldi
– E questi che sono
– Miei
– Mi hai sposata, mi hai ingravidata, tutti i soldi che fai sono miei, coglione

Sono in ginocchio davanti alla finestra, anche se è giorno: e prego Astrifiammante, se mi sente – ma deve sentirmi – di tornare presto, di spiegarmi tutto, di dare un senso alla nostra vita.
Il giorno dopo mio fratello resta in casa. Sta sul divano tutto il giorno, in canottiera; dorme per qualche ora nel pomeriggio. Quando passo accanto a lui con l’aspirapolvere, mi dà una pacca sul culo:
– Beato te che non capisci un cazzo, Erm.

Poi si alza, e attende mia cognata, che non è gentile con me, all’uscita dal bagno – si è appena fatta una doccia di ritorno dalla palestra:

– E un’altra cosa, Sharon. Piantala di dare del mongoloide ad Ermanno.
– Eh ma quello è.
– Ermanno c’ha avuto sfiga, ma non fa male a nessuno. Vedi che dà una mano, tu non fai un cazzo e lui spignatta tutto il giorno. Il minimo sindacale è che lo tratti bene. Mi fai questo favore?
– A te o al mongoloide?
Schiaffo in piena faccia. Mi copro le orecchie e cado in ginocchio.
– Mi fai questo favore? – ripete mio fratello.
– Vai a cagare – risponde mia cognata, che non è gentile con me; e si chiude in camera.

Mio fratello è talmente seccato che si veste ed esce. Per tutto il resto del tempo che è via – due giorni – mia cognata, che non è gentile con me, mi urla in faccia davanti alle bambine, che fissano il vuoto. Poverine, non capiscono mai bene come reagire alle situazioni. Sembra sempre che non siano tutte qui con la testa. Non stupide, ma distratte. Forse altri bimbi sono più energici? O forse è mia cognata, che non è gentile con me, a seccare la loro linfa. Mi vengono spesso a bussare nello sgabuzzino; in realtà solo Carolina, Concetta sta attaccata al suo vestitino e si fa portare ovunque, e Carolina a sua volta, se le prende male, non si stacca mai da me. Vorrei aiutarle a fare i compiti, ma non riuscendo a parlare, posso solo indicare loro le risposte giuste sul sussidiario. Mia cognata, che non è gentile con me, sempre più di frequente sniffa la polvere bianca sotto la mattonella; c’è da dire però che le migliora sensibilmente l’umore. Potrei dire a mio fratello – oddio, dire: farglielo capire, semmai – che sua moglie ha scoperto un nascondiglio che non doveva scoprire. Ma l’istinto mi dice di lasciar perdere.
La sera in cui la luna finalmente tace, sento subito che c’è qualcosa nell’aria notturna, grumoso e inopportuno come l’olio rimasto sul collo della bottiglia dopo che l’hai versato. Mi chiudo nella mia stanzuccia, apro le finestre, attendo di vedere nella tenebra fitta gli occhi tondi e sgranati di Astrifiammante: ed ecco che si aprono, più neri della notte dove regna.

– Preparati, Ermanno: è venuto il tempo del rito.
Apro bocca per chiedere cosa devo fare. Ma m’incastro sulla prima sillaba.
– Svuota il vano sotto il pavimento della cucina, e lascia aperta la mattonella.

E resta lì, sospesa nell’aria gelida, con quel nero che pare di fiamma. Arretro, inciampo, mi rimetto in piedi, apro la porta dello sgabuzzino. Il corridoio è deserto. Busso alla porta della cameretta delle bambine: una dorme, l’altra – la grande – sta giocando con la sua bambola. Mi guarda con gli occhi vuoti.

– S-s-s-state q-q-qui f-f-f-f-

Il ‘ferme’ si capisce, no? Be’, si deve capire. La parola non mi esce. Prendo la chiave dalla serratura, e le chiudo dentro. Poi svicolo in cucina. Mia cognata è in camera sua: la sento che sniffa con forza. Sollevo la mattonella: c’è ancora una bustina con la roba bianca. La tolgo, lascio la mattonella aperta, e non sapendo bene come regolarmi, fingo di andare in bagno e svuoto il sacchetto nel cesso, per poi farlo sparire con lo sciacquone. Resta la plastica: zitto zitto esco a buttarla nel cestino della spazzatura. Torno che mia cognata, che non è gentile con me, non si è accorta di nulla; anzi, ha alzato il volume del televisore in camera sua. Mi chiudo nel mio sgabuzzino col cuore che rischia di volar via, frullando come le ali di un colibrì. Ma quando, un’ora dopo, sento tornare a casa mio fratello, ho la fortissima tentazione di buttarmi sotto il mio letto. Se non che, voltandomi verso la finestra, resto inchiodato allo sguardo di Astrifiammante.

– Resta dove sei. E al momento opportuno, apri il tuo armadio.

Ho un armadio nella mia cameretta, vero; ma non capisco perché devo aprirlo. Ci sono solo vestiti. Faccio per alzarmi e capire meglio, quando sento qualcuno sfondare la porta della camera accanto alla mia.

– Ma allora sei tu che la rubavi, puttana
– Che cazzo vuoi ora
– Guardati, sei piena fino all’occhio
– Ma va’ a cagare, sei sbronzo fracico
– Sì e ci voleva giusto una dose di coca, che però sua maestà ultraputtana si è sniffata tutta
– Che minchia dici, ce n’è ancora un sacchetto
– Allora ammetti che eri tu
– Ma che vuoi da me
– Dentro non c’è più niente, dov’è l’ultimo sacchetto
– Ma chiedi al mongoloide, che c’entro io, io l’ultima l’ho sniffat—

Rumore, non di schiaffo ma di cazzotto. Qualcuno esce dalla camera al galoppo e apre di forza la porta del mio sgabuzzino. Mio fratello nemmeno mi saluta, mi è addosso in un attimo, mi prende per la collottola, mi ficca le dita negli occhi, nel naso, nella bocca, tira strizza comprime distende, mi alita in faccia tutto il gin che si è bevuto; poi mi molla come una bambola rotta e torna di gran carriera in camera sua:

– Ermanno sta pulito come un fischietto, tu guardati allo specchio, bocchinara
– Ma tu ti vai anche a fidare del ritardato, quello ha—
Non chiamarlo così
– Ma tanto non te ne frega un cazzo, lo vuoi sapere, vuoi che te lo dica?, be’ di lui non te ne frega proprio un cazzo, lo tieni qui a farti da sguattera
– Perché così quella mignotta di mia moglie può fare la signora, hai capito cretina
– Sì bella vita da signora questa, finocchio spremipalle

Altro cazzotto. Ma questa volta lei reagisce: lancia oggetti. Dalla porta del mio sgabuzzino me li ritrovo che si tirano pacche allucinanti. Lei sembra molto su di giri – ha in mano un coltello: prova a bucarlo, tirandogli fendenti molto grossolani. Lui, lento per il vino, prova ad evitarli, ma si ritrova tagliato in più punti. Le ferma la mano, le spezza il polso; lei grida, gli pianta l’unghia dell’altra mano nell’occhio, e mentre lui è accecato per un attimo, gli pianta il coltello nel collo.

– Apri l’armadio – comanda Astrifiammante.

E io chiotto chiotto, mentre mio fratello tenendosi il collo chiuso con le mani tempesta di calci mia cognata, che non è gentile con me, apro l’anta del mio armadio, solo per rendermi conto che non ci sono solo vestiti: c’è la cassetta degli attrezzi. Dentro ci sono cacciaviti, chiodi e un martello. Intanto mio fratello, gli abiti zuppi di sangue, si accascia al muro e mia cognata, che non è gentile con me, si tiene il polso rotto urlando. Il martello è leggero nelle mie mani goffe: lo afferro, e due secondi dopo lo sto dando in testa a mia cognata. Ci vuole un po’, ma alla fine si accascia pure lei sul cadavere di mio fratello.

Il sangue che ora ha allagato il corridoio andrà pulito, penso con tutta la stanchezza del mondo addosso. Tanto più che brilla tutto: come faccio andare via questo brillamento? Poi penso che il sangue non brilla: mi volto verso la finestra. Gli occhi di Astrifiammante pulsano di una luce strana, rossa a sua volta, e pare crescano di stazza e mutino di forma, globosi, sferici, pieni di bubboni e sobbollimenti; la notte si fa giorno, allagata da lampi scarlatti. In alto nel cielo una sfera bianca si illumina all’improvviso, per poi incrinarsi e andare in pezzi; e i pezzi vengono inghiottiti dalle tenebre.

– La luna è punita; il rito è compiuto: e tu Ermanno, padrone in casa tua, padrone della tua discendenza, primo e migliore dei terrestri, vai e godi il mio regno, che da oggi è di questo mondo.

Anche la voce sembrava rossa. Mi copro gli occhi: non capisco bene cosa succede ora. Però bisogna pulire casa. Il rito è compiuto, dice Astrifiammante: bene, noi quello volevamo. Adesso casa mia è mia. Bisogna quindi trattarla con delicatezza. Mi ci vogliono almeno tre ore per fare a pezzi i cadaveri, insaccarli per bene nella plastica, e piazzarli nella vasca da bagno sotto un telo; poi bisogna pulire il corridoio, e giù col mocio.
Sento bussare alla porta della cameretta delle bambine. È Carolina:

– Zio, devo andare in bagno.
Le apro la porta. Mia nipote si dirige in bagno con la sua giraffa di pezza al petto. Le faccio il gesto di chi dorme.
– Sì, perché?
Pesto i piedi.
– Non abbiamo sentito niente. Concetta dorme come una pietra.
Sono abituate alle urla, in effetti.– C’è una cosa nella vasca da bagno. Puzza – si lamenta Carolina, seduta sul water.
– P-p-p-poi l-la p-p-p-porto via.
– Ok.

Rientra in camera sua. Io, col mocio in mano, riprendo a pulire. Per disfarmi dei corpi, non trovo di meglio che aprire la finestra del bagno, cospargerli di alcool denaturato, e buttarci sopra un fiammifero.
L’incendio resta confinato per miracolo alla vasca da bagno; io mi affatico tra finestra e porta, badando che non capiti qualche scintilla dove non deve. Mentre sono alla finestra, pur nel crepitio del fuoco e nel fumo che mi fa lacrimare, mi pare che qualcosa non torni. Il bagno non dà sul cortile interno, ma sulla strada principale, e da qui, siccome siamo al quarto piano e grossomodo in collina, si vede un bel pezzo di città. Soprattutto si vede bene, a oriente, la grande pianura che poi dà sul fiume. A quest’ora si dovrebbe vedere anche l’alba, ma il cielo sulla città è nero come a notte appena iniziata. Poi ci sono troppe ambulanze, troppe volanti della polizia, le vedo saettare per le strade, sento le loro sirene. Rumori confusi di vetri rotti e di petardi vengono dal centro. Il brusio di voci umane fa pensare a un sabato sera, se non che mi paiono piuttosto urla. Ma ho appena iniziato a rimuginare sulla questione, quando in alto nel cielo, ma stavolta enormi, grandi come case, grandi come palazzi, gli occhi spalancati di Astrifiammante

– Il mio regno, Ermanno – tuona per tutte le pieghe della notte – è di questo mondo. Il mio regno è questo mondo.
E gli occhi si chiudono e si riaprono e si chiudono e si riaprono, colando sulla città un brodo grasso e scarlatto. Non posso chiudere la finestra, il fumo ci soffocherebbe. Alzo la mano verso il cielo e grido:
– V-v-v-vi-viva, v-v-iva la signora A-a-a-a-strifiammante.
Che pena mi faccio, quando parlo. Ma a lei non sembra dispiacere:
– Viva Ermanno, il primo e il migliore dei terrestri.

Deglutisco e chino il capo, grato. Arretro verso la porta del bagno. L’incendio è sotto controllo. D’improvviso penso che difficilmente mi arriverà in casa la polizia a chiedere conto dei due cadaveri. E anche se non è sorto il sole l’orologio va avanti, sono le sette; e anche se non credo che oggi ci sarà scuola, bisogna che le bambine, quando si svegliano, trovino la colazione pronta. Ha ragione Astrifiammante: può pure essere sceso il Regno della Notte, ma resta il fatto che ora il padrone di casa sono io. A maggior ragione devo badare alle mie nipoti ancora più di prima. C’è ancora yogurt nel frigo – sì, guarda, due barattoli. Non riesco a fare a meno di pensare che senza mio fratello e mia cognata, staremo se non altro più tranquilli.

A illustrare, August Natterer, Meine Augen zur Zeit der Erscheinungen.