Diablura
Questo luogo lega la sua esistenza al tempo, al modo in cui lo consumo. O forse dovrei dire al modo in cui non lo consumo. Qualcuno mi ha detto che è il tempo che consuma me. Vale anche per tutti gli altri pilastri su cui si regge la vita delle persone: il giorno e la notte, i cinque sensi, l’amore, la morte, la geografia sentimentale di certi posti del mondo, il desiderio.
Mi trovo su quest’isola proprio per un sentimento: l’attesa. Sì, per me l’attesa non è il trascorrere dei minuti desiderando il ribaltarsi repentino di certe condizioni del corpo e dello spirito. È più una predisposizione, un tentativo di orientare l’immobilità. Sono qui anche per il silenzio. Ascolto. Respiro. Frugo nella notte – la notte – con gli occhi spalancati.
La mia isola è tutta nera: sabbianera, terranera, marenero. Ombre lunghe, il sole che picchia su precipizi, ma non ha forza, non ha valore, qui l’unica cosa che importa è ciò che avviene dopo il tramonto. La mia isola è un sogno di catrame, pece liquidogrumosa che ingoia ogni tentativo di bruciare il giorno. Non c’è musica, non ci sono estranei, forse non c’è nemmeno un’isola, ma solamente un chiodo conficcato dal martello di dio in un punto imprecisato, il più lontano possibile dal caos. Una Babele muta, senza peccato.
Sono sola. Sono convinta di essere sola anche quando lui mi sfiora. Quel qualcuno ha detto che è una diablura.
*
/dia·blu·ra/
Misfatto straordinario, azione sconsiderata, esposta al pericolo e fuori dalla ragione o dal tempo.
*
Durante il giorno sonnecchio, mangiucchio, leggiucchio. Azioni a metà, mai affrontate con la vera intenzione di portarle a termine. Sono atti sterili, copie fasulle di gesti reali che si concludono solo nella mia mente. Le ore che scorrono dall’alba al tramonto sono un ponte, il transito necessario del tempo. L’isola nera si sveglia quando le ombre avanzano e ingoiano anche il mare.
Non ricordo l’ultima volta in cui ho parlato. Qui non c’è nessuno. Solo lui. Anche lui non parla, forse è la copiacarbone di un uomo vero, ma non ha nome, viso, odore. Però viene da me ogni notte, a ogni rintocco del buio. Non mi sono mai voltata a guardarlo. Questo è ciò che amo raccontarmi.
C’è un’altra isola sul filo dell’orizzonte. Galleggia, è una gemella lontana. A differenza della mia, quella è tutta bianca, splendente di cristalli di sale. Forse è l’altra metà della mela, la Babele sonante: lì esiste solo il giorno, il sole, la pelle bruciata, il sudore, i rumori, il vizio, e la notte non è che un intermezzo sonnolento, frutto di un necessario riposo. Mi disgusta pensare alla sua esistenza. Io sto bene solo qui, nel mio pezzo di terra pendente attaccato alle sue tenebre come per disperazione e sopravvivenza.
La prima volta che lui è venuto da me non ero pronta. Guardavo l’isola bianca seduta su un precipizio. La odiavo. Volevo sprofondasse mangiata dalle fauci di Scilla e Cariddi. Perché esisteva? Per ricordarmi che ero immobile? Che sopravvivevo io stessa a metà, a rallentatore?
In quel momento l’ho sentito. Era dietro di me. Il suo corpo non produceva alcuna ombra, ma presto lo avrebbe fatto; un’ombra che avrebbe assorbito anche la mia. Non mi voltai a guardarlo, mi bastava sapere che era lì a osservarmi. Quella volta restò solo qualche istante, il tempo – il tempo – che il sole affogasse. Quella notte i miei occhi rimasero ancora più spalancati. Mi convinsi di aver immaginato tutto.
Lui però tornò il giorno dopo, e quello dopo, e quello dopo. Compariva sempre nello stesso momento, sempre nello stesso punto, a proteggermi le spalle. Non aprii mai la bocca per chiedere il suo nome. Non m’importava. Era lì per me. Condividevamo lo stesso amore per la segretezza e l’oblio, lo stesso odio per l’isola bianca. Poi, molto tempo dopo, venne a sedersi accanto a me. Non mi voltai a guardarlo. Temevo che se l’avessi fatto sarebbe scomparso. Abbassai il capo, ebbi solo il coraggio di osservare la sua mano: una mano grande, chiara, la pelle lievemente verdognola. Non seppi decidere se appartenesse a un giovane o a un vecchio. Non m’importava.
Formicolarono le mie, di mani, come un impulso a muovermi, ad afferrarlo. L’isola però non amava che le cose fossero fatte di fretta, con violenza, solo per soddisfare un capriccio personale. Posai la mano sinistra sulla mia coscia, lui posò la mano destra sulla sua. Ci toccammo pur senza toccarci. In confronto, io sembravo una bambina, lui un gigante. Mi venne il dubbio che lo fosse davvero: un gigante in esilio, cacciato da un qualche Olimpo di bronzo, tanto sembrava di bronzo anche lui. La sua mano era verderame. Desiderai che mi contagiasse, che stampasse le impronte sulla mia pelle, un desiderio violento, insensato, e lui dovette avvertirlo perché quelle ondate colavano da me con un calore insopportabile: un calore di lava. Così sparì. Capii che avevo sbagliato: nel giro di un paio di minuti avevo consumato una quantità oscena di tempo. L’isola bianca di fronte a me emanò un bagliore improvviso, forse il riflesso di una vetrata, la luce di un faro, la scocca brillante di un’auto. La odiai di nuovo. Sulla mia isola non c’erano auto. Sulla mia isola c’erano solo le piante dei miei piedi, la delicatezza di un’unica vita umana contro la volgarità della folla.
Rimasi sola per settimane. Non ne soffrii, ero abituata. Ero lì per quello e sapevo che lui sarebbe tornato. C’era però qualcosa di diverso: il mio modo di abbellire il tempo. Prima della sua comparsa non mi occupavo di affari quotidiani come sistemare casa, lavare i piatti, curare i fiori in giardino, pettinarmi, pulire i piedi, tagliare le unghie. Per chi avrei dovuto fare quelle cose? Per me stessa? Non sentivo la necessità di arrotondare la vita, amavo la mia solidità, il disordine, la trascuratezza del corpo, il suo naturale modificarsi per adattamento.
Mi accorsi all’improvviso che i nodi nei capelli mi deprimevano, che i miei piedi sempre scalzi avevano tagli e punture di insetti e sporco sotto le unghie, che i fiori di malva selvatica che sbocciavano tra la calcenera morivano di sete. L’isola non voleva si facessero le cose di fretta, allora cominciai a occuparmene con una lentezza di lumaca: una notte, seduta sul bordo del letto, afferrai la spazzola. Non l’avevo mai usata, non sapevo nemmeno perché ce l’avessi. Presi a pettinare una ciocca minuscola alla volta, strinsi i denti a ogni nodo, a ogni bulbo forzato, sentivo il tic dei peli più deboli che si spezzavano. Scoprii che amavo moltissimo la sensazione delle setole sulla cute. Sembrava pioggiasottile.
Tenni gli occhi chiusi per tutto il tempo. Un benessere liquido discese dalla radice dei capelli fino alla nuca, scivolò sulle spalle, nelle braccia, alla base della schiena. Istintivamente contrassi il ventre. Ascoltai la notte – la notte. La porta di casa era aperta, le luci dell’isola bianca ammiccavano. Mi resi conto che la spazzola pesava nelle mie mani, perciò la posai sul lenzuolo, nero anche quello, e appoggiai il palmo destro contro l’ombelico. Senza volerlo rivolsi le dita verso il basso. Attraverso la leggera stoffa della maglia riuscivo a sentire il calore, la compattezza, la lieve depressione della pelle, l’assenza dello slip. Non mi toccavo da moltissimo tempo – moltissimo tempo – dalla vita di prima. Un battito fece capitombolo, per paura riportai la mano sulla spazzola, come per afferrare un’arma. Dov’era lui? Perché non veniva da me?
Non accadde nulla. Quel silenzio, quell’assenza di lampi violenti, mi tranquillizzò. Uscii di casa, sotto le piante dei piedi la terra era fresca, leggermente umida, calpestai pietruzze e foglie e fiori. Rimasi avvolta dall’oscurità e dall’argento della luna: si sentiva solo lo strascicare del mare sotto la scogliera, il fluire del vento tra le rocce. Pensai che sarebbe stato bello se lui fosse comparso dietro di me proprio in quel momento, ma non lo fece. Allora mi chinai, colsi un fiore di malva abbastanza grande, ne accarezzai i petali coi polpastrelli: erano setosi, ghiacciati, striati da impalpabili venature di linfa e brina. Riuscivo a vedere il colore del fiore, il suo nucleo nerastro, un secondo minuscolo bocciolo proprio nel mezzo. Lo penetrai con l’indice, lentamente. Sentii il polline infilarsi sotto l’unghia, la sottile pelle violetta aprirsi in un taglio. Desiderai fare lo stesso su di me. Desiderai che lo facesse lui su di me.
Rientrai in casa, mi misi sul bordo del letto, aprii le gambe. Scacciai la tentazione di ficcarmi due dita dentro: all’isola nera non sarebbe piaciuto. Forse all’isola bianca sì. Mi coprii con la stoffa della maglietta, appoggiai il fiore nell’incavo della carne, quel doppio filtro, dei petali e della stoffa, non bastò a nascondere il fatto che ero bagnata. Mossi le dita pianopiano e, nonostante tutto, il fiore di malva cominciò a sgretolarsi, ad amalgamarsi con la mia eccitazione, diventò calce, colla, miele, allora pensai a lui, alla sua mano dalla pelle verdognola, e mi convinsi che anche lui fosse una pianta, un gigantepianta o una piantagigante, e che avrebbe voluto che facessi quello che stavo facendo per tenermi pronta, per accoglierlo quando sarebbe tornato.
Mi fermai poco prima di. Non toccava a me. Non potevo consumare il tempo in quella maniera, dovevo aspettarlo. Gli avrei lasciato il compito di prendere ciò che era venuto a prendere. Mi osservai le dita: erano macchiate di violaverde, così come la maglia. Non mi preoccupai di toglierla, mi misi a dormire con il viso rivolto verso l’orizzonte, verso l’isola bianca. La odiai ancora di più perché guardava di rimando, sbeffeggiando la mia pazienza, la mia aulica, nobile, misura del tempo.
Nell’attesa del suo ritorno cominciai a immaginare. Quando si sceglie di diluire le ore, i minuti e persino i secondi è molto facile confondere fantasia e realtà. In mancanza di parole, di contatto, del semplice suono della mia voce – una voce che avevo smesso di usare per silenziare il rumore del mondo – costruivo scenari, sogni recitati da attori muti, da mimo che esasperavano i gesti per farsi comprendere e si muovevano a una velocità simile alla mia.
Poi una notte lui venne. Ero distesa su un fianco, il viso sempre rivolto all’isola bianca. Lo vidi arrivare risalendo la scogliera, un corpo latteo contro la roccianera, una lucertola di sale. Serrai gli occhi. Il battito si concentrò nello spazio tra il timpano e il cuscino, sembrava volermi scavare la tempia, ebbi paura che lui potesse sentirlo e che la mia agitazione lo spaventasse. Ma lui non si spaventò. Un lieve spostamento d’aria disse che era entrato in casa. La sua ombra oscurò lo spazio, era in piedi davanti a me, mi guardava far finta di dormire. La sua ombra assorbì la mia, divenne tutt’uno con il tessuto profondo dell’isola mia – sabbianera, terranera, marenero, uomonero – tutt’uno col colore dell’anima mia.
Superò il letto. Tesi l’udito, non produceva alcun rumore. Il materasso s’infossò, il peso del suo corpo si adagiava dietro al mio. Non mi aveva ancora nemmeno sfiorata. Aprii gli occhi, li spalancai contro il buio. Non riuscivo a vedere niente. Il mio, di corpo, cominciava a ribellarsi: imponeva ai tendini del collo di muoversi, di contrarsi, di comportarmi come Orfeo che aveva ceduto girandosi a guardare Euridice. Ciò che mi impedì di farlo fu la consapevolezza del tragico epilogo. Io non volevo che lui sparisse. A costo di inchiodarmi al letto non mi sarei voltata. Non mi voltai, non ancora, ma rimasi con gli occhi aperti.
Di colpo un crampo al polpaccio. Soffocai un lamento. Proprio allora, lui mi sfiorò il piede col suo: muoveva l’alluce contro il mio tallone, mi spingeva come a invitarmi, a tentarmi di rispondere a quel contatto. Trattenevo il respiro. Sapevo che se avessi anche solo buttato fuori un fiato lui avrebbe capito.
Mi trasformai in una statua, io stessa un’isola nell’isola, negandomi qualsiasi movimento inconsulto, pur desiderando disperatamente spezzare quella quiete, quella stasi autoimposta, liquefarmi per fondermi a lui. All’isola non sarebbe piaciuto se mi fossi voltata e l’avessi afferrato, se l’avessi baciato, ficcandogli la lingua in bocca, le mani sulla carne, nei capelli – aveva poi una bocca, una carne, dei capelli? – il dubbio mi ammazzava.
Il silenzio pesava in forma di terzo ospite, una lastra di vetro tra me e lui. Il dilataaaaaaaaaaaarsi del teeeeeeeeeempo come contropeso per il mio battito impazzito, che certamente lui poteva sentire. Anche io sentivo il suo. Era nervoso come me. Eppure restava il dubbio che fosse per causa mia, per contagio.
Restammo immobili per ore. Non avrei mai pensato fino a quel momento che due corpi vivi e vibranti potessero conservare una tale fermezza. Potevo quasi sentire l’isola nera sorridere, compiacersi per la mia forza di volontà. Ma perché? Io volevo toccarlo, volevo che lui mi toccasse, che agisse in modo sconsiderato, che mandasse al diavolo ogni reticenza a costo di scuotere le fondamenta di quel luogo da sempre calmo, imperturbabile. Se riuscivo miracolosamente a restare inerte, lo stesso non poteva dirsi dei miei pensieri: nella mia testa s’era già consumato un baccanale, due, dieci, tre milioni.
All’improvviso lo sentii respirare: un fiato sottile, come leggermente trattenuto. Capii che stava per parlare.
Diablura.
/dia·blu·ra/
Sussurrò così: diabluuuuuuuuuuura. Lo soffiò tra i denti, solleticandomi la peluria dietro la nuca. Poi avvicinò il suo corpo al mio, adattandosi alle mie curve, ai miei vuoti, agli spazi speculari. Mi sfiorava con i suoi spigoli, le ginocchia, i gomiti, le dita dei piedi. Non era caldo, non era freddo. Restammo fermi per altre ore, ascoltando la notte. Ogni minuto prese la forma di una tentazione diversa: voltarmi, parlare, chiedere il suo nome, dirgli il mio, rispondere a un tocco, andare in bagno perché la vescica mi scoppiava, afferrargli la mano e ficcarmela tra le cosce, contrarre i muscoli per combattere i crampi, immaginare le conseguenze di questo o quel gesto, avere il terrore di rovinare ogni cosa.
Dopo un tempo infinito, lo sentii russare lievemente. Fu allora che ebbi il coraggio di muovermi, la lentezza di un bradipo, un millimetro alla volta. Mi girai sull’altro fianco. La delusione di non riuscire a vedere il suo viso per colpa del buio fu una stilettata allo stomaco. Tenni gli occhi ostinatamente sbarrati, volevo che si accorgesse che che ero sveglia, che scrutavo l’oscurità, volevo che vedesse il chiarore riflesso nelle mie pupille.
Lui non si mosse, ma io sentii – sognai di sentire – due lievi tocchi sul polso. Mi stava chiamando. Le parole si incastrarono in gola. Non potevo tossire. Avevo sete. Di cosa? D’acqua, di lui, di mare, di vita, di stupidità compiute per istinto, per il semplice richiamo della carne, e sconvolgere la dittatura dei sensi, mandare tutto a puttane, perché se non si vive per un attimo così allora che senso ha persino respirare?
Non potevo restare ferma un istante in più. Che l’isola mi ingoiasse e poi sputasse le mie ossa. Mi alzai con uno scatto violento, abbandonai il letto, tolsi la maglia macchiata di violaverde e gliela lanciai contro e poi corsi fuori casa a piedi nudi, nuda anch’io, perché avevo bisogno di sentire il freddo, il morso della fame, gli aghi di ghiaccio dell’acqua, le ferite ai piedi, negli stessi punti dove lui mi aveva toccata, e andai a buttarmi in mare, ad affogare quel desiderio troppogrande, troppogonfio, troppotutto per essere contenuto in un corpo solo.
L’acqua mi avvolse, ma non spense il turbamento. Veniva dalle viscere, da un punto in cui non potevo raggiungerlo. L’isola bianca rideva a crepapelle. Allora sprofondai sott’acqua e urlai. Dopo mesi, anni, decenni, dopo dieci millenni, tirai fuori la voce, urlai il suo nome anche se non lo conoscevo, lo inventai, perché potesse sentirmi lassù, nel letto di casa mia.
Continuai a urlare. Mi sembrava il giusto compromesso gridare senza emettere suoni, riempire la bocca d’acqua salata, ingoiare particelle minuscole che la mia isola aveva prodotto, diventare io stessa parte di quell’ecosistema che di me non aveva bisogno.
Aprii gli occhi, la retina si contrasse, bruciò, non vedevo nulla, nulla mi vedeva. Il fondale marino era lontano, lontanissimo, di un nero siderale, estraneo al mondo dei vivi. Mi spaventai, cominciai a tremare per la paura e il freddo.
La tentazione di restare lì, di farmi mare, fondale, briciole di ossa sparse tra le correnti, di esiliarmi definitivamente, di diluirmi in una morte aperta. M’installai fugacemente in una falsa idea della morte: pensai la morte accanto a me*.
Capii che il problema non era se sopravvivere, e come, ma il mio desiderio. E il suo. Il fatto che coincidessero. D’improvviso il richiamo della sopravvivenza: la vescica mi scoppiava. Se ci penso adesso sorrido: salvata dal fatto di dover fare pipì. Un’azione meccanica del corpo, tanto banale e grottesca da riuscire a sconfiggere la voglia di lasciarsi morire. Mi liberai in mare, dopo mi sentii meglio. Risalii verso l’aria, avevo i polmoni in fiamme. Sollevai lo sguardo al cielo: le costellazioni si erano coagulate in forma di una balenabianca che si librava gravandomi addosso, allora mi domandai dove fosse il sopra e dove il sotto, dove la vita e dove il suo spegnersi, e che significato avesse il desiderio di capirne la differenza. C’era davvero, una differenza?
Forse lui poteva dare una risposta. Forse averlo lasciato solo era stato un errore. Avevo rifiutato il suo desiderio, rinnegato il mio, bruciato la mia riserva di tempo, eppure l’isola nera non ne sembrava turbata. Lanciai un’occhiata alla sua gemella bianca: stava per svegliarsi, l’alba si avvicinava.
Riemersi dall’acqua, tornai indietro tenendomi stretto il corpo nudo tra le braccia. Perché all’improvviso avevo paura che qualcuno mi vedesse? Perché mi vergognavo?
Rientrando in casa mi fermai sull’uscio della porta. Il letto era vuoto, la mia maglia violaverde era sparita. Il chiarore del giorno rivelò una sagoma sulle lenzuola spiegazzate laddove lui aveva dormito. La stoffa ne tratteneva la forma, il peso, l’esistenza. Non era allora frutto della mia immaginazione. Lui era. Viveva in quell’esatto frammento di tempo, nella fenditura tra la notte e il giorno.
Con il sollievo di chi è scampato alla morte, salii sul letto, mi adagiai in quella conca, riempii il suo spazio negativo. I miei capelli inzupparono subito il cuscino. Lui era andato via, ma la sua ombra era rimasta. La sentivo ondeggiare sotto di me, come se il materasso fosse percorso da una colonia di formiche. Mi cullava, accarezzandomi la pelle delle gambe, infilandosi silenziosamente tra le cosce, tanto sottile e morbida che mi domandai se non la stessi immaginando. Non avrebbe fatto alcuna differenza. Restai con gli occhi chiusi, mordendo il lenzuolo, affogando i gemiti di quel sogno lucido per non urlare di nuovo. Prese quello che era venuto a prendere.
Capii che non dovevo pensare al tempo come a un’entità astratta che consumavo, o che consumava me: era più un inganno, una trappola da ordire all’isola stessa. Ingannare il tempo. L’isola nera non poteva rinnegare le ombre, era un ordine dettato dalla sua genetica. Non avrebbe rinnegato neanche lui, e me, che lo accoglievo in quella maniera.
Era questo che intendeva con diablura.
Lui continua a venire da me ogni notte, a ogni rintocco del buio. Non mi sono mai voltata a guardarlo. Questo è ciò che amo raccontarvi.
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(*Roland Barthes, “Frammenti di un discorso amoroso”, Einaudi, 2014, pg. 94.)
A illustrare: fotografie del 1990 di Claude Nori, dal libro fotografico “Stromboli”, ed. 2015, Contrejour.