Lei non sa chi sono io

Autore
Dario Picchiotti
Call #1 - Vediamo se mi ricordo ancora come si fa
Narrativa generale
26 novembre 2020

Ognuno reagisce a modo suo. Prendiamo Sandrino: un bel ragazzo, si dava da fare in palestra, stava attento all’alimentazione; era giusto un po’ stempiato. La prima volta che un gruppo di ragazzini gli disse “Mi scusi” si sentì svenire. Nei giorni seguenti decise che non era il caso di opporre resistenza al tempo che avanza, e si fiondò in un Caccia & Pesca per comprarsi un bel gilet marroncino, una coppolina da cacciatore e una rassicurante camicia a scacchi: il nonno ideale.
Io invece ho cercato di non dar peso a questa faccenda. Sono andato oltre, ho provato a vivere la mia vita giorno per giorno come una persona normale, senza strani pensieri. Ma quando quei bambini mi hanno urlato “Signore, ci ridà il pallone?” ho sentito un brivido percorrermi la schiena. Ma che dico un brivido: ho sentito un tuono lacerare il cielo come fosse un lenzuolo – straaap .

Certo, ci sono cose più fastidiose, tipo le signore alla cassa del supermercato che non vedono l’ora di mettere più distanza possibile tra i loro yogurt regolarizza merda e i tuoi schifosi quattro salti in padella Findus, così sbattono in fretta il divisorio sul nastro neanche fosse un ordine restrittivo; oppure i giorni di pioggia, il melluce molto più lungo dell’alluce, quando è venerdì ma io no.
Però anche farsi dare del lei è una faccenda che proprio non sopporto. Così mi giro verso i bambini. Il portiere, un tipo brufoloso e grassoccio, aspetta una mia mossa.
“Ce lo butta per favore?” Recidivo. Educato ma recidivo.
Cerco di calciare il pallone con più forza possibile, così da rimandarlo al di là della rete, ma scivolo sull’erba umidiccia e mi ritrovo a terra.
“Sei proprio un vecchio” dice il portiere, mentre gli altri due bambini, uno ricciolo come un angioletto e l’altro con un ciuffo biondissimo, si sbellicano dalle risate.
Mi alzo, raccolgo il pallone insieme a ciò che rimane della mia dignità, entro nel campino: questi bambini meritano delle attenzioni.
“Ragazzi, scusate, è che non gioco da un po’”.
“Si vede” dice il ricciolo, e di nuovo si sbellicano.
“Però non capisco come mai dite che sono un vecchio. Tra avere dieci anni e averne, che so, settanta, ci sono un sacco di sfumature”.
Interessati, socchiudono gli occhi come animaletti incuriositi, ma diffidenti.
“E quanti anni ha lei?”
“Datemi del tu, ne ho solo trenta. Non è che ci sia tutta questa differenza tra dieci e trenta”. Ma non sono ancora convinti, così indico la porta. “Volete vedere che riesco ancora a tirare un bel rigore? Fino a poco tempo fa ero un attaccante. Un buon attaccante”.
Il portiere, le ginocchia verdi e le gote sudaticce, non si muove. “Ma a trent’anni non si dovrebbe fare i bambini? Nonno dice sempre a mia sorella che dopo i trenta poi è tardi. Tu ce l’hai figli?”
“No, no, non ho figli io”.
“Non ti piacciono i bambini?” chiede quello col ciuffo.
Sono circondato da un tribunale di lillipuziani.
“Certo che mi piacciono i bambini. Voglio dire, a chi non piacciono i bambini? Solo che non è il momento, ecco. La pandemia, il precariato, le elezioni in America, il populismo; pensate alle politiche espansionistiche della Cina; è tutto così – ehi, frena bello, voglio scendere”.
Si scambiano un paio di occhiate furtive. “Tira questo rigore, dai. Vediamo che sai fare” dice allora il portiere.

Posiziono la palla, concentrato, mentre gli altri due si allontanano. Tre passi indietro, a occhi chiusi. Il profumo del sudore dei bambini mi riporta alla mente un dedalo di ricordi: i vecchi campi polverosi, le scarpette di cuoio che non sapevo allacciarmi, mio padre che entrava nello spogliatoio per vestirmi.
Il ricciolo fischia: apro gli occhi; primo passo lungo, lento, attento ai movimenti del portiere, e poi passi rapidi, corpo basso, tiro a destra, anzi a sinistra, alto. No, meglio rasoterra. Colpisco di collo pieno, una sassata d’altri tempi, che però va dritta come un missile terra-aria e colpisce in pieno volto il bambino. Quello si butta in terra urlando, e il sangue prende a colare dal naso, inonda la rotonda faccia arrossata e graffiata dal vecchio cuoio del pallone.
“Ma cosa sta facendo lei?” Un energumeno corre verso di noi e mi spinge via.
“Mi scusi, non l’ho fatto apposta, stavamo giocando”.
“Ma si vergogni, uno della sua età che se la prende con questi ragazzini. Guardi cosa ha combinato” dice controllando la faccia del portierino, che non la smette di lamentarsi. “Lo conoscete questo signore?”
“No, è venuto da noi e ci ha detto che non è vecchio, che tra dieci e trent’anni non c’è tanta differenza” dice il ricciolo.
L’adulto si gira torvo verso di me.
“Intendevo dire che non devono darmi del lei, via. Ma chi pensa che io sia?”
“Non lo so” dice lui. “Me lo dica lei”.
“E ha detto anche che gli piacciono i bambini” piagnucola il ferito.

È sempre così: io cerco di fare una cosa e raggiungo l’esito opposto. Avrei dovuto comportarmi come ai miei tempi, quando i più grandi facevano quello che dovevano senza tanti discorsi. Non esisteva la comprensione, il dialogo, la condivisione di un momento. Tu eri piccolo e obbedivi al grande, perché lui aveva scelto così. E invece io no, io voglio sempre provare ad andare oltre, aprire quella porta che ci divide, che ci impedisce di vivere in serenità, tutti insieme, godendo l’uno dell’altro. C’è sempre un tizio grosso, pieno di paure, che i genitori hanno reso emotivamente instabile, che i social network hanno reso insicuro, pronto a menar le mani. E infatti quello mi scarica un pugno dritto sul naso, senza pensarci troppo. Perdo i sensi.
Quando riprendo conoscenza rimango steso qualche secondo a pancia in su, le labbra gonfie e indolenzite. Penso al rigore tirato, a quello che ho detto: per quanto io provi, non riesco, non ne sono capace; eppure credevo di aver nascosto in profondità queste parti di me, di aver seppellito queste piccole ossa, queste eccitanti apocalissi personali; credevo di averle nascoste e dimenticate, ma quelle continuano a chiamarmi con voce sommessa, lamentose e inquiete come divinità malvagie confinate sul fondo di un pozzo; e quando riemergono non riesco a sfuggire al loro abbraccio, e la testa diventa leggera, il sangue pulsa, gonfia gli organi, e le bestie strappano la maschera: così ritorno ciò che sono, essere primordiale.

Mi alzo e vedo un’ombra guizzare poco distante da me: il bambino con il ciuffo, dolce e premuroso, è rimasto lì, a vegliarmi, mentre gli altri se ne sono andati.
“Stai bene?” chiede.
Ora sì che sto bene. Ora sì, piccolo. Avvicinati, vieni qua, fatti vedere.


Illustrazione di Martin Schotte