Domani smetto
«Sei in ritardo di dieci minuti. Ho già preso i biglietti o finivamo in prima fila».
Roberta T. mi parlava dal vivavoce del telefono, incastrato tra la coscia destra e la coscia sinistra. Non ho mai imparato ad attivare il bluetooth. Certi dettagli della tecnologia dell’automobile mi erano ostici.
«Grazie. Sto arrivando».
«Sappi che ti sto aspettando per ucciderti».
Roberta T. era molto disinvolta con le minacce.
Avevo due possibili scelte davanti a me. Stavo adottando la prima, premendo l’acceleratore lungo la strada che mi avrebbe immessa dal sobborgo in cui abitavo in un altro, e infine lungo la statale, in cui avrei osato i cento orari e rosicchiato forse un minuto al ritardo stimato – spropositato, degno di ghigliottina – per entrare in sala prima dell’inizio del film.
La seconda era fare rifornimento. Il serbatoio era quasi vuoto e il contatore dei km residui fisso sullo zero da venti minuti. Continuavo ad accelerare, a ripetermi che conoscevo la mia auto: erano anni che la sottoponevo a quel regime di carestia, spremendo fino all’ultima goccia di carburante. Le probabilità che proprio quel giorno mi avrebbe tradita erano minime rispetto alla certezza del rimprovero di Roberta T. Non volevo farla arrabbiare, che pensasse che non avevo rispetto per il nostro appuntamento al cinema. Tra le mille distrazioni, era difficile dimostrarle che ci tenevo.
In quegli anni avevamo tantissimo da fare. Lavoravamo da poco, c’era da conquistare la fiducia dei capi, la posizione, l’aumento; avevamo l’affitto da pagare, il bollo dell’auto; uscivamo il venerdì e il sabato, la domenica andavamo a pranzo dai rispettivi genitori e cercavamo di tenerci aggiornate sui fatti del mondo, i gossip, chi stava con chi e chi si era lasciato, per garantirci argomenti utili alla macchinetta del caffè. Il tempo per vederci era ridotto a un giorno infrasettimanale ogni due mesi e provavamo a recuperare gli eventi fondamentali nel tempo di un hamburger con patatine e coca zero. Ci scacciavano dal finto diner americano accanto al cinema verso l’una e il giorno dopo pagavamo le occhiaie, senza aver fatto altro che ripeterci quanto avessimo da fare. Aspettavamo di annunciarci qualcosa di epocale, lavoravamo perché accadesse. Fermarmi al distributore era in fondo alle mie priorità.
C’è da dire che l’aggravante fu che avevo scelto io il film, Spiderman: far from home, sulla cui qualità non spendo caratteri, e che arrivassi in ritardo era paradossale. Roberta T. mi aspettava bellicosa davanti alla biglietteria con una bottiglietta d’acqua e un cartone di popcorn taglia small.
«Se li volevi dolci, potevi arrivare prima».
Mi salutò in quel modo e mi tese i biglietti. Li sventolai al tornello della scala mobile e corremmo in cima, sbattendo le suole sui gradini di metallo, facendoci odiare da chi, placido e puntuale, si lasciava trascinare al primo piano. Quando entrammo in sala, stavano proiettando un trailer. Sfilai le chiavi dell’auto dalla tasca per metterle in borsa. Lei riuscì a preoccuparsi per la mia faccia, nonostante fosse incazzata.
«Mi sembri strana, tutto bene?»
Risposi di sì, che mi dispiaceva del ritardo e lei borbottò che la prossima volta, lo giurava, mi avrebbe dato appuntamento all’orario sbagliato. Obiettai che avrei controllato sul sito del cinema e lei replicò che mi sarebbe venuta a prendere a casa, armata di scopa. Gli altri spettatori tossicchiavano, così decidemmo di piantarla. Riuscimmo a trovare i nostri posti, a incastrare cibo e bevande sui sedili e a metterci comode. La sentii sospirare.
«Te me fé morire, Trevisan».
Io mi aggrovigliai nella mia poltrona, costringendomi a pensare a Spiderman. Ogni altra cosa poteva attendere: era il momento di rilassarmi, di dimenticare la pesantezza della giornata e di stare con Roberta T., a cui sorrisi, a braccia incrociate, trattenendo il senso di colpa.
Andò come previsto: hamburger, patatine, coca-cola. Aggiungemmo un donut a testa, per premiarci. Eravamo esauste: ero una freelance, ma dedicavo tutto il mio tempo a un’azienda che mi sottopagava per un monte ore criminale, nella speranza di ottenere un contratto. Roberta T. si divideva tra un lavoro a tempo pieno e progetti di dottorato. Verso mezzanotte ci ritrovammo in silenzio, fissandoci, nel pieno di uno di quei momenti in cui sembrava ragionevole arrendersi, ammettere che il film era pessimo, che stavamo sbagliando tutto e ripetere – per la centesima volta – che avremmo dovuto accettare quel posto da commesse che ci avevano offerto a diciott’anni. Non serviva dirlo a voce alta. Ci gravava nello stomaco insieme al conto delle calorie in eccesso, ci giudicava e sconfiggeva, ma sarebbe passato. Il sonno avrebbe sistemato tutto e al mattino ci saremmo sentite la pancia sgonfia e la lista di cose da fare avrebbe sovrascritto i pensieri di fallimento. Decidemmo di tornare a casa prima del solito. Ridemmo, alzandoci dalle poltroncine di vinile, dicendoci troppo vecchie per quella vita, le uscite e le ore piccole. Non ero serena, suonavo falsa. Per tutto il tempo, in sala, sedute al diner, parlando di Tom Holland e Jake Gyllenhaal, non avevo smesso di pensare al problema che mi ero trascinata da casa al cinema. Che mi pesava in borsa e sulla coscienza: più si avvicinava il momento di tornare, più si faceva incombente. Cominciai a guardarmi attorno, nervosa.
«Si può sapere che hai?»
Ero sempre stata brava a cercare soluzioni ai problemi che creavo e complicavo da sola.
«Hai ancora l’acqua?»
«Ce n’è un goccio, se vuoi».
Mi tese la bottiglietta e io la finii.
«Non buttarla», ordinai. Poi presi la mia coca-cola in vetro, finita, e feci lo stesso con quella sul tavolo accanto. Calcolai poco più di un litro. Due sarebbero stati meglio, ma avrei saputo farmelo bastare. Mi alzai.
«Andiamo a pagare».
«Trevisan, che cazzo stai facendo?»
Non risposi. Feci spazio in borsa per incastrare un’altra bottiglietta di plastica, mezza accartocciata, che recuperai da un bidone vicino alla cassa. Un litro e sessantasei, bene.
«Sei impazzita?»
Mi sibilò all’orecchio, mentre estraevo il portafoglio. Per la prima volta da quando ero uscita da casa, cominciai a sentirmi tranquilla. Lei vide il mio viso distendersi, sorridere.
«Poi ti spiego».
Pagai per la sua cena e per il suo silenzio, mentre troneggiava sdegnosa, mani in tasca, schiena eretta, al mio fianco.
«Tu sei completamente fuori di testa».
«Ci mettiamo cinque minuti».
«Mi farai esplodere la macchina. Me l’ha regalata mio nonno, pagata con la sua pensione».
«Non succede niente».
«Cos’è questa puzza».
«Diesel».
«Sta per terra, Nicole! Guarda, hai fatto una pozza. Sbrigati, finisci, sali subito e andiamo via. Salteremo in aria».
«Scusa se spillare carburante non è facile come spillare una birra».
«C’è una telecamera, non possiamo farlo, è vietato! L’hanno pure scritto qui, guarda».
«Ma dove?»
«Avranno letto la targa della macchina, domani verranno a prendermi, mi telefoneranno i carabinieri e dovrò spiegargli che ho un’amica deficiente. Muoviti, prima che ti uccida».
«Ho quasi finito».
«Non toccare niente, per carità».
«Cerca di guidare piano, che sennò si rovesciano».
«Se vengono fuori casini, sappi che dirò che è stata tutta una tua idea. Com’è possibile che a trent’anni tu non sappia fare benzina?»
«È che non mi piace».
«Ma che vuol dire, che ti piaccia o no lo devi fare. Ah, senti che puzza. Mi sta venendo il mal di testa, l’emicrania».
«Ti do i soldi per il lavaggio».
«Ma che soldi. Te lo do nel cervello, il lavaggio».
Raggiungemmo il parcheggio del multisala senza che nessuna bottiglietta si rovesciasse all’interno dell’abitacolo. Premevo i pollici su quelle in vetro, le altre erano state tappate. Erano piene per meno di metà, una quantità insufficiente a quella programmata, ma sarebbe bastata per raggiungere, stavolta in autonomia, il distributore, e fare un vero rifornimento.
Ero sudata. Roberta T. non aveva smesso di rimproverarmi. Neanche quando ero scesa, prudente, si era calmata. L’operazione di sversamento del carburante nel serbatoio arido della mia auto si svolse rapido, senza sprechi. Mi avviai a gettare nell’immondizia le bottigliette.
«Fermati».
Mi disse. Emanavo un odore pungente, che in effetti rischiava di farmi venire la stessa emicrania di cui Roberta T. aveva dichiarato di soffrire a causa mia.
«Se le butti nel cestino e qualcuno getta una sigaretta, prenderà fuoco».
Mi bloccai. Scene di Chernobyl, con corpi consunti dalle fiamme, gommosi e anneriti, cominciarono a proiettarsi sullo schermo della mia retina. Orripilata, feci un passo indietro.
«Hai ragione».
Roberta T. non aspettava altro.
«Sì che ho ragione, cazzo».
Doveva essere molto stressata, perché il turpiloquio non era la sua specialità, e non era la prima volta che vi ricorreva, quella sera. Provai a respirare a fondo. Mi ritrovai con i polmoni che bruciavano per l’odore del diesel.
«Ok. Niente panico».
Mi guardai attorno. Le luci del cinema erano spente, nel parcheggio erano rimaste meno di una decina di macchine. Era quasi l’una. Eppure, l’insegna del ristorante dove avevamo mangiato era ancora accesa e all’interno delle vetrate vedevo persone in maglietta rossa, berretto col frontino e pantaloni neri affaccendate a pulire il pavimento.
«C’è il diner aperto», esclamai, avviandomi verso la porta a vetri, con il mio carico potenzialmente esplosivo in mano, la borsa a tracolla, i capelli appiccicati alla fronte.
«Sta chiudendo, ti riempiranno di maledizioni, ti prenderanno per matta».
Mi rincorse, ma non provò a fermarmi. Entrò con me, anzi, in rigido silenzio, come se la faccenda non la riguardasse e fosse lì per caso, seguendomi nel bagno del personale mentre mi lavavo le mani, le braccia, la faccia, tentando di togliermi di dosso l’olezzo di idrocarburi che mi stava corrodendo la pelle. Erano stati gentili, si erano offerti di prelevare i miei rifiuti tossici e di usare il loro lavandino, tra scope e secchi, per darmi una sistemata. Era probabile lo ritenessero il giusto compenso per la storia delle mie pessime idee, da rivendere a parenti e amici. Dopo aver ringraziato i camerieri, ci fermammo davanti alle nostre auto, entrambe con le chiavi sfoderate.
«Grazie di tutto, Roby».
«Ti staccherei la testa».
«Davvero, scusami».
«Vai a cagare, Trevisan».
Si infilò in macchina. Io feci lo stesso, ipotizzando un palinsesto di scuse da lì ai giorni successivi, ma prima che potessi mettere in moto, sentii il suo finestrino che ronzava nell’aria estiva, abbassandosi.
«E scrivimi quando arrivi a casa».
La notte era fresca e si prometteva infinita. Le ore di lavoro, il film, la cena e la disavventura del rifornimento avevano dilatato il tempo da quando ero uscita di casa. I giorni successivi li avrei passati in casa a riposare – mi rassicurai. Divano e film. Non avrei speso soldi né dovuto preoccuparmi del serbatoio. Avrei dormito a sufficienza. Al mattino mi sarei svegliata con un aspetto sano, fresco. In ufficio sarei stata efficiente e svelta. Sì, Roberta T. aveva ragione, era ora di smetterla con le cazzate, di gestire la vita adulta e di essere responsabile, meritandomi i privilegi che avevo in quanto persona con un’istruzione, un impiego – pur sempre una ragionevole fonte di sostentamento. Per questo, mentre tornavo e una lamina d’aria passava dal finestrino, ero tormentata da quello che avevo fatto quella sera: avevo rischiato di rimanere senza carburante, costringendo Roberta T. a un’operazione rischiosa, rubato bottiglie vuote da un ristorante come la peggiore delle disgraziate e infine avevo avuto la faccia tosta di tornare e chiedere se per favore potevano aiutarmi a far sparire le mie pseudo molotov e concedermi l’uso del bagno. Il pensiero dell’enorme chiazza sul piazzale, causata dall’imperizia di manovrare la pompa, mi perseguitava. Immaginavo ancora sagome infuocate e corrose dalle ustioni e, di lì a poco, un camionista e padre di famiglia fermarsi per mettere benzina, accendersi una sigaretta, sovrappensiero, già stanco, e scomparire in una nuvola di fumo rosso ruggine che avrebbe dilaniato l’autocarro. Leggevo gli articoli di cronaca, “strage al distributore”, e ascoltavo il computo stimato dei danni per voce di una giornalista con una tragica cadenza veneta. Mi vedevo arrossire, colpevole ma non incolpabile, perché con l’esplosione le telecamere erano state distrutte. Io e Roberta T. eravamo al sicuro, ma non la mia coscienza. E quando la mia coscienza era in pericolo, c’era solo una persona a cui potessi rimettermi.
«Mamma».
La sua voce biascicò qualcosa, prima di rendersi conto di aver risposto davvero al telefono a notte fonda. Aveva l’abitudine di dormire con la suoneria accesa, perché non si sa mai. Nonostante i miei sforzi, mi conosceva bene.
«Oddio, che è successo? Ma che ore sono?»
«L’una e venti».
«Stai male?»
«No, no. Senti, devo chiederti una cosa».
«Ma dove sei?»
«In macchina. Credo di aver fatto un casino».
Le spiegai cos’era successo, soffermandomi sulla problematica che mi affliggeva, ovvero il lago – più ci pensavo più le dimensioni della pozza si allargavano – di liquido combustibile sul piazzale del distributore. Le chiesi se non dovessi fare una telefonata anonima ai Vigili del Fuoco, per avvertirli. Credevo di sentire, lontane e implacabili, le sirene della camionetta. Ma c’era solo silenzio, dall’altra parte del telefono e attorno a me, che mi ero fermata con l’auto davanti al mio condominio.
«Mamma?»
«Io non credo…»
Ci fu un fruscio, poi un verso gutturale, ascrivibile a una bestemmia. Mio padre, cisposo, afferrò il telefono e scandì:
«Il diesel esplode per pressione».
«Ah».
«E ti ho pure fatta studiare».
Riattaccò. Sconfitta, restai sul sedile per qualche secondo. Provai ad annusarmi – puzzavo ancora. Il mattino sarebbe arrivato troppo presto, col nuovo inizio che mi ero prefissata e la certezza che non avrei mai più lasciato la macchina in riserva. Aprii whatsapp per scrivere a Roberta T. “Sana e salva. Buonanotte”, aggiungendo l’emoji di un cuoricino colorato. Scesi, girai le chiavi nel portone del palazzo, salii le scale. Nessuna risposta – domani, mi dissi, domani si comincia con le scuse, i No Doubt, le foto del liceo. Tolsi le scarpe e mi accorsi di essere io la molotov esplosa a scomporre la serata di Roberta T. e il sonno dei miei genitori. Mi sentii triste. Il mio compagno si girò verso di me, trovandomi accanto nel letto. Mi chiese com’era andata.
«Tutto bene. Il film era pessimo».
«Hai un odore strano».
Mi accoccolai contro la sua schiena.
«Domani ti racconto».
E chiudemmo gli occhi, tra le esalazioni di carburante e le lenzuola. Mi prese tra le braccia. Domani, promisi, domani divento adulta.
A illustrare: J. Tarbox, 18NOV11: Ridge Spring night life (https://flic.kr/p/aHThtF, main image) e vistavision, diesel pump (https://flic.kr/p/5NkssU, in evidenza)