Cineforum
Dovreste ringraziarmi per avervi dimostrato che non si può superare c.
Viaggiare nello spazio non è cosa per noi.
Sai che palle? Ma restate a casa. Cazzo di fanatici.
A. Einstein, Perché non voglio che siate felici, Tübingen 1946, p. 148
Se uno avesse voglia di lavorarci, e non sto dicendo che dovrebbe, anzi capirei se non volesse, potrebbe forse ricostruire la storia dell’ammasso extragalattico NGC 8929, affettuosamente chiamato Il Villaggio in Campagna; il perché contenga pochi milioni di stelle strette l’una all’altra in un pastrocchio gravitazionale; cosa e come l’abbia divelto da chissà quale galassia milioni di anni fa e perché si ritrovi ad attraversare proprio il Vuoto di Boote, affettuosamente chiamato il Grande Nulla, senza una direzione precisa ma oscillando in preda agli equilibri di forza degli ammassi che lo circondano, tipo quello di Ercole che, lo dice il nome, fa sempre il grosso in termini di gravità; o perché diavolo una, dico una sola delle sue stelle sia un tipo K, 0.9 masse solari, rosso sirenetta – le altre sono quasi tutte delle giganti di tipo B e O che se ti avvicini ti bruciano fino allo scheletro – e perché nella fascia di abitabilità sia saltato fuori questo cosino grazioso, di dimensioni e composizione analoghe a quelle della nostra Terra, che ad oggi risulta l’unico pianeta nell’universo conosciuto, oltre a noi, dove c’è vita.
Ci sono molti se. In teoria io sarei una scienziata e dovrei sbavare per l’opportunità offerta all’equipaggio dell’incrociatore pesante Oceano ESC-18953, di farsi (almeno) un annetto di missione sul cosino grazioso, dico il pianeta, affettuosamente chiamato Pemberley tra gli astronomi, e Pippa al Sugo tra quei pochi romani che servono nella flotta (oggi perlopiù fanno i ristoratori). In teoria. Secondo me il fatto che sono un’ufficiale di carriera nella flotta impedisce a molti di rendersi conto che io nella vita volevo fare l’ingegnera, non la scienziata – mi mettete nella sala macchine di un’astronave e io ci dormo pure, non mi schiodo più, soprattutto non per i briefing con gli altri ufficiali dove ci spiegano quanto sono gasati per le eccitanti nuove letture dei sensori, i depositi di berillio su quell’asteroide, la galassia radiosorgente un paio di miliardi di anni luce a babordo, la supernova che dobbiamo assolutamente fermarci a vedere.
«Ma Anna», mi fa il mio vice, il tenente Yiftach (in privato mi chiama per nome perché ormai siamo amici, son dieci anni che mi sopporta) «non sei nemmeno un po’ emozionata che stiamo per mettere i piedi sul primo vero esempio di vita aliena?»
«Uri, tu sei un biologo?»
«No. Sono un ingegnere».
«Ecco. Pure io, per cui quando non so, chiedo all’esperto. Tutti i biologi che ho conosciuto mi hanno specificato che dati certi cocktail chimici di ossigeno, idrogeno, carbonio eccetera, con la radiazione solare e la temperatura giuste, la vita è letteralmente automatica. È inevitabile. Insomma non è niente di speciale».
«Ma ce n’è così poca nell’universo».
«Questione di probabilità, tutto qui».
«Vabbè, almeno ci vieni anche tu con la squadra di sbarco? Vedilo, sto pianeta, prima di passare il resto dell’anno a sborbottare».
«Io non sborbotto».
«Tu sborbotti eccome. Prima non facevi altro. Borb borb borb».
«Ti degrado».
«Ma piantala».
Dalla nebulosa Testa di Cavallo, dove partiamo – il confine dello spazio colonizzato, non di quello esplorato – al Vuoto di Boote sono… tiè, settecento milioni di anni luce. Dal superammasso di Ercole, che è dove entreremo nel Vuoto, all’altro capo del Vuoto medesimo ne fa circa trecento milioni. Il Villaggio in Campagna viaggia in mezzo a questa zona di spazio rarefatto, nera come i miei incubi, in direzione non chiara. Ora che abbiamo capito come piegare lo spazio e Einstein ha smesso di strangolare l’umanità nella culla, il viaggio dura pochi mesi e il tempo trascorso a casa è lo stesso di quello trascorso sull’Oceano. A parte le operazioni di manutenzione dei due motori Winthrop-Redesdale che ci sparano a velocità superluminale, e la cura quotidiana della sala macchine, l’ingegnere capo, cioè io, non ha altre responsabilità e può dedicarsi ai suoi progetti personali – sto costruendo un modellino 1:1000 di Northrop Grumman B-2 Spirit del XXI secolo, americano, trasportava ordigni nucleari ed era stealth, vorrei provare a farlo volare sul serio – o al relax. Imparo a fare le lasagne, riesco a far sopravvivere la mia piantina di pomodoro, le metto le stecche per farla crescere meglio, ne pianto altre nella serra idroponica dell’Oceano. Vado a bere con i colleghi al bar della nave dopo il turno. Mi guardo migliaia di olo-show.
«Anna, sei sicura di star bene?»
«In che senso, Uri?»
«Detto fra noi, ultimamente mi sembri un po’ spenta».
«Ma se faccio tremila cose».
«C’è qualcosa dentro di te che mi torna strano».
«Uri, sei uno psicologo?»
«No. Sono un ingegnere».
«Ecco».
Arrivati a Pemberley, ci mettiamo in orbita geostazionaria come bravi bambini e tutta la sezione di xenobiologia si agita come le cipolle quando le fai cadere nell’olio bollente. Le precedenti esplorazioni del pianeta sono state fatte da sonde automatiche, siamo i primi esseri umani a sbarcare sull’unico pianeta conosciuto nell’universo dove si è sviluppata vita aliena. Sono, in realtà, perché l’ingegnere capo non è obbligato a unirsi alle squadre di sbarco, può farlo se lo chiede, ma a me di chiedere proprio mi frega poco, mi guardo le olo-foto, anzi nemmeno quelle perché boh, c’è tanto da fare in sala macchine e ogni sera dopo il turno sono troppo sbronza per mettermi a guardare rullini.
Una sera, dopo un guasto agli iniettori del plasma nel nucleo di curvatura, ho particolarmente bisogno di un Moscow Mule. Ma la guardiamarina Dimakos mi frega giocando d’anticipo:
«Comandante, stasera viene con me e i ragazzi su Pemberley? Facciamo una festicciola all’aperto».
«Ma… non è pericoloso?»
«Dopo un mese di su e giù dal pianeta, controlli medici e vaccini per balenottere, se fosse pericoloso ce ne saremmo accorti», interviene Uri. «C’è un po’ meno ossigeno di come siamo abituati, ma ecco, basta che non si metta a fare dei jumping jack».
«Avete il permesso del capitano e della comandante Trench?»
«Sicuro! Basta che ci sia un ufficiale superiore con noi a garantire».
E mi guardano con gli occhioni da cucciolo di foca. Ecco dov’era il trucco, bastardi. Istintivamente afferro i miei gradi sull’uniforme – tenente comandante, se non vi dispiace, quarta nella linea di comando dopo il capitano, il primo ufficiale e l’ufficiale operativo –, li maledico, e mi dirigo verso la sala teletrasporto più vicina con una boccia di Verdicchio.
Pemberley è un pianeta molto simile alla Terra, ma più giovane di quattrocento milioni di anni. A quanto pare, ha seguito un sentiero evolutivo analogo: vita negli oceani, vita vegetale sulle terre emerse, e infine vita animale (ma poca roba, anfibi ciccioni nei fiumi). Guardandomi intorno non riesco a fare a meno di pensare alle immagini nei miei libri di scuola, che ritraevano i paesaggi del Devoniano. Siamo sbarcati accanto a un fiume che taglia in due una delle foreste più corpose di questo emisfero, cinque milioni di chilometri quadrati, solo perché un reticolo di affluenti e fiumi gemelli di questo infradicia per benino il terreno – e tiene il livello di ossigeno piuttosto alto. Dico foresta per via degli alberi: le licofite, come i lepidodendri, le cladoxilopside con le loro chiome a felce che mi guardano da otto metri di altezza, le archeòttere che invece le chiome non le vedo perché di metri ne fanno trenta. È legno, non si sbaglia, ci metto la mano. Non siamo fitti come in una vera foresta pluviale, ma il sottobosco è molto ricco, non di fiori o di erba, ma di muschi, licheni, felci ed epatiche, insomma tutta roba non vascolare, briofite, e se non si fosse capito sto riportando la lezione del guardiamarina Samatar, che fa lo xenobotanico e appena può scende su Pemberley, fosse pure una festicciola, e mi parla nelle orecchie perché si preoccupa se sto zitta. Mentre i colleghi chiacchierano e si dirigono verso una radura dove sistemarsi, realizzo quanto è silenziosa questa foresta. C’è il vento della sera nelle fronde. Se mi concentro, sento il sole che tramonta e non so perché, quando vedo accendersi le stelle una dopo l’altra, ecco un moto di tristezza.
«Ci mettiamo qui? Si sta belli larghi!»
«Pronti, tu sistema il cinema che io penso ai drink e ai cibi».
Uri e Dimakos si dividono i compiti; Samatar, Billings, Pollexfen, Giovannelli e Golovlëv buttano i teli o le sedie pieghevoli sul terreno pieno di licheni. Il tavolino coi drink e le patatine lo capisco. La cosa chiamata ‘cinema’ meno. Uri sta maneggiando un proiettore.
«Cos’è quel coso?»
«Stasera film e cineforum».
«Eh?»
«Guardiamo tre film. Dopo ciascun film, si discute del film. Intanto si beve e si mangia finché non fa l’alba».
«Cosa intendi per film? Un olo-show?»
«No. Niente roba tridimensionale. Il vecchio cinema, prima che inventassero lo spettacolo interattivo. Non partecipiamo, lo guardiamo e basta, è una storia già scritta».
«Ah, una roba d’antiquariato».
«Ma di classe, se permetti».
«Non ne dubito, ma non ci romperemo le palle a vedere una roba piatta e dove non possiamo interagire coi personaggi?»
«Vedrai».
E cazzo, non ha tutti i torti. Seduti, osserviamo il proiettore che spara nel cielo stellato un rettangolone di trenta metri per cinquanta. Spettacolo preistorico: The Women di Cukor (1938). Non c’è manco il colore e devo ricordarmi ogni cinque minuti che si parla dell’inizio del XX secolo, America ricca. Però al netto del sessismo decrepito, è divertente. Soprattutto c’è questa sensazione, per me nuova, di sbirciare in un altro mondo, che è diverso da entrarci e partecipare. Pensavo sarebbe stato più noioso, ipostimolante. No. È proprio un’altra cosa. Avviene una storia in un altro mondo, tu apri una finestra rettangolare e ci guardi dentro. Che strana cosa. Altra stranezza: quando Mary Haines corre incontro a quel pirla di Stephen a braccia aperte, un ‘vieni amore mio ti perdono’ scritto su tutto il suo corpo, la mia tristezza è diventata occhi gonfi. Mi è mai corso incontro qualcuno, anche solo per la voglia di abbracciarmi, baciarmi, amarmi?
Ignoro la discussione. Mangio patatine. Mi schianto di mojito. Mangio altre patatine. Mi passo il dorso della mano sugli occhi chiusi. La notte è fresca ma comunque umida. Cammino nervosa sulla riva del fiume e un anfibio a cui pesto la coda, per protesta, rutta e si tuffa in acqua sbatacchiando le mandibole. Uri viene a riprendermi, mi chiede se ho voglia di un secondo round, e faccio sì con la testa. Questa volta è un film italiano, io e Giovannelli siamo gli unici a non aver bisogno dei sottotitoli: Un borghese piccolo piccolo di Monicelli (1977). Tardo XX secolo, tensioni sociali, il bignami di storia me lo ricordo, si spara per strada e si lavora solo per raccomandazione. Quando vedo la faccia del figlio di Vivaldi morto, le labbra appena insanguinate, lui che grida è mio figlio, è mio figlioooo, mi rendo conto che sto singhiozzando. Per fortuna tutti sono assorbiti dal film e non se ne accorgono. No, sbaglio, ecco Uri che viene a sedersi accanto a me. Non voglio che mi voglia bene. Vorrei che mi abbracciasse come se fosse la mia mamma. Che non lo faceva mai. Oddio, mi sta abbracciando davvero, aaaaah
«Anna, ti sei commossa?»
Appena apro bocca, sento che tornano i singhiozzi, e non riesco a dire se non:
«Gli hanno ammazzato il figlio, era l’unico, e lui è solo, e adesso è ancora più solo, non c’è altro nella sua vita —»
Gli sto allagando di lacrime la spalla.
«È un film molto intenso. E tu sei un po’ sottosopra in questo periodo».
«Ti ho pur detto di no».
«Anna, su».
«Non trattarmi da scema».
«Ma neanche per sogno. Sei sveglissima. Solo, in sofferenza psichica. Succede, eh».
Mi accarezza la testa come se fossi un gatto. Mi appoggio a lui e guardo il resto del film, apparentemente un po’ sfogata dopo il pianto, ma sempre molto triste. Quando il prete, al funerale di Amalia, inizia a dire come sono piccoli gli uomini, che mangiano, dormono, bevono, s’accoppiano, mingono, defecano, e poi vanno all’altro mondo. …se io dovessi dare un mio giudizio complessivo, emettere una mia sentenza, io volentieri invocherei il diluvio universale — ritornano le lacrime. Le carezze non hanno mai smesso. A poco a poco Uri mi fa stendere sul telo e mi mette un cuscino sotto la testa, permettendomi di chiudermi in posizione fetale. Questo calma i singhiozzi. Che film triste, mioddio.
Dopo la discussione, che non seguo, Golovlëv esclama:
«Abbiamo fatto la commedia e la tragedia. Un bell’horror?»
«Lascia fare a me», sogghigna Uri.
Da sdraiata, mi cucco quello che – dice Uri – è un classico del trash-fantascienza-horror, disprezzato dalla critica ma amatissimo dai nerd: Event Horizon di Anderson. Questa volta sono proprio gli sgoccioli del XX secolo, è il 1997 e pare che all’epoca avessero idee molto buffe sui viaggi spaziali. C’è questa nave a forma di croce che finisce in una dimensione di puro male dove crocifiggono la gente e ci fanno passare attraverso il filo spinato, poi torna e cerca di fare secco un altro equipaggio, quello dei soccorritori. Incredibile come al netto dei cadaveri sanguinanti e degli occhi esplosi, il finale sia tutto sommato positivo. La salvezza, sì… anche se non di tutti e a carissimo prezzo, ma è il prezzo che il capitano di una nave deve pagare. Deve salvare il suo equipaggio a costo della sua vita. Che bono, il capitano Miller. E Stark che guarda la Event Horizon mentre torna nella sua dimensione sventrapapere, gli occhioni azzurri, il grido a mezza voce: Miller… eh, lo so, Stark, lo amo anch’io – e nemmeno esiste. Starei per tornare a piangere, quando Billings grida:
«Il capitano!»
Tutti scattano in piedi. Pure io. Il capitano Fenwick, da dieci anni al comando dell’incrociatore pesante Oceano, in uniforme, a braccia conserte, accanto al tronco di un Lepidodendron.
«Riposo, ragazzi».
Rimaniamo immobili, non sapendo bene come interpretare il suo arrivo. Di solito gioca a poker con gli alti ufficiali, me compresa quando mi lascio convincere; di rado si unisce ai ranghi più bassi. Il film comunque è appena finito e ci sono i titoli di coda, su una musica molto chiassona. Uri abbassa il volume.
«Capitano, prende qualcosa da bere?»
«No, tenente, grazie mille. Sono qui per fare un annuncio. Potevo farlo tramite comunicatore, ma avevo voglia di prendere un po’ d’aria. Ero curioso anche di vedere questi film di cui si parla tanto».
«Oh! È riuscito a godersi almeno l’ultimo?»
«Sì, era appena iniziato. Un film con un messaggio, direi. Quasi quasi mi ha ispirato. L’annuncio è che da oggi, ore 00:00 del cronografo di bordo, rimetto il comando dell’Oceano nelle mani del vostro primo ufficiale, la comandante Fortunata Trench».
Silenzio.
«Lo faccio», continua a dire «su consiglio del mio terapista, che la settimana scorsa mi ha diagnosticato una depressione maggiore. Dopo diversi mesi in questa situazione, e sforzi continui perché nessuno di voi se ne accorgesse, credo di avere esaurito le mie energie. No, non credo, è così. Non sono più in grado di esercitare le mie funzioni di comando. Ho iniziato un protocollo farmacologico che dovrebbe alleviare i sintomi, e un po’ stanno funzionando, altrimenti non sarei riuscito ad alzarmi dal letto stamattina o pronunciare questo discorso correttamente; ma resta il fatto che per i prossimi anni dovrò concentrarmi su altro che non sia la mia carriera. Prima si comincia e meglio è».
Ancora silenzio, a parte un lievissimo lamento inarticolato della guardiamarina Dimakos.
«Vorrei che sapeste», conclude il capitano «che tra i mille pensieri che mi torturano, ai primi posti c’è quello di dover lasciare questo comando e questa nave con tutti voi, che sono stati la mia felicità e il mio orgoglio per anni, prima che questo orrore cominciasse».
Poi sembra accorgersi della mia presenza:
«Ah, c’è anche lei, comandante Migliorini. La comandante Trench sta visionando i nominativi per i facenti-funzioni, nell’attesa che arrivi il mio rimpiazzo. Potrebbe farsi qualche settimana da ufficiale operativo».
«Ma io sto in sala macchine», rispondo incazzata nera perché la depressa sono io e il capitano mi ha fregato malamente la scena.
«Sia collaborativa, Anna», mi ammonisce lui con un mezzo sorriso. Poi:
«Non so voi, ma detto quello che avevo da dire, preferirei evitare i commenti. Vostri e miei. C’è un altro film, tenente Yiftach? Distrae molto, questo cinema».
Uri batte le mani, contentissimo:
«Lei mi fa un uomo felice, capitano. Non è troppo tardi per voi ragazzi?»
«Ma quando mai», esclama Pollexfen. «La notte è giovane. Qui su Pemberley il ciclo circadiano non dura ventinove ore nostre?»
«Sì, ma il turno comincia secondo il cronografo della nave, non secondo l’ora di Pemberley», sottolinea Billings.
«Pazienza, guardiamarina. Garantisce il capitano».
E che gli vuoi dire? Uri mette su Wrongfully accused, tardo XX secolo. Il punto del film è che c’è un tizio chiamato Leslie Nielsen, un geniale attore comico. Il film è demenziale. Curiosamente, sia io che il capitano Fenwick ridiamo come deficienti, a bocca aperta; si vede che ai depressi, quando arriva una buona ragione di ridere, ne approfittano. Mi si accavallano i pensieri: dovrò andare in analisi anche io? Fenwick resterà con noi fino al suo rimpiazzo? Forse potremmo fare due chiacchiere? Non abbiamo mai veramente parlato, io e lui. Anche se mi ha promossa lui, anche se mi ha voluta lui come ingegnere capo, anche se… ma io non so parlare con la gente, anche tra me e Uri è Uri che parla e io che gli tengo dietro perché lui sa farlo e lavora per due. Ma sto come Fenwick, o peggio? O forse meglio? Tra le risate lo vedo fare smorfie, contrarsi, piangere, poi tornare a ridere. Che senso ha essere a settecento milioni di anni luce da casa, se la tua testa funziona – e disfunziona – allo stesso modo? Che scopo aveva, allora, viaggiare così lontano?
Finisco per distrarmi quando mi accorgo che, sul tappeto delle briofite, è uscito dalle acque a curiosare un anfibio gigantesco. A occhio sono sei metri, la testa è piatta e triangolare, le zampette corte e robuste. Nei report delle squadre esplorative non ricordo di averlo mai visto. Forse è molto raro in questa zona. Ma non credo sia in cerca di preda. Le immagini in movimento nel rettangolone sospeso sembrano averlo rapito. Vedo le sue quattro palpebre inumidirgli gli occhi, grandi e tondi come biglie, come pozzi neri su cui luccicano i bagliori delle stelle e le luci del film. È emerso nel cuore della notte, come tutti gli incubi. Però al momento buono, non ha colpito né ucciso. Orrendo ma mite, si è messo lì a fare compagnia.